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Le libere donne di Magliano
 
Le libere donne di Magliano 2026-10-25 19:08:41 mariaangela
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mariaangela Opinione inserita da mariaangela    25 Ottobre, 2026
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“Il manicomio, che è anche la mia casa.”

Mario Tobino è stato medico e psichiatra.
Dalla sua esperienza di lavoro e vita nel manicomio di Maggiano, nel 1953 vede la luce questo racconto.
Il libro nasce dalla “rielaborazione delle cartelle cliniche compilate per anni nel manicomio di Maggiano, scritto dal 1950 al 1952 su quindici quaderni neri.”
“Scrissi questo libro per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà.”

Matti li chiama, invece che malati di mente. Perché le definizioni in fondo sono solo tali. Vedere e sentire con le orecchie e con il naso è tutt’altro.

Gli psicofarmaci, che fanno tacere le urla e non solo, (1953) non esistevano. Esistevano elettroshock e lobotomia, il padiglione delle “agitate” e quello delle “feroci”.
“Libere donne” le chiama, anche se a me sembrano schiave nella loro mente, nelle loro visioni e nella loro follia inaccessibile. Mi spaventano. Terrorizzano. Per quello che non è ma potrebbe diventare.

La Berlucchi, la Sbisà, la signora Maresca, la Clerici, la Belaglia, la signora Alfonsa, la Fratesi, la Campani, la Galli, l’epilettica Soldani, la Cora, la bellissima ragazza di Livorno, la Faina, Tono con “una inesauribile festa di immagini che gli tumultuan nel cervello, senza, incontrandosi, scoppiare in ira.”
Il racconto delle singole storie che sono le vite di ciascuno, ma più di tutto emerge cercare di rimetterli al centro, con amore e dignità.
C’è chi è ricoverato per malinconia. E forse matto lo diventerà, aggiungo io. C’è anche chi è innocentemente particolarmente fantasioso. Beh è ovvio no? Viaggiare con la mente, fantasticare, più follia sappiamo immaginarla?

Mi sorprende il modo in cui i matti vengono visti e considerati dai medici e come invece li vedo io. Le generalizzazioni superficiali che li vuole inquadrare tutti in una categoria di persone diverse, che devono stare solo tra loro, possibilmente rinchiusi perché irrecuperabili e pericolosi. Da evitare.
I medici alla Todino vedono e accettano la loro malattia e li trattano come meritano, dando loro considerazione, dove noi non vediamo possibilità di approccio né necessità, loro la vedono e non la assecondano.

“Tentai di richiamare l’attenzione dei sani su coloro che erano stati colpiti dalla follia.”
Lo sta' dicendo a me, come monito.

Chi lavora in manicomio lo fa perché sente questa vocazione, altruismo, o è solo un lavoro come un altro, necessario a sbarcare il lunario?
Quanto e come i pensieri e la quotidianità vengono condizionati terminata la giornata lavorativa?
Quanto di quella pazzia torna a casa con loro, tra le loro mura?
Pensano che potrebbero diventarlo, pazzi anch’egli?
Riescono a guardare gli altri senza cercare in loro un inizio di follia?

Io riuscirei a lavorare in un luogo dove mi sento costantemente prigioniera delle mie ancestrali paure? Penso all’aggressività, all’abbandono, alla sporcizia estrema.

Quando ero bambina, avrò avuto sette otto anni, era il 1981 circa, accanto a noi vivevano una madre con due figli adolescenti, a quei tempi si diceva handiccapati, i figli lo erano entrambi. La vedo ancora con i due figli al seguito, con il loro sguardo allucinato sputare su tutto ciò che incrociavano. Io mi nascondevo impaurita e anche schifata e mi chiedevo come era la loro casa, se era piena di sputi. Ogni tanto mi tornano in mente e ora, da adulta, mi chiedo se avessero aiuto e assistenza, e come è proseguita la loro vita. Per loro, un Tobino c’è stato?

“Sono venticinque anni che vivo tra i matti e la notte sempre più me li sogno: volti che vicinissimi mi ridono spastiche risate, parole che mi arrivano distinte eppure non riesco a decifrare se sono di derisione o di richiesta di aiuto, donne mi piangono davanti con i capelli disciolti e so che non ho nessuna possibilità di consolarle.”

Dopo un faticoso inizio di questa lettura, a tratti lenta e un po' noiosa, ho accelerato. Avrei voluto sapere di più sui medici, su come conducevano la loro vita al di fuori, se ne restava qualcosa per sé stessi. Finiti i pericoli, gli insulti, le violenze, il sudiciume, le urla.
Spogliando la lettura dalla “poetica”, che effettivamente non esiste, in me che leggo al riparo nella tranquillità della mia cucina, in quei luoghi resta la follia e continua, la vedo attraverso gli occhi di chi ha cercato di governarla, mentre io sono già distratta da altre mie occupazioni quotidiane. Perché io, egoisticamente, non sono lì.

Voglio imparare a giudicare dopo aver vissuto le stesse esperienze. Spero non accada.

“Il manicomio è pieno di fiori, ma non si riesce a vederli.”

Buone prossime letture.

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Commenti

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Interessante presentazione, Mariangela.
E' un libro letto in gioventù. Lo trovai piuttosto originale e un po' spiazzante, allora.
In risposta ad un precedente commento
mariaangela
02 Novembre, 2026
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ciao Emilio, condivido le tue imprressioni
2 risultati - visualizzati 1 - 2

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