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L’architettura del rimosso
Affrontando le pagine di Tre piani di Eshkol Nevo, si rimane inizialmente affascinati dalla chiarezza con cui l'autore sovrappone la topografia di un condominio alla struttura della psiche umana: l'Es al primo piano con le sue pulsioni irrazionali; l'Io al secondo, in bilico tra isolamento e distorsione della realtà; e il Super-Io al terzo, incarnato dal rigore della norma. Tuttavia, è proprio nella resa dei conti tra la teoria e la pagina scritta che la mia valutazione si assesta su un più che discreto. Il limite principale dell'opera risiede infatti nell'eccessiva mole dell'intelaiatura concettuale: lo schema freudiano viene applicato con una rigidità quasi pedagogica che finisce per imbrigliare la naturalezza dei personaggi. Le loro azioni e le loro voci, anziché scaturire dall'imprevedibilità dell'esperienza vissuta, sembrano spesso forzate ad adempiere a una precisa funzione allegorica per convalidare la tesi di partenza. Questa sovraesposizione del modello teorico appiattisce la tridimensionalità delle figure umane, trasformando quello che poteva essere un profondo scavo psicologico in una costruzione a tesi dove la geometria dell'architettura prevale sulla spontaneità e sulla carne viva dei protagonisti.





























