Dettagli Recensione
Nelle terre della fine del mondo
“Talvolta mi chiedo se la guerra sia veramente finita o se non continui ancora, da qualche parte dentro di me, con i suoi repellenti odori di sudore e di polvere da sparo e di sangue, con i suoi corpi disarticolati, le sue bare che mi aspettano.”
In culo al mondo, ossia – secondo la colorita espressione di Antonio Lobo Antunes – nelle remote colonie dell’Africa nera, sono andati molti tra i maggiori scrittori europei del Novecento: Joseph Conrad nel Congo (“Cuore di tenebra”), Louis-Ferdinand Céline nella fittizia Bambola-Bragamance, presumibilmente corrispondente al Camerun (“Viaggio al termine della notte”), Graham Greene in Sierra Leone (“Il nocciolo della questione”), solo per fare alcuni degli esempi più famosi. Nessuno però ha raccontato quella esperienza con la schietta, impudica e spesso raccapricciante sincerità di Lobo Antunes, il quale nel suo romanzo d’esordio ha trasposto fedelmente i 27 mesi trascorsi in Angola, quando il servizio militare come ufficiale medico nella colonia portoghese, teatro in quegli anni della lotta condotta da diversi movimenti indipendentisti contro l’occupante europeo, lo ha trasformato in una sorta di “emigrante coatto della guerra”. L’io narrante si trova infatti catapultato in men che non si dica dalla “ragnatela di abitudini tristi” della natia Lisbona, dalla “meschina malinconia da fermacarte a palla dove ci nevica dentro” della sua giovinezza, in un mondo incredibile e assurdo, dove tutto fluttua ectoplasmaticamente, dove “lo sguardo inciampa fino a cadere all’indietro, come un grande uccello in estasi” e dove la meraviglia si confonde quotidianamente con l’orrore. “Assurdo” e “assurdità” sono termini che ricorrono frequentemente nel romanzo. Assurdo è infatti il paesaggio angolano, incredibile e sterminato, in cui però si è paradossalmente costretti a marcire per interminabili mesi all’interno di una angusta recinzione di filo spinato; assurdo è il protagonista che si sorprende, circondato dagli onnipresenti eucalipti che lo fissano come funebri testimoni di un duello, ad aspettare l’arrivo della granata di un mortaio come una sorta di Godot redentore; assurda è soprattutto la guerra, non solo, come ci può legittimamente attendere, da un punto di vista ontologico, ma anche perché è, nel caso in questione, del tutto anacronistica. Il Portogallo, a differenza di tutte le altre nazioni europee, ha infatti voluto pervicacemente conservare le sue colonie anche nel secondo dopoguerra, in quanto l’imperialismo coloniale, nelle sue declinazioni di “pluricontinentalismo” e di “lusotropicalismo”, era consustanziale al fascismo del regime di Salazar, e solo la Rivoluzione dei garofani, negli anni 70, ha posto fine all’idea di un’Africa portoghese, che “alla fin fine era solo uno scenario di provincia che imputridiva nella vastità smisurata dello spazio africano”. In queste pagine emerge tutta l’acredine verso il proprio Paese, il cui “patriottismo di paccottiglia” anziché farlo diventare un uomo, come era negli auspici della famiglia, lo ha trasformato in un essere in cui “una specie di avidità triste e cinica, fatta di scetticismo cupido, di egoismo e della fretta di nascondermi da me stesso, aveva sostituito per sempre il fragile piacere della gioia infantile”. Laddove lo scrittore portoghese afferma che “l’idiozia palese e la banalità profonda sono i limiti entro i quali si condensa il pensiero lusitano”, la mente corre inevitabilmente a Thomas Bernhard, il quale nei suoi libri mostrava un analogo disprezzo nel descrivere i suoi concittadini austriaci.
