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Lucy davanti al mare
 
Lucy davanti al mare 2024-04-22 15:20:59 68
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68 Opinione inserita da 68    22 Aprile, 2024
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Attesa vivente

….” Siamo in perenne lockdown, ognuno di noi lo e’. Solo che non lo sappiamo, tutto qui. Ma facciamo del nostro meglio. La maggior parte di noi cerca solo di arrivare in fondo”…

…” e ho sentito dentro la scossa leggera di un presentimento, un presentimento che riguardava me e il mondo intero. E mi sono aggrappata a quell’ uomo come se fosse l’ ultimo essere umano rimasto sulla Terra, triste e bellissima com’è”…

Duemilaventi, inizio della pandemia, la scrittrice Lucy Barton lascia l’ amata New York per trasferirsi nel Maine con l’ ex marito William, il futuro è imprevedibile, uno stato di isolamento lontana dai propri affetti più cari, una quotidianità sconosciuta e poco rassicurante, in lei un’ ansia che declina in nostalgica malinconia.
Il Maine è per i newyorkesi un luogo dove essere disprezzati e considerati alla stregua di untori, per Lucy si prospetta distanziamento sociale, solitudine indotta, lunghi giorni piovosi in cui sostare all’ interno di se’ condividendo l’ isolamento con un uomo che appartiene al passato. Il suo futuro prossimo potrebbe definirsi infausto, il presente rivestito di altro, un percorso circostanziato in compagnia delle proprie umili origini, riconsiderando affetti lontani, relazioni perdute, decisioni definitive, come moglie, madre, scrittrice.
Non si tratta del bilancio di una vita ma di un nuovo inizio con la paura di perdere una parte di se’, amori, inclinazioni, aspirazioni.
Il cambiamento è necessario per sopravvivere, forse è un atteggiamento egoistico, uno stato di incertezza, ansia, insonnia in un tempo dilatato da una stasi protratta, il cuore di Lucy è diviso tra il passato, New York e l’ex marito David, e il presente, il Maine e la convivenza con William,
Riflessioni malinconiche si susseguono invischiata in una condizione che le appare come

…” una distesa di ghiaccio da attraversare ogni giorno”….

Da lontano New York assume un’ aria spettrale, continue immagini televisive di morte con la preoccupazione per la sorte delle proprie figlie, di un fratello lontano, eppure il ricordo non riesce ad allontanarla affettivamente dalla metropoli.
Ciascuno esprime la propria storia, un’ intrinseca diversità in un mondo da subito violento e incurante, ciascuno pretende di essere ascoltato, vorrebbe sentirsi importante, gradirebbe un abbraccio.
Lucy Barton attraversa il proprio flusso di coscienza, rivede e ricorda, pervasa da una tristezza ondivaga sovrapponibile alle maree, l’ incertezza della pandemia la confronta con il pensiero della vita e della morte.
Scruta l’ oceano e ne trae conforto, ricorda la propria infanzia, quella madre assente e crudele ma sempre e comunque sua madre, della quale inventarsi un’ immagine buona, guarda William considerandone il senso di solitudine, pensa alle due figlie lontane interrogandosi sul loro destino, si scioglie nella tenerezza di un abbraccio e nelle parole gentili di un amico, condivide una vicinanza solidale con una donna intrisa del proprio sentire.
Nel frattempo l’ isolamento si protrae, il virus si allarga, i morti riportano al proprio senso di appartenenza, i vaccini ridanno speranza.
Il viaggio stanziale di Lucy genera in lei una nuova consapevolezza, la solitudine dell’ infanzia, quel lockdown in cui ha vissuto e che mai l’ abbandonerà, accusata di egoismo dalla sorella Vicki, affranta dal suo stesso senso di solitudine, ripensando a perdite definitive, al distacco dalla casa della propria infanzia, tutti elementi che le fanno credere di avere reciso con il passato.
William pare lontano ma in fondo lo è sempre stato, il ricordo di David le scivola dalla mente inspiegabilmente, l’ amara verità le dice che non ci sono risposte definitive, solo ipotesi e sensazioni mutevoli nello scorrere di una vita che ignora il proprio futuro.
E allora si interroga proprio essere scrittrice e su quanto effettivamente i suoi libri abbiano aiutato la gente, comprende la diversità tra William e David, riconosce essere giusto che le proprie figlie navigano al largo, con il presentimento che la vita trascorsa e’ finita per sempre.
In una vicinanza condivisa Il dolore rimane un sentimento del tutto personale, uno stato di solitudine, chiedendosi quanto le nostre scelte ci appartengono realmente.
Un romanzo profondo, necessario, arguto, doloroso, reale, inserito in una prosa fluida, colloquiale, una donna ditata dell’ unicità tipica dei personaggi della Strout ( a questo proposito ricordiamo Olive Kitteridge peraltro presente nel testo).
La pandemia è un respiro asfissiante che genera una neo dimensione relazionale con un forte senso di disadattamento e di ansia sociale, ma anche personale.
È il racconto di una solitudine infantile incollata addosso, di un senso di inutilità e di scarso valore non scalfito dalla propria dimensione di notorietà, un viaggio stanziale tra domande, riflessioni, memoria, incertezza, vita vissuta, aggrappandosi al poco o al tanto rimasto.

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Commenti

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Bella recensione, Gianni.
Un libro che mi interessa molto, avendo già parecchio apprezzato "Mi chiamo Lucy Barton".
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