Bolle di sapone Bolle di sapone

Bolle di sapone

Letteratura italiana

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Sono i giorni del Covid. Per la prima volta nei loro ottant’anni suonati, i Vecchietti del BarLume si sentono tali. Sono isolati e dubitano di avere ancora un futuro. Il tempo gli svanisce spulciando «ogni tipo di statistica sul virus esistente al mondo». Il bancone di Massimo il Barrista, fino a ieri cabina della macchina del pettegolezzo investigativo, è vuoto di chiacchiere. Persino la mamma di Massimo, la Gigina, è ritornata a casa, un piccolo tormento in più nelle giornate di Massimo, e una voce spiritosa che si aggiunge al gruppo toscaneggiante; ingegnere geniale in giro per il mondo, con un intuito più acuto perfino del brillante figlio. Ma provvidenzialmente l’occasione «per non farsi i fatti loro» arriva. Alice, la vicequestora fidanzata del Barrista, bloccata in Calabria per un corso di aggiornamento per poliziotti, commette l’imprudenza di chiedere un’informazione innocua a uno dei vecchietti: quanto basta per insospettire la maldicenza e così scatenare i segugi venerandi. In Calabria c’è stata una strana doppia morte di due anziani coniugi. Lui, proprietario di una catena di pizzerie, è stato fulminato da una fucilata mentre era in coda al supermercato; forse criminalità organizzata. La moglie è morta per una ingestione di botulino. Anche se condannati a comunicare via computer e telefonini, per i vecchietti le coincidenze continuano a non esistere. Ritrovando il metodo confusionario che li ispira, il turpiloquio creativo, il dialogo immaginosamente sferzante, risolvono in smart working un intrigo a più piani. Ma usando anche tutta la pietà e la solidarietà sociale, che fu a lungo l’idea-forza di quella generazione.



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Bolle di sapone 2021-11-16 15:49:53 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    16 Novembre, 2021
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DAD – delitti a distanza

