Dettagli Recensione
UN VERO PECCATO
L'inizio è promettente.
In una coinvolgente atmosfera sospesa tra il giallo e il noir, si affacciano personaggi moderni e credibilmente complessi, ben delineati da una raffinata e per nulla banale caratterizzazione psicologica.
Il romanzo si apre col funerale di Molly, la donna che in tempi e modi diversi i quattro protagonisti hanno amato. Da subito la tensione si avverte palpabile, sostanziandosi in dialoghi tesi, frecciate pungenti e occhiate ostili.
Tra i quattro, Clive, musicista e compositore affermato, assorbito dalla nobile arte della musica ma non per questo immune dall'ambiziosa vanità di chi voglia tramandare il proprio genio ai posteri, appare forse il più stucchevole e il meno interessante.
Maggior simpatia riscuote invece Vernon, direttore di un giornale in irreversibile declino. Egli è affetto da una profonda crisi personale, un disagio che si manifesta in angosciosi disturbi fisici, quasi che il corpo, in un processo di scissione dalla coscienza, tenda progressivamente a dematerializzarsi con inevitabile rimando al costante pensiero della morte. Malgrado ciò Vernon combatte una sua battaglia del vivere alla ricerca della realizzazione e del successo professionale, uomo solo al comando di una redazione di cui non riesce ad ottenere la stima.
Il terzo è George, ricco imprenditore. È l'ultimo ad aver vissuto con Molly, accudendola con accorata ma asfissiante cura fino all'ultimo giorno. Neppure la morte ha placato il suo amore possessivo e morboso, tanto che tuttora George serba un'assurda gelosia verso i vecchi partners della defunta compagna. Una gelosia che si alimenta nel ricordo.
Infine Julian: un vero politico di razza. Mellifluo e prodigo di sorrisi ma duro e tagliente all'occorrenza. Ha un suo scheletro nell'armadio ed è di quelli particolarmente imbarazzanti. Eppure, quando Vernon lo renderà di dominio pubblico, Julian saprà venirne fuori evitando di rimanerne schiacciato.
Trovo che i quattro sarebbero tutti ottimi personaggi per un film di Woody Allen.
Trait d'union, la defunta Molly rimane sullo sfondo, imprescindibile seppure assente spettatrice di vicende i cui sviluppi si preannunciano tragici. Una presenza invisibile quanto necessaria.
Il racconto procede con buon ritmo, con la dovuta tensione e con trame psicologiche avvincenti.
Non mancano pagine di eccellente fattura: il funerale di Molly, la descrizione delle angosce e del dramma psico-fisico di Vernon, l'escursione in montagna di Clive con lo sgomento irrazionale di chi si inoltra nella grandiosa e incontaminata Natura, lasciandosi alle spalle le ultime tracce di civiltà.
Poi però il racconto gradatamente si guasta e le buone premesse della prima parte del libro vengono sostanzialmente tradite. Azioni e reazioni dei personaggi si fanno grossolane e poco realistiche. La narrazione risulta forzata, improbabile, frettolosa.
Il finale poi è così deludente che non sarebbe un gran peccato spoilerarlo. Ad esso si giunge tramite una discontinuità narrativa sgradevole e ingiustificata, avendo quasi l'impressione che Mc Ewan fosse egli stesso, come il Clive del romanzo, assillato da chissà quali scadenze e improrogabili impegni, cosicché la fretta abbia partorito un'opera monca.
Peccato.
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Non ho letto questo libro. Con l'autore sono sempre assai cauto e diffidente: non l'ho mai trovato del tutto convincente (ma ho affrontato solamente tre suoi libri).