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Santa Barbara dei fulmini
 
Santa Barbara dei fulmini 2016-10-08 10:11:44 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    08 Ottobre, 2016
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Un baccanale di erotismo e spiritualità

In un carnevale di suoni e colori, in un’orgia di danze e profumi, in un guazzabuglio di cachaca e birra gelata, Amado fonde religione, stregoneria e folklore proiettandoci in una Bahia in cui è impossibile distinguere la virtù dal peccato, la realtà dal sogno, il giusto dall’ingannevole, dove santi cristiani e dèi pagani si confondono fino a diventare un tutt’uno ed intercedono nella vita dei mortali cambiandone la storia, il corso, il destino. In un Brasile calpestato da una dittatura che vorrebbe soggiogare il popolo a rigide regole di obbedienza, silenzio, violenza ed arbitrio, ci pensano gli Orixa a spegnere il fuoco del dispotismo e lavare via la sottomissione e la paura. Ecco allora che Santa Barbara sbarca nel porto della città brasiliana sotto forma di scultura, una statua bellissima e famosissima che la ritrae con un fascio di fulmini in mano, per essere esposta in una prestigiosa mostra di arte sacra. Ma appena la nave che la trasporta attracca, la santa prende vita, saluta tutti e va via sulle proprie gambe trasformandosi poi nella potente Oyà Yansà, “il cui grido di guerra accende crateri di vulcano sulla cima delle montagne”, pronta a vendicare i torti subiti dalla sua gente. Entriamo allora nella vita della giovane Manela, innamorata del bel Miro ma succube della severa e puritana personalità della zia Adalgisa e del suo terribile scudiscio di cuoio. Conosciamo Danilo, marito di Adalgisa, ex campione di calcio e donnaiolo incallito castrato dalla pudicizia e dalla bigotta moralità della moglie. Incontriamo due preti molto diversi tra loro, il mite e colto don Massimiliano von Gruden, Direttore del Museo d’Arte Sacra, finito nei guai dopo la scomparsa della statua e il turbolento e marxista Padre Abelardo, convinto sostenitore della lotta e della resistenza dei bisognosi, sempre accompagnato dalla bella, prorompente e innamorata Patricia, pronta ogni momento a strappare il suo amore al voto di castità. Accanto a loro un nugolo di altri personaggi delle più svariate risme che si confondono in un baccanale di erotismo e spiritualità, tra passi di capoeira e riti pagani, pasti luculliani e sbronze sonore, gioia e allegria che si scontrano con le ineluttabili asprezze della vita e con la cappa di piombo del regime militare e di un perbenismo religioso di facciata. Qualche eccesso di tecnicismo sul funzionamento del Candomlé e un continuo ed un po’ confusionario saltare da un episodio all’altro non tolgono smalto alla consueta virtù della penna dell’autore che come sempre ci regala storie pregne di magia e significato costellate da personaggi affascinanti che incarnano la voglia tipicamente brasiliana di dire no a qualsiasi tipo di costrizione, di insensata moralità, di ipocrita preconcetto. “Il popolo aveva dato inizio al Carnevale, un mese e mezzo di trambusto e di follia, di festa ininterrotta, ché nessuno è fatto di ferro per sopportare l’anno intero le amarezze della vita, la miseria e l’oppressione, la disgrazia avvilente e incessante. Il dono di far festa malgrado tali calamitose condizioni, proprio ed esclusivo del nostro popolo, è un dono del Signore del Bonfim e di Oxalà: i due insieme non fanno che uno, il Dio dei brasiliani nati a Bahia”.

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