Se scrivere vuol dire, in estrema sintesi, riportare su carta lo scorrere dell’esistenza, la propria e quella altrui, e quindi raccontare i casi della vita facendone romanzo, allora inevitabilmente ne consegue che il covid 19, la pandemia, il lockdown, e tutto quanto di recente questo ha comportato nel nostro vissuto e nel nostro immaginario, ricorrerà prima o poi nelle storie in contemporanea che vedono coinvolti i più noti e riusciti protagonisti dei romanzi seriali.
Come accade appunto in “Bolle di sapone” di Marco Malvaldi, che segna il ritorno in libreria dei più noti tra i personaggi dello scrittore pisano, in particolare Massimo Viviani, giovane laureato in scienze fisiche e matematiche che, per i casi della vita, anziché esercitare professioni compatibili con i suoi studi, è il barista e proprietario del Bar Lume.
Evenienza questa molto più frequente di quello che si immagina, è una costante dei nostri giorni.
Per chi ancora non lo conoscesse, il Bar Lume è un oramai accorsato locale di Pineta, una amena località turistica di mare in Toscana, che vede come solerti, meglio dire perenni, frequentatori, i simpatici vecchietti croce e delizia dell’esistenza del nostro barista: non si tratta però di comprimari, ma di coprotagonisti, spesso e volentieri rubano la scena al baldo giovane.
Tutti insieme, giovane e anziani, sono coinvolti, con differente convinzione, nel risolvere gialli ed intrighi delittuosi, assicurando con le loro iniziative, spesso velleitarie e non richieste dalle autorità preposte, i colpevoli alla giustizia. Più spesso, utilizzando l’acume scientifico di Massimo, che ordina in un sistema logico e coerente intuizioni, confidenze e pettegolezzi raccolti dall’anziana consorteria.
L’attività investigativa, iniziata quasi per caso nei primi volumi della serie, è divenuta una costante nel quotidiano dei vetusti personaggi, tutti certamente avanti negli anni ma profondamente arguti, briosi, bislacchi e balzani, e però simpatici, fini umoristi, fondamentalmente toscanacci nell’animo, quello che da quelli parti si definisce un amabile bischero.
Marco Malvaldi, tra l’altro anch’egli con studi scientifici alle spalle, ha saputo creare dei personaggi letterari originali, fuori dal consueto schema di investigatori improvvisati.
Non soltanto, sa scrivere bene, con una prosa pulita, fluente, agile e scorrevole, dandone prova anche con altri titoli non della serie, anche se la maggior parte della sua notorietà deriva appunto dai racconti e personaggi che girano intorno al bar Lume.
Sono queste ultime buone storie, un mix di enigmi acuti ed umorismo sottile, redatte in modo semplice ma articolato in un disegno organico, che prende il lettore, lo coinvolge nella trama e nei suoi risvolti, spesso e volentieri lo sorprende con i suoi finali ad effetto, soprattutto si fa leggere tra le righe. Malvaldi riporta il suo pensiero su cose e situazioni, incentra le sue riflessioni sui lati meno noti delle persone, quelli volutamente tenuti nascosti dagli stessi interessati, per un motivo o per l’altro, spesso non necessariamente delittuosi, fa dire le sue sottili sensazioni direttamente dal suo alter ego Massimo, o più spesso questo emerge dai discorsi degli imprevedibili vecchietti, quasi questi fossero un Gran Consiglio dei Venerabili Saggi Anziani reggenti la tribù del consorzio umano.
Ne derivano storie interessanti, letture gradevoli mai fini a se stesse, divertono e però fanno pensare, inducono alla riflessione, come capita ad altri suoi colleghi Malvaldi non è un giallista, sarebbe davvero riduttivo pensarlo, qui il giallo, l’evento delittuoso è semplicemente un pretesto per discutere di ben altro, nemmeno tanto complicato: la vita, con le sue passioni e le sue azioni, il suo calore e la sua freddezza, l’estro ed il fanatismo, la solidarietà e la distanza, le giuste regole e la sfrenata avidità e cupidigia. In sintesi, tutte le storie di Malvaldi oscillano tra i diversi gradienti che intercorrono tra due esatti contrari, non a caso i racconti rimbalzano, come in una partita di ping pong, tra gli schemi razionali del giovane Massimo, figlio esemplare dei suoi tempi tecnologici e digitali, nonché con il raziocinio degli investigatori istituzionali preposti di turno, ed il gruppo degli anziani, con i loro vetusti ma sempre validi assiomi universali di vita, con il loro slancio, l’esaltazione e l’impazienza che li caratterizza e fornisce loro motivo di mordere con gusto i loro ultimi tempi, anziché trascinarne i giorni. Tutto questo Malvaldi può renderlo appieno nella sua scrittura in un unico modo: dimostrandosi attento osservatore della realtà del suo tempo, e cogliendone con la sua sensibilità i lati spesso misconosciuti e però di importanza, peso ed influenza non indifferente nel vissuto delle persone, spesso a noi contigue se non vicinissime, e di cui la frenesia dei tempi non ci permette di coglierne i risvolti umani, civili e solidali.