In Angola il protagonista è circondato dalla morte, anzi è costretto per così dire a viverla due volte. La prima è quella delle bombe e delle imboscate, degli spari e delle mutilazioni; la seconda, non meno atroce, è l’agonia dell’attesa, un’attesa senza speranza, fatta di giornate intere a guardare “i calendari troppo lenti nei quali i mesi indugiavano con una calma snervante e i giorni bisestili pieni di ore si gonfiavano immobili intorno a noi come grandi pance putride che ci imprigionavano senza scampo”, e poi ancora “ l’attesa delle mine sulla pista, l’attesa del paludismo, l’attesa del sempre più improbabile ritorno alla famiglia e agli amici”. Il risultato a cui porta tutto questo è una sottomessa accettazione della violenza e della guerra, a cui viene inesorabilmente sacrificato ciò che ancora resta della propria umanità. A distanza di anni l’io narrante è perseguitato, persino durante i rari momenti di abbandono di un rapporto sessuale, dalle immagini di tutti i compagni morti che, avvolti nelle bende insanguinate, si alzano dalle loro bare di piombo per rinfacciargli ciò che lui, per vigliaccheria, non ha mai fatto, ossia “il grido di rivolta che si aspettavano da me e l’ammutinamento contro i signori della guerra di Lisbona”. Il protagonista riporta quindi dalla guerra non tanto ferite fisiche, e neppure nevrosi da stress post-traumatico, bensì la profonda, incancellabile vergogna di avere assistito alla “gigantesca, inverosimile assurdità della guerra” e averla accettata con ignavia e passiva rassegnazione, desiderando solo di essere lontano migliaia di chilometri da lì, magari a Londra o a Parigi a sparlare del proprio Paese e aspettando senza correre alcun rischio che qualcun altro rovesciasse l’odioso regime salazarista, e solo a quel punto “tornare, ed essere competente, serio, saggio, socialdemocratico, sardonico, trasportando con i libri nella valigia la furbizia facile dell’ultima verità di carta”. Ecco, se il romanzo di Lobo Antunes può essere letto come una specie di atto catartico per liberarsi dai fantasmi dell’Africa che lo perseguitano, questo processo è tutto tranne che autoconsolatorio, ma piuttosto un rito di espiazione, un mea culpa a cui l’autore si sottopone per esibire al mondo le proprie irredimibili responsabilità, ma che coinvolge per estensione tutta una nazione e una generazione, che portano sulle spalle il vergognoso fardello di non aver mai saputo ribellarsi alla dittatura e alla guerra e avere ignominiosamente e passivamente accettato che il fascismo allignasse per interminabili decenni nella propria terra.
“In culo al mondo” è una sorta di racconto che il narratore fa a una donna silenziosa nel corso di una lunga notte, trascorsa prima in un bar a tracannare whisky e cognac, e poi nel proprio appartamento a consumare un triste e svogliato rapporto sessuale. In queste pagine, che riecheggiano il meccanismo narrativo de “La caduta” di Albert Camus (monologo di un io narrante di fronte a un uditore di cui non abbiamo mai l’occasione di ascoltare la voce), emerge prepotentemente la solitudine del protagonista (“la solitudine mi si aggroviglia nelle viscere, nello stomaco, nelle braccia, nella gola, mi impedisce di muovermi e di parlare, mi fa diventare un essere vegetale nauseato, incapace di emettere un grido o di fare un gesto, in attesa del sonno che non arriva”), una solitudine senza scampo il cui peso insopportabile egli è costretto a trascinare come un Sisifo rassegnato, la cui inerzia lo fa assomigliare a un morto vivente. Il passato riemerge di quando in quando “nello stesso modo in cui un pranzo non digerito ci sale in gola con rigurgiti riflussi”. E’ un passato che non è mai in grado di consolare e che rappresenta una sorta di antitesi al tempo perduto e poi ritrovato di proustiana memoria. Si pensi alla rappresentazione del milieu borghese dell’infanzia dell’autore, in cui ogni suppellettile, ogni anticaglia ha la luttuosa consistenza di un cadavere in putrefazione, e dove nessuna madeleine è in grado di restituire la vividità del tempo che fu (le cose sono tristi “come la pioggia in un cortile di collegio durante la ricreazione”, i mobili e i vasi sono “abbandonati come in un’ultima spiaggia dal mare di generazioni di commercianti col pizzetto” e “il cadavere di Proust fluttua ancora, spargendo nell’aria rarefatta un alito logoro d’infanzia”). Il fatto è che passato e presente sono per Lobo Antunes inconciliabili, compartimenti stagni che collassano costantemente in quel buco nero di disperazione e angoscia rappresentato dall’esperienza in Angola, vera e propria sineddoche di un’esistenza a cui è preclusa sia la catarsi dei ricordi sia l’illusione della speranza nel futuro. La guerra riaffiora dappertutto, come un’ombra nefasta di cui non ci si può liberare. Essa ha inseguito il protagonista dall’Angola fino in Portogallo, e ora invade ogni spazio della sua vita (“L’ho trovata coricata nella culla di mia figlia come un gatto, fissandomi dalle lenzuola con rabbia torva e invidiosa, […] ci aspetta al cinema, accomodata sulla nostra poltrona, vestita di nero come un notaio vedovo che prende dal taschino della giacca l’astuccio degli occhiali”), e neppure il momento dell’amplesso è risparmiato da questo incubo (“Coricato accanto a lei, […] mi viene in mente il soldato di Mangando che si sdraiò supino sul letto a castello, si appoggiò il fucile al collo, disse Buona notte, e la metà inferiore del viso scomparve in uno scoppio tremendo”). L’esito inevitabile di questa condizione esistenziale è una terrificante alienazione, che fa sì che il protagonista non si senta più a casa da nessuna parte, troppo a lungo essendo stato lontano per appartenere ancora a un luogo qualsivoglia (“Privo di radici, fluttuo tra due continenti che mi respingono, alla ricerca di uno spazio bianco per gettare l’ancora”). L’unica cosa che gli rimane ancora è una logorrea bulimica, per mezzo della quale egli cerca di illudersi che un futuro sia ancora possibile (come quando si sorprende ad invidiare le case degli altri illuminate per cena, nelle quali vorrebbe accucciarsi come un cane fedele), ma che in realtà non porta da nessuna parte, se non a una sempre più dolorosa consapevolezza di essersi ormai ridotto all’atarassia dei moribondi.
Questo splendido personaggio, così vero e autentico perché in esso si rispecchia, grazie alla messa in scena delle proprie esperienze di vita, l’autore stesso, dà modo a Lobo Antunes di sfoggiare uno stile straordinariamente originale. Barocco al limite della ampollosità, facondo fino a rischiare la prolissità, strabordante di invenzioni linguistiche fin quasi a risultare pletorico, caratterizzato da frasi lunghe, tortuose, piene di subordinate ed espressioni parentetiche, esso tuttavia riesce a raggiungere un miracoloso equilibrio formale. Se è lecito fare un paragone, forse è quello con un altro autore meravigliosamente arduo da affrontare, il Lezama Lima di “Paradiso”, anche se, a un certo punto del romanzo, immaginando che dietro le figure degli avventori del bar si celino personaggi come Modigliani, Pessoa e Scott Fitzgerald, il narratore afferma che “il mio vero nome è Malcolm Lowry”, rivelando così che l’autore di “Sotto il vulcano” è per Lobo Antunes il vero e proprio padre spirituale. La particolarità forse più significativa dello stile di “In culo al mondo” è l’utilizzo cospicuo e insistito di similitudine e analogie. Si prenda come esempio (ma è solo uno tra i tanti) la pagina in cui il protagonista si guarda attraverso i vetri dell’aeroporto e vede la sua “immagine esitante, inclinata come una canna da pesca verso il pesce grosso della valigia, con la cravatta sicuramente deviata dalla bisettrice del colletto da tutte quelle ore di aereo e ormai ridotta a uno straccio molle come gli orologi di Dalì, con le rughe che mi si accumulavano intorno alle palpebre come le pieghe concentriche sulla sabbia dei giardini giapponesi”. In questo periodo la parola “come” compare tre volte, ma in tutto il libro sono ben 145 le volte in cui viene enunciata, praticamente una per pagina. In alcuni casi, la similitudine è utilizzata non solo come mera figura retorica, bensì alla stregua di un vero e proprio strumento narrativo, come mezzo per accedere ai ricordi del passato. Ad esempio: “Un pudico velo di penombra scende sopra le lenzuola come scendeva sul volto delle austere signore sconosciute delle visite di condoglianze di quando ero bambino”. Per concludere, va detto che lo stile di Lobo Antunes, qui ancora imparentato a un realismo di fondo, diventerà nelle opere successive ancora più arduo e sperimentale, con l’abbandono di un intreccio lineare, l’adozione di una struttura polifonica e la quasi totale eliminazione della punteggiatura convenzionale. Potrebbe venire spontaneo un parallelo con un altro autore portoghese amante dei periodi privi di segni di interpunzione, il coevo José Saramago, ma se Saramago è il rappresentante di una letteratura che solo apparentemente è sperimentale, ma in realtà è l’espressione più istituzionale e classica della narrativa portoghese (come dimostra il premio Nobel conferitogli nel 1998), Lobo Antunes ne rappresenta invece la parte più radicale e ostica, intransigente e non addomesticabile, che, se si vuole rimanere nell’ambito della lingua lusitana, può semmai trovare qualche affinità con i libri di Clarice Lispector. Lobo Antunes, come la scrittrice brasiliana, sa indagare i recessi più profondi e imperscrutabili dell’animo umano, senza mai esimersi dal mettere in crudo risalto i tratti più disturbanti e perfino osceni dei suoi personaggi, quelli che alla fine fanno esclamare al protagonista, perso in una dimensione sempre più assurda dell’esistenza, dove lo assale l’impressione che “qualcuno avesse sovrapposto un universo falso al mio universo concreto”, lo fanno esclamare – dicevo – “In quale profondità di me stesso ho lasciato che quell’innocenza (cioè l’innocenza irrecuperabile dell’infanzia) si smarrisse?”





























