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Olive Kitteridge
 
Olive Kitteridge 2009-12-16 16:50:00 Roberto Tortora
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Opinione inserita da Roberto Tortora    16 Dicembre, 2009

Non è mai troppo tardi per scoprirsi fragili

Da qualche parte, allungata sulla costa atlantica degli Stati Uniti, c’è una cittadina, Crosby nel Maine.

Chiesa, drugstore, farmacia, bar del molo, pronto soccorso. Una città come tante, abitata da gente mai vista eppure subito familiare, come certi vicini di casa che tirano un sospiro di sollievo parlando delle disgrazie altrui. Personaggi che vivono in un altro continente e che ci sembra di aver intravisto l’altro ieri: la ragazza anoressica, la pianista ultracinquantenne del coktail bar che suona come un angelo e ingoia wisky e umiliazioni, o quella tipica coppia di anziani, belli, ricchi, sempre baciati dalla fortuna e che adesso – dopo la tragedia innominabile che ha colpito il figlio – vivono reclusi nella loro casa come se abitassero per sempre all’inferno. Basta far riferimento alla cornice urbana e umana del proprio quartiere perché certi luoghi, come pure chi li abita, nella loro essenzialità acquistino il tratto dell’universalità. Altro che provincia americana, il microcosmo trivellato, sezionato e meravigliosamente riassemblato dalla irresistibile crudeltà narrativa di Elizabeth Strout è la nostra città, il luogo del cuore di ciascuno di noi.

Olive Kitteridge è un’insegnante in pensione che ha sposato Henry, il farmacista (apparentemente) più tranquillo del mondo ed è anche la madre di Christopher, il suo unico figlio che un giorno si sposerà, andrà a vivere dall’altra parte del continente, si separerà dalla prima moglie, ne sposerà un’altra e avrà altri bambini. Ecco, questo è il nodo familiare che tiene uniti i tredici racconti di cui si compone il libro, (si è parlato di “romanzo in racconti”) ed è anche il microscopico pertugio attraverso il quale si insinua l’implacabile lente analitica della Strout fino ad aprire voragini non solo nei pochi membri della famiglia Kitteridge, ma anche in tutti coloro che li circondano: amici, parenti, gente vista solo una volta e tuttavia capace, con la propria presenza, di illuminare un segreto, di far esplodere un raggrumato malessere che covava da anni nel fondo irraggiungibile di qualche anima oscura. Gli altri, dunque. Gli altri che sembrano esistere perché finalmente possiamo prendercela con qualcuno. Riversando su di loro i nostri risentimenti, accusandoli di colpe che non hanno, denunciandoli per responsabilità che non sono loro, ci illudiamo di alleggerirci almeno un poco dell’insostenibile cruccio che abbiamo accumulato nei confronti dell’universo intero. E il libro, la narrazione, diventa un campionario di piccole e gigantesche crudeltà quotidiane, idiosincrasie, dispetti, odio viscerale e inarrestabile misantropia. Olive odia la nuora che le ha portato via il figlio e ha bisogno, un disperato bisogno di prendersi una rivincita – una di quelle piccole esplosioni che ci consentono di tirare avanti - e si vendica rubandole qualcosa di molto personale, un reggiseno, una scarpa…

Sempre Olive, dopo tanti anni, ricordando quella tragicomica notte in cui è stata presa in ostaggio in ospedale, confessa finalmente a se stessa di essersi per qualche minuto innamorata come una bambina del suo giovanissimo sequestratore/figlio/alunno. Proprio lei, matura insegnante e madre di famiglia. Così il riconoscimento della propria debolezza, della “incapacità di trattenersi”, la conduce a comprendere anche la vicina di casa, quella giovane Karen Newton che aveva frettolosamente, istintivamente biasimato per aver tradito il marito.

Umana comprensione, pietas, riconoscimento e accettazione delle altrui e delle proprie debolezze: di tutto questo il libro della Strout è pieno fino a traboccare, fino a inondarci di impreviste illuminazioni che, oltre a regalarci una meravigliosa esperienza di lettura, ci aiutano a meglio disporci nei confronti della vita e di quelli che la vivono. Perché nella vita non c’è giustizia (“E’ stupido il presupposto da cui partono tutti, che in qualche modo le cose debbano essere giuste”) e anche perché nella vita “si capivano sempre le cose quando era troppo tardi.”

Come in ogni opera pienamente riuscita, la scrittura di questo libro fonde la quiete analitica con la deflagrazione emotiva. Elizabeth Strout mette a fuoco esistenze fatte a pezzi, compresse in una morsa di dolore, a stento ricomposte in un continuo andirivieni tra un presente e un passato invadente e insopprimibile.

Presente e passato, interno ed esterno.

E’ fin troppo facile ritrovare in questi racconti quel pietroso senso di solitudine e di incomunicabilità che pervade le tele di Edward Hopper, quella impossibilità di allacciare rapporti cordiali e fiduciosi con il coniuge, con l’amante, con l’avventore di un bar. Più sorprendente, invece, è cogliere un preciso, identico motivo ricorrente nella scrittrice vincitrice del Premio Pulitzer 2009 e nei quadri del grande pittore: quel riquadro di luce solare che proviene dall’esterno, dalle finestre, e si stampa sul pavimento o sulle pareti di appartamenti silenziosi in cui qualcuno sta seduto, sta in piedi, oppure giace su un letto, incapace di afferrare il senso di tanta energia, di tanta sfacciata bellezza, quella della luce solare, in un mondo che a volte sembra fare di tutto per rendersi inospitale: I raggi entravano dalla finestra, attraversavano la sedia a dondolo, colpivano di sbieco la carta da parati con la loro luce, e i pomelli di mogano del letto scintillavano. (…) Il silenzio di quei raggi, del mondo, sembrò avvolgere Olive con un brivido spettrale, mentre avvertiva immobile il calore del sole sul polso nudo. Lo guardò, distolse lo sguardo, poi lo guardò di nuovo. Sedersi accanto a lui avrebbe significato chiudere gli occhi di fronte alla profonda solitudine di quel mondo inondato dal sole.

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Consigliato a chi ha letto...
Carver, Roth, Cechov
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