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La vita che ci raccontiamo
Un bel libro, una storia piacevole, quasi una sorta di “eravamo quattro amici al bar”, alla Gino Paoli.
Perché, certo, qui si parla di amicizia, infine, di legami nati da ragazzini con i pari età, spesso più forti di quelli parentali. Si tratta di prime relazioni ferree, costituite da un mix di affettività, cameratismo, confidenza, come raramente si ripresenteranno più avanti negli anni.
Perciò indimenticabili, e magnifiche, per definizione: le amicizie che s’instaurano da bambini, o da ragazzi, più spesso sui banchi di scuola, costituiscono un vero e proprio cerchio magico.
Se non fosse, però, che qui si racconta meglio anche di altro, di più: del ricordo di quegli anni.
Come sempre accade quando ci si incontra con persone, non necessariamente amici intimi, con i quali non ci si vede più da una eternità, il confine tra quello che avvenne davvero nei bei tempi andati, e quello che ci raccontiamo, o ci piace raccontare, più spesso non coincide mai.
Come dire, la realtà, con i soli fatti concreti e inviolabili scolpiti nella roccia, è ben diversa dalla storia con cui a suo tempo hai fatto i conti di persona; ne risulta un’altra narrazione, magari te la sei serbata in testa a modo tuo, con certezze granitiche, ma che sono però solo tue. Personali, più che parziali.
Diciamolo subito, non è un libro bellissimo che ti lascia senza fiato, anzi; direi che invece è un testo non facile, può non piacere, talora disincantato, più che triste, più che emozioni, trasuda malinconia, quella tipica per i ricordi dei bei tempi andati, in particolar modo per l’epoca che fu la più bella per tutti, la giovinezza. Qui e ora, dunque, si racconta la memoria di quegli anni, e con tristezza, anche per gli inganni che naturalmente ne derivano dall’accumulo di tempo trascorso da allora.
Il tempo, e la memoria, sono traditori. Non lo sono invece i quattro amici, diversi tra di loro, non manca il solito “secchione” del gruppo, Adrian, che negli studi, per acume e intelligenza, eccelle di una bella spanna sugli altri, ma questo non significa che risulti antipatico agli altri tre, tutt’altro.
Ne è la guida, o il faro, ma per affetto unanime, non perché ne risulti il leader.
Da qui il romanzo racconta di tutto quanto i ragazzi si dicono tra di loro durante la crescita: amore, sesso, morale, felicità, sofferenza, bene e male, padri e figli, il suicidio, la morte, Dio.
Fin quando qualcosa si insinua tra due di loro, comunque incrinando i rapporti tra tutti.
Un qualcosa di nome Veronica, dapprima fidanzata con l’io narrante, Tony, e in seguito compagna del secchione Adrian, davvero il più brillante del gruppo, in ogni senso.
Succede, no? Anche spesso: Cupido è un amorino dispettoso, anche cattivo, certi amori finiscono, però poi ne nascono altri, è vero: solo che quando c’è stata troppa intimità, si fa in fretta a trasformare i cambiamenti non dico in presunti tradimenti, ma in bivi che indicano chiaramente di incamminarsi in direzioni diverse, con frecce belle grandi, illuminate a neon. Niente di tragico o di insolito, sono i comuni fatti della vita, cambiamenti ineluttabili dettati dalla gioventù, destinati a fluire, a trascorrere e a sbiadire nel tempo e nei ricordi, poiché infine è del tutto fisiologico che ognuno finisca per prendere la propria strada. Finché un evento tanto improvviso quanto triste, sorprendente e spiacevole ad un tempo, funge da input, scatena un turbine, un innesto mnemonico per cui la storia di quegli anni necessita di essere rivisitata con la memoria: e non ne esce la stessa cosa, non perché i ricordi risultino sbiaditi, quello che sfugge è il senso.
La vita non promuove per merito: quarant’anni dopo, Tony viene a conoscenza che Adrian, il brillante del gruppo, ha posto fine volontariamente alla propria esistenza, è morto suicida. E lo apprende perché risulta destinatario di uno strano lascito ereditario, il diario di Adrian: proprio lui che sarebbe stato il meno indicato, dopotutto la sua ragazza di allora lo aveva piantato per congiungersi con Adrian, come minimo lasciargli i suoi pensieri appare una stranezza, se non una vera indelicatezza, mettiamola così.
Nascono così spontaneamente perplessità, incertezze, insicurezze, si dubita della propria memoria; appare sottile, se non del tutto indistinguibile, il confine tra ciò che davvero fu e quello che ci si racconta, una propria versione che a seguito di ripetute reiterazioni, infine ci convinciamo sia quella giusta, reale. Ma che non giustifica, neanche spiega, come è perché sia potuto succedere proprio a colui che era il migliore di tutto e di tutti giungere ad un punto tale da rendere preferibile porre fine ai suoi giorni, è un destino, una fine, che non ha alcun senso.
“Il senso di una fine” di Julian Barnes è uno dei libri migliori dell’autore inglese, un agile libello di neanche tante pagine, tanto rapido da leggere quanto pacato nelle sue riflessioni, sembra quasi un piccolo saggio sulla psicologia, sulla filosofia del vivere, ma leggero, logico senza essere pesante.
Tuttavia, la prosa di Julian Barnes è di un livello culturale alto, e questo può andare a scapito dell’attenzione. L’autore non ha intenzione però di fornire una guida dal valore pedagogico o documentale, neanche offre risposte chiare a tanti dubbi e tante domande, se non fievolmente e tra le righe, e però è un testo depositario di una forte verità, declamata chiaramente: la vita è una per ciascuno, ognuno a suo modo. Un accumulo di esperienze, di emozioni, di imprese, di maturazione, di assunzione di responsabilità, un fluire di fattori nel tempo, la corrente dell’esistenza ti porta, talora ti travolge, talaltra ti deposita in certe secche, puoi finire a fondo o galleggiare a lungo, terminare su un’isola da eden o fare di uno scoglio il tuo rifugio. Decidi tu della tua vita, puoi accumularne i fatti, o fare in modo da sviluppare tu le situazioni, la stessa differenza che c’è tra addizione e crescita, che non sono assolutamente la stessa cosa. La somma e le sottrazioni non costituiscono l’esistenza, ne sono la conseguenza. Anche se a volte ce la raccontiamo diversamente.
Perché la storia è raccontata basandosi sui ricordi di chi sopravvive, non di tutti.
Più che parziale, il senso della nostra vita è personale. Comprensibile a quella persona, forse nemmeno a lui, certamente non ad altri. Nemmeno ai più vicini.
Così anche la fine ha un suo, unico, senso: è tutto quanto avviene dopo l’inizio, dopo l’accumulo, dopo la crescita, si snoda secondo un filo logico tutto suo.
Invece, come la ricordiamo, e ce la raccontiamo, è altro, è ridondante di aggiunte e particolari sempre nuovi, veri o inventati che siano, o solo immaginati o creduti tali.
In sintesi: da giovani ci inventiamo un futuro diverso per noi stessi; da vecchi, un passato diverso per gli altri. Perché l’età non ci addolcisce: se la vita non è obbligata a promuovere il merito, perché dovrebbe fornirci calore e conforto sul finire dei nostri giorni?
La fine un suo senso non ha.





























