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Tornare a casa
 
Tornare a casa 2020-07-02 10:31:37 Mian88
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Stile 
 
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Contenuto 
 
5.0
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    02 Luglio, 2020
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Quel luogo chiamato casa.

«Inseguo le nuvole bianche e comincio a sognare. A volte invece arriva la sfortuna, ma quella era un’altra canzone: a diciassette anni si sogna, poi arriva un bambino e allora si diventa pazzi. O forse si era pazzi già da prima e il bambino era venuto dopo, nel caso di Marret l’ordine non era chiaro.»

Ella ha diciassette anni quando resta incinta di quell’uomo il cui nome non verrà rivelato, un uomo certamente non del villaggio ma che ne ha segnato il destino in modo ancor più determinante essendo lei, affetta da un ritardo mentale, atto a determinarne le sorti. Quel che viene a crearsi è tale da far sì che rifiuti anche di sposarsi con Hauke Godbersen, contadino del luogo, che avrebbe accettato di prenderla con sé anche con quel figlio non suo. Ma quale futuro può essere riservato a un bambino che nasce in una località isolata, rurale e con una famiglia borderline? A dispetto di tutte le previsioni egli studia, diventa uno studente sorprendente e poi un docente universitario. Un professore di fatto insoddisfatto della propria vita, di quella carriera accademica che lo ha allontanato dalla propria origine e che si somma a quel legame vincolante con i coinquilini; Ragnhild e Claudius. Come resistere al richiamo di tornare a casa, di tornare alle proprie origini, di sottrarsi a quel che si è diventati per capire in primo luogo chi eravamo?
Il ritorno a Brinkebüll, paesino della Germania settentrionale, è l’occasione tanto attesa. Per riscoprirsi ma anche per capirsi forse per al prima volta davvero. Un unico filo conduttore tra presente e passato, un legame indissolubile dettato da quel sangue che non ci siamo scelti e da altrettanti che al contrario sono il frutto delle nostre scelte e delle nostre decisioni.

«Brinkebüll era pieno di segni, ma all’infuori di Marret non li vedeva nessuno.»

Ed è anche questo “Tornare a casa”. La storia di un uomo che giunto alla soglia dei cinquant’anni decide di tornare a casa per ritrovare se stesso, ma è anche altro. Perché Ingwer Feddersen, che è nato tra le vie di un paesino di montagna anonimo e gretto, che è segnato dal marchio di esser il figlio di una matta, che si distanzia da quell’amore che lo lega ai due coinquilini e che sembra imprigionarlo tra le sue maglie, è un personaggio di gran spessore e dalla costruzione articolata. Quel legame che oscilla tra lo ieri, l’oggi e il domani rappresenta quelle tre anime alla deriva che rifuggono da un inevitabile epilogo. È una sopravvivenza, la loro, la volontà di non lasciarsi andare a una dimensione che sembra volerli schiacciare.
Pagina dopo pagina l’autrice sembra sussurrarla, la storia. La prosa è caratterizzata dalla vividezza dei personaggi, dall’intensità della vicenda e dalla gran caratterizzazione dei luoghi. Il viaggio ha inizio e ci conduce per mano in quello che è un titolo che al suo interno racchiude tanta umanità, nel suo bene e nel suo male. Evocativo, onirico, delicato.

«Da quelle parti un essere umano non aveva tanta voce in capitolo. Poteva accostare sulla destra, scendere dall’auto, urlare contro il vento e inveire a squarciagola sotto la pioggia, era inutile.»

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Commenti

2 risultati - visualizzati 1 - 2
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Maria la tua recensione mi ha davvero incuriosita, un testo molto particolare.
Fede
In risposta ad un precedente commento
Mian88
05 Luglio, 2020
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Grazie Fede! Penso possa piacerti :-)
2 risultati - visualizzati 1 - 2

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