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L'ospite notturno
 
L'ospite notturno 2015-11-19 06:22:58 Natalizia Dagostino
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Natalizia Dagostino Opinione inserita da Natalizia Dagostino    19 Novembre, 2015
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Ombre

Tutte abbiamo una tigre che di notte tormenta il nostro udito interrompendo il sonno. La percezione della tigre è espressione della minaccia di perdere che è paura legittima, della solitudine vuota che è libertà desiderata, del ricordo doloroso che è protezione di sé.

In ogni vita, di bambino/a, di adulto/a e di anziano/a, c’è una tigre in agguato, silente. Se le si offre la possibilità di combaciare con noi, la tigre - l’ombra - diviene il lato felino e autonomo di ciascuno/a.

In un’intervista al The Guardian, Fiona McFarlen, al suo romanzo d’esordio, dichiara l’origine dell’ispirazione: “Una delle cose più difficili nell’avere due nonne che soffrono di demenza è vedere che in realtà può colpire le persone in maniera molto diversa e che gli assistenti possono spesso essere lontani dalla cura”.

Per fortuna mia di lettrice, il risultato della storia raccontata è migliore dell’intenzione. Infatti, il romanzo esprime non tanto la quotidianità di una malattia che incalza, quanto l’esperienza di una vita che, allungandosi, si amplia di significati e di vissuti.

Ruth, insegnante di elocuzione, a 75 anni, vive da sola, presso di sé, in una suggestiva abitazione fra mare e sabbia. Offre a se stessa tutto il tempo per ricordare, per raccontare ai figli lontani e occupatissimi, per recuperare amori possibili, per fidarsi di nuove compagnie. Si celebra, nel romanzo, l’ampliamento dell’esperienza vitale, attraverso le paure e le gioie, più che la condanna della vecchiaia come età decadente e pericolosa.

“Ruth aveva un po’ paura dei figli. Temeva di essere smascherata dalla loro giovanile autorità. Le belle famigliole in cui tutti erano vivaci, attraenti e socialmente competenti l’avevano messa in ansia da giovane, e adesso i suoi figli erano proprio così. Le loro voci avevano un certo peso.”p.15

Ogni stato alterato di coscienza riconduce, in fondo, ad una comprensione più profonda, più essenziale della vita stessa. Non è demenza, è consapevolezza lieve. E' riduzione di sé, non ingenuità. La vecchiaia di Ruth insegna, tigre compresa, l’esperienza di libertà attesa e accettata, di solitudine gravida e generativa. Mi preparo così: la fine di qualcosa, quando arriva, è solo continuare in modo diverso.

“…nessuno poteva essere morto per davvero, completamente; nessuno poteva sopportare una cosa simile. Un conto era morire…ma continuare a essere morto era tutt’altra cosa. Era ostinato, ingeneroso.”p.205

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Vedo che siamo d'accordo sulla valutazione di quest'opera. Bella recensione.
Grazie, Annamaria: contenta per la compagnia in viaggio fra libri e riflessioni.
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