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Il peso dell’invisibile
Navigare per la prima volta tra le pagine di Underworld è stato un impatto vertiginoso con la forma stessa del romanzo postmoderno. Don DeLillo non prende per mano il lettore: lo cala direttamente nel cuore di un’epopea frammentata che richiede pazienza, ma che ripaga con una lucidità folgorante. Il celebre prologo del 1951 — con la gioia sfrenata per il fuoricampo di Bobby Thomson a fare da specchio al test nucleare sovietico — fissa da subito l'atmosfera: un mondo in cui la celebrazione collettiva e la paranoia atomica sono due facce della stessa medaglia.
Da lì in avanti, la struttura retrograda mi ha costretto a un continuo lavoro di ricostruzione. Seguire Nick Shay dal suo presente di manager delle scorie tossiche fino alle origini della sua ferita nel Bronx significa esplorare il modo in cui ciascuno di noi cerca di domare i propri traumi. In questo percorso, la spazzatura e le scorie radioattive cessano di essere semplici oggetti per diventare la metafora perfetta di ciò che non riusciamo a smaltire, sia come individui sia come civiltà. Colpisce il contrasto con l'arte di Klara Sax che, dipingendo i bombardieri B-29 nel deserto, tenta invece di trasformare quei giganteschi relitti di morte in un atto di riconciliazione con la storia.
Arrivato all'epilogo, con la mutazione della paranoia bellica nei flussi invisibili del cyberspazio, ho avvertito chiaramente la forza profetica di quest'opera. Underworld non è una lettura semplice né consolatoria, ma un’esperienza d'attrito intellettuale che cambia la percezione del presente e lascia la traccia indelebile dei veri capolavori.





