Marco Malvaldi allora come detto non scrive gialli, scrive delle cose della vita, poiché la vita stessa è un giallo, qualcosa che accade mentre la vivi, ed è imprevedibile, talora un mistero, non viverla è il vero delitto:
“…Le cose più importanti della tua vita ti capitano, mica le programmi. Puoi prevedere, organizzarti, fare il possibile. Ma se non sei pronto ad accettare che ti possa capitare qualcosa, magari quando ti capita non lo riconosci nemmeno.”
Serve allora osservare, e non solo con gli occhi, vedere quando accade non solo a noi, ma a tutti, perché in tutto siamo coinvolti, possiamo ben dire che non esiste cosa umana che non ci riguardi.
La pandemia questo lo ha dimostrato per bene, e Malvaldi semplicemente lo rimarca.
Un esempio, ma solo uno, è dato dallo stesso autore che lo indica chiaramente già nella dedica iniziale:
“A tutti quelli che hanno un bar, un ristorante, e a tutti quelli che ci lavorano”
Quanto il covid abbia coinvolto questa categoria di lavoratori, è paragonabile solo all’interessamento del personale sanitario, difficile per i non addetti considerarne appieno disagi e difficoltà.
Il lockdown e la reclusione coatta in casa propria coglie all’improvviso Massimo Viviani, come i tantissimi altri baristi e ristoratori della penisola, costretti per sopravvivere a trasformarsi in fornitori online, per quelli che possono riuscirci, comunque con esiti sempre rovinosi, in varia misura.
La pandemia separa inoltre forzatamente dai membri della famiglia, dagli amici, dai più banali conoscenti, in sintesi limita e incrina profondamente i rapporti sociali dal vivo di ogni genere, o paradossalmente al contrario li unisce giocoforza, acuendo disagi o tensioni : Massimo, per esempio, si trova separato a forza dalla fidanzata Alice, funzionario di Polizia che la pandemia ha colto mentre era di servizio in Calabria, bloccandola temporaneamente in quei lidi. E intanto l’obbliga alla insolita forzata convivenza, con qualche sofferenza, con la propria madre, con lui reclusa dal precipitare degli eventi durante una casuale ed inconsueta visita al figlio. A cui si aggiungono le preoccupazioni con gli amati/odiati vecchietti, perché:
“…del fatto che hai settant’anni e pesi settantacinque chili per un metro e sessanta, cioè sei la vittima covid da manuale.”
Perché un’altra categoria interessata gravemente dalla pandemia è la popolazione anziana, non soltanto per motivi di fragilità immunitaria, ma perché colpiti dalla peggiore delle virulenze: la solitudine. Gli anziani, già di per sé impoveriti di rapporti umani in tempi normali, intonano il de profundis ancor di più perché per loro, per ragioni anagrafiche fuori dal contesto dei nativi digitali, le piattaforme di rapporti online sono astruse, desuete, talora inaccessibili.
Gli anziani sono isolati, in qualche modo salvaguardati, posti prioritariamente sotto cura e protezione, e però lasciati disperatamente soli, forse assai di più che in tempi normali.
Ed eccoli qua, i vecchietti del Bar Lume. Capitanati dal più anziano in grado, nonno Ampelio, recluso doppiamente anche in virtù di un tipico accidente dell’età, la frattura di un femore. Ai vecchietti chi ci pensa in tempi di covid? Le statistiche sanitarie, naturalmente, nella conta dei caduti fanno la parte del leone, in quei giorni. Ma il punto non è questo: è l’assenza del contatto umano quello che nuoce ai vecchietti. A quell’età, il rapporto in presenza è essenziale, significa assaporare la vita dal vivo.
Allora, in tempi di scuole chiuse e DAD, didattica a distanza, che si inventano gli arzilli investigatori ottuagenari? Ma i DAD, naturalmente, investigazioni sui DAD, delitti a distanza.
Massimo pazientemente gli offre il suo supporti digitale, si occupa in prima persona di collegamenti, software, videochiamate e piattaforme condivise, e lo fa perché è il solo a notare i sintomi gravissimi:
“…cioè, io non me ne intendo troppo, e magari è normale, ma…ma secondo me Ampelio è andato in depressione…”
Allora Viviani si adopera per sconfiggere questo male subdolo che fa assai più paura agli anziani che un miserabile protista, un organismo subcellulare nato per le paturnie di un pipistrello.
Ciò obbliga il giovane ad assecondare le passioni dei suoi vecchietti, perché non abbiano a terminare i loro giorni con tedio ed insofferente malinconia. Andando contro le sue convinzioni per cui i vecchiacci dovrebbero badare solo ai fatti loro, a costo di coinvolgere la fidanzata poliziotta costