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Goethe muore
 
Goethe muore 2019-03-21 18:12:41 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    21 Marzo, 2019
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Cacciatore e musicista

Non ha paura Bernhard del male radicale e radicato, quello che germina dalla famiglia, dai genitori, e nemmeno ha paura della morte, se è vero che sa trattarla con tanta condiscendenza, con un sorriso tanto sardonico da deformarsi nel grottesco. E più di tutto, non ha paura di osare la scrittura, di spingerla fino agli estremi delle sue potenzialità, un creativo delle parole, anzi, un musicista del linguaggio. Ora Erinni furiosa, ora scanzonato comico, segue ossessivamente le tracce del massacro, una caccia alla preda che, assediata da ogni lato, viene scorticata da ogni ipocrisia, da ogni tentativo di difesa. E allora la realtà, caleidoiscopicamente smembrata, appare in una nuova luce, fredda, altera, tagliente perché il male esiste e a volte solo un falò immane, il fuoco catartico della purificazione, sia esso di calzini e berretti rossi, o di una intera nazione, può perdonare la realtà.

Goethe muore - ma, traducendo ironicamente quello “schtirbt” accentuato, si potrebbe dire “Goethe tira la cuoia” - è una raccolta di quattro racconti. Nel primo, che dà il titolo al libro, Goethe morente chiede di incontrare Wittgenstein, l’unico che ritiene più in alto di lui. Lo stesso Wittgenstein cui Bernhard sarà legato per tutta la vita, il filosofo occamiano della purezza del linguaggio, della sospensione della parola, perché nella filosofia pura, e non nel linguaggio, Goethe riconosce la salvezza. La stessa filosofia in cui si rifugia il quarantaduenne protagonista del secondo racconto per sfuggire al controllo feroce dei suoi genitori, che lo incolpano del loro fallimento, ma qui il libro della salvezza è quello di Montaigne. Figli come capri espiatori sono anche quelli del terzo racconto, il più riuscito, il più asfissiante, in un crescendo parossistico di ripetizioni che, come in una sinfonia fatale, accompagna il lettore verso il falò di quegli indumenti rossi che hanno rappresentato il giogo della schiavitù filiale. E infine, nel quarto e ultimo racconto, è tutta l’Austria, l’odiata Austria di Bernhard, a bruciare, la sua ipocrisia, il suo vuoto immorale.

Bernhard affascina e non annoia perché ha uno stile inconfondibile, fatto di frasi ripetute, incisi, digressioni, punti volanti, perché mai come qui il respiro della lettura, il ritmo del linguaggio, è esso stesso opera letteraria. In poche pagine credo di aver contato più di venti volte la parola “esiziale” e ancora più volte l’espressione “calze e berretti rossi”. Come nelle tragedie classiche, Bernhard crea un coro di parole, poche, ma amplificatissime, che si arrampicano in una climax senza speranza. Detto questo, solo il terzo dei racconti mi è sembrato davvero memorabile, gli altri tre sono buoni, ma non raggiungono livelli particolari. Inoltre a volte l’attenzione per lo stile soverchia il contenuto del libro, che in realtà tocca temi delicatissimi, ma, per così dire, li accerchia e descrive senza penetrarli, lasciandoli in una sostanziale, nebulosa, inconsistenza. Forse non il libro più adatto per cominciare con Bernhard, ma sicuramente una bella lettura.

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Ciao Daniele. Non è in effetti la prima volta che il nome di Wittgenstein ricorre nella bibliografia di Bernhard. Uno dei suoi romanzi più famosi é proprio "Il nipote di Wittgenstein ".
Daniele ....sei un bernhardiano pure tu allora! Lo leggo anche io in questo periodo e cercherò di inserire il libro L'Origine. Goethe muore ancora non l'ho letto, prima mi dedicherò a leggere i suoi 5 libri dell'Autobiografia per meglio comprendere poi i successivi. Molto belli i tuoi commenti, complimenti!
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DanySanny
22 Marzo, 2019
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In realtà Ioana è il mio primo Bernhard! Sono stato costretto perché ultimamente l’ho visto dovunque, l’ho preso per un segno del destino. Sicuramente da approfondire!
Grazie:)
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DanySanny
22 Marzo, 2019
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Lo conosco ancora troppo poco, però credo che le tematiche e anche i riferimenti culturali delle sue opere siano molto costanti, un piccolo manipolo di autori che si porta sempre dietro.
Si, hai intuito bene. Le sue tematiche sono sono sempre quelle: morte, suicidio, malattia, odio contro le istruzioni statali e contro la chiesa, odio verso i genitori e incapacità di comunicazione tra genitore figlio, assenza di sentimenti, distruzione etc....Incoraggiante, eh?! E anche la prosa è prevalentemente quella, con i suoi virtuosismi che si accentuano o diminuiscono come sulle montagne russe. Ma quanto è interessante però?! Dice moltissime verità anche se non lo si vuole ammettere a volte. E diventa a volte talmente grottesco nel descrivere la tragedia della "vita" umana che fa ridere! Ed è la soluzione migliore e da tutti indicata alla fine, prendere in giro la vita e farsi sopra una risata e lui riesce a farlo non attraverso un falso ottimismo o una comicità spiccia ma con le disgrazie e con la verità il che è geniale.
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DanySanny
22 Marzo, 2019
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D'altronde i grandi parlano sempre delle stesse cose, ma le illuminano sempre con una luce diversa. Bernhard le rendere crude e vive, taglienti e guardare in faccia la verità è difficile. Ho giusto letto ieri un aneddoto di Calasso, il direttore di Adelphi, che raccontava di una serata con Bernhard e lo descrive come geniale, fulminante, ma anche divertente nella sua amarezza. Doveva sicuramente essere una persona notevole.
Si gli autori meno male puntano tutto sempre sugli stessi temi e hanno uno stile costante, lo riconosci dalle prime pagine per forma e idee. Un autore atipico sotto questo"aspetto è Thomas Mann secondo me. I tre libri da lui letti: La montagna incantata, La morte a Venezia e I Boodenbrok sono tre romanzi completamente diversi tra loro. In Bernhard sono sfumature della stessa essenza anziché essenze diverse, non per questo meno importanti.
PS: Mi piacerebbe leggere anche Calasso e Claudio Magris (che conosceva anche lui e stimava Bernhard). Capasso mi fa una paura tremenda, mi dà la sensazione che i suoi scritti siano più simili ai saggi che ai romanzi.
Come sempre, una notevole recensione, Daniele.
Questo libro mi incuriosiva. Ora apprendo che è costituito da 4 racconti. Non amando il genere 'racconto' , il mio interesse è assai diminuito.
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DanySanny
22 Marzo, 2019
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L’aneddoto che ti dicevo è tratto da “L’impronta dell’editore”, in un parla della storia di Adelphi. In effetti a volte finisce per essere troppo pieno di riferimento per essere una lettura agevole, ma penso Calasso sia meritevole. Anche io lo devo approfondire! Thomas Mann invece è un autore di cui ho letto solo certi romanzi brevi, ma ultimamente non ho l’umore per leggerlo ahahah
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