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La macchia umana
 
La macchia umana 2018-10-25 16:05:57 lego-ergo-sum
Voto medio 
 
4.5
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
4.0
lego-ergo-sum Opinione inserita da lego-ergo-sum    25 Ottobre, 2018
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LE MACCHIE DI COLEMAN

Contiene alcune anticipazioni.

Anche questo romanzo si inscrive nel grande affresco della società americana disegnato dallo scrittore con la sua produzione.
“La macchia umana” ci proietta, in particolare, nei mesi dello scandalo sessuale che coinvolse il presidente Clinton. Roth lancia i suoi primi strali, intinti nel veleno di un’ironia feroce e dissacrante, contro “ […] l’orgia colossale di bacchettoneria, un’orgia di purezza nella quale al terrorismo- che aveva rimpiazzato il comunismo come minaccia prevalente alla sicurezza del paese- subentrò, come dire, il pompinismo, e un maschio e giovanile presidente di mezza età e un’impiegata ventunenne impulsiva e innamorata, comportandosi nell’Ufficio Ovale come due adolescenti in un parcheggio, ravvivarono la più antica passione collettiva americana, storicamente forse il suo piacere più sleale e sovversivo: l’estasi dell’ipocrisia”.
Non sfuggirà come l’autore, in questa sorta di introduzione, si sia riferito implicitamente agli altri due romanzi della cosiddetta “seconda trilogia”: “Pastorale americana”, che ha al centro il personaggio di una giovane terrorista, e “Ho sposato un comunista”, ambientato tra i furori ideologici del maccartismo.
Il tema dell’ipocrisia sociale investe l’intera trama di questo terzo elemento del trittico, congiungendo le vicende private con quelle pubbliche e politiche. Lo stesso accanimento morboso, lo stesso puritanesimo moralistico scagliato dall’America contro il proprio presidente, si replicherà infatti nell’ambiente accademico dell’Athena College nei confronti del professor Coleman Silk.
La prima tappa della via crucis percorsa da quest’ultimo nasce da un ridicolo equivoco linguistico: aver definito spooks” (“spettri”, ma anche “negracci”) due alunni sempre assenti alle sue lezioni, che in realtà non aveva mai visto, incorrendo così nell’infamante, specie in quel contesto , accusa di razzismo. L’umanista aveva adoperato il termine nella sua accezione alta, shakespeariana, mentre i suoi alunni, ma perfino i docenti, si erano malevolmente appigliati al suo impiego moderno e gergale.
Questa ipocrisia, matrice di un “politically correct” invadente e degenerato, trova in Delphine, un’insegnante del college di nazionalità francese, la sua esponente più determinata. E’ lei che avvia il processo persecutorio – subito fatto proprio dagli altri - che induce Coleman alle dimissioni. Ritiratosi per la rabbia di quell’accusa ingiusta, il vecchio accademico trova conforto in Faunia, un’inserviente di mezza età, analfabeta, che egli viene accusato di aver plagiato sfruttando la sua posizione sociale e il suo livello culturale superiore. Ed è ancora Delphine a dare inizio alla seconda persecuzione nei confronti del protagonista con una lettera anonima, il cui incipit minaccioso: “TUTTI SANNO”, viene rovesciato da Roth (o per meglio dire dall’io narrante, il solito Nathan Zuckerman, presente anche in altri romanzi) attraverso una requisitoria lucida quanto accorata contro coloro che credono di sapere e in realtà non sanno, quelli che ragionano in base a pregiudizi e convenzioni, incapaci di vedere in quel rapporto apparentemente anomalo, squilibrato, asimmetrico, (ma per chi? In base a quale criterio di giudizio?), la realizzazione da parte dei due del loro più vero e profondo desiderio.
“Tutti sanno…Cosa? Perché le cose vanno come vanno? Cosa? […] Nessuno sa, professoressa Roux, “tutti sanno” è l’invocazione del cliché e l’inizio della banalizzazione dell’esperienza e sono proprio la solennità e la presunta autorevolezza con cui la gente formula cliché a risultare così insopportabili. Ciò che noi sappiamo è che, in modo non stereotipato, nessuno sa nulla”. Così riflette Zuckerman, in un discorso indiretto libero pronunciato mentre osserva la coppia seduta davanti a lui durante un concerto, persuaso dall’armonia che li unisce reciprocamente fin dai minimi gesti.
In questo modo Faunia (un nome “parlante”, indicativo di una purezza istintiva e ferina, lontana da qualsiasi sovrastruttura intellettualistica) va ad occupare, nel sistema dei personaggi, il polo opposto rispetto a Delphine.
Ma i grandi romanzi, si sa, sono fatti a strati, e quando credi di possedere la formula che li spiega, c’è sempre un sentiero che se ne allontana e la smentisce, o comunque l’arricchisce di nuove sfaccettature.
Coleman nasconde un segreto che ha rivelato solo in rare occasioni e ha celato perfino alla moglie e ai figli: è di colore. La pelle chiara gli ha consentito di barare e l’accusa di razzismo sembra aver toccato un antico nervo scoperto. Per fingersi bianco, ha preteso dalla famiglia e dalla madre che lo adorava di non vederlo, di non cercarlo più, e questa decisione pesa su di lui, dentro di lui, più di quanto egli non creda. L’ipocrisia sociale che gli ha attaccato sul volto la maschera del “razzista”, sembra aver colto nel segno, anche se era diretta verso un bersaglio errato. E’ questa, dunque, la vera “macchia” che Silk si porta dietro? No, perchè l’autore si diverte a confutare anche questa risposta che sembrava acquisita ed affida a Coleman stesso una diversa interpretazione: quella scelta fu, a suo dire, motivata da una volontà eroica di farsi da solo, di plasmare la propria vita libera da qualsiasi condizionamento (lungo questo asse, egli si pone agli antipodi rispetto al fratello Walter, attivista nella difesa dei neri d’America). Così quello che in un’ottica convenzionale sembrerebbe un rinnegamento, potrebbe anche essere stata una scelta di libertà, difficile, dolorosa e non esente da sensi di colpa e da contraddizioni.
E’ questo il secondo, grande tema del romanzo: quello dell’identità e, in termini pirandelliani, della dialettica essere-apparire, volto-maschera, forma-vita.
Coleman, la sua amante Faunia, Delphine, in qualche misura lo stesso Zuckerman, sono privi di una identità definita e sicura.
Le ambiguità di Zucherman sono intimamente connesse col suo ruolo di narratore, solo in parte onnisciente. Un esempio per tutti è la sua affermazione iniziale secondo la quale Coleman era ebreo, smentita in seguito dallo svolgersi della storia che, si presume, avrebbe dovuto conoscere fin dall’inizio e che sembra invece scoprire anche lui, a poco a poco, insieme al lettore, fino alla versione definitiva fornita da Ernestine, la sorella dell’ex accademico. Assistiamo dunque ad una sorta di limitazione dell’onniscienza che rende la figura dell’io narrante anch’essa cangiante come gli altri personaggi e come la stessa realtà narrata, attraverso la non coincidenza tra fabula e intreccio e le anacronie che ne conseguono.
Questa disgregazione dell’individuo trova conferma nella tormentata personalità di Delphine, mossa contro il protagonista da una passione nascosta e morbosa nei suoi confronti, che ad un tratto sorprendentemente le si rivela e che ci riporta alle sue opzioni culturali, al suo intellettualismo “europeo” che non le ha mai consentito di vivere la realtà e le esperienze in modo istintivo e diretto, “americano”, ponendola in continuo conflitto con i suoi desideri profondi (si veda la sua amarezza nel constatare di aver in ciò tradito la lezione del grande romanziere Kundera, conosciuto negli anni della sua formazione europea). E così il giudizio negativo sull’America bacchettona e ipocritamente puritana, sembra capovolgersi quando Roth confronta la cultura americana, diretta e istintiva, con quella europea, devitalizzata dal filtro dell’ideologia e dell’intellettualismo.
Di questo carattere inafferrabile e cangiante del personaggio di Roth è ulteriore esempio Les Farley, l’ex marito di Faunia, reduce della guerra in Vietnam. Ancora una volta la vicenda narrata si inquadra nella grande storia e le pagine in cui Roth-Zukermann racconta i traumi mentali subiti dai soldati sopravvissuti al conflitto sono di una nitida e lacerante drammaticità. Memorabile la scena del ristorante cinese in cui l’ex combattente viene condotto per metterlo a contatto con i “musi gialli” che odia, per “assuefarlo” alla loro vicinanza e aiutarlo così a controllare la rabbia omicida maturata in Vietnam nei loro confronti. Una rabbia che però non si spegne, una pulsione distruttiva che sembra irrefrenabile e che si incanala contro la ex moglie e Coleman stesso, provocandone, a detta di Zuckerman, la morte in un incidente automobilistico.
Siamo all’episodio finale, una pagina di altissima letteratura, dove romanzo sociale e thriller psicologico si fondono mirabilmente.
Imbattutosi nel pick-up di Les Farley lungo la carreggiata, Zuckerman scende dalla sua auto e si inoltra verso un lago ghiacciato, sulla riva del quale il presunto assassino sta pescando. E’ un dialogo tramato di sottintesi, sul filo di un nuovo possibile sbocco di violenza e di un rinnovarsi della furia omicida di Les Farley, che si mette invece a giocare come il gatto col topo, blandisce e minaccia, dice e non dice, con una losca pacatezza, una lucida follia, che sembra rovesciare l’immagine di un uomo fuori controllo che finora ci era stata trasmessa. Una tensione da grande autore drammatico che la solitudine del paesaggio boschivo non stempera, ma amplifica miracolosamente, suscitando echi forti ed emozioni profonde in chi legge.
E’ il genio poliedrico di Philip Roth che attraverso queste pagine ci parla e ci parlerà sempre della nostra inafferrabile psiche, delle ambivalenze sociali, culturali, psicologiche in cui siamo inesorabilmente immersi, macchiati dal peccato originale del nostro essere uomini.




Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Pastorale americana
Ho sposato un comunista
Minimaetmoralia.it, Pianeta Roth, Luca Alvino, La macchia umana, 13 maggio 2013
Dalla mia tazza di tè.com, Philip Roth e l’Europa: il caso di Delphine Roux, Elena Grammann, 22 febbraio 2018
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Commenti

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Complimenti, la tua é una disamina a dir poco perfetta di un romanzo che anch'io amo molto e che ritengo sia uno dei migliori di Roth.
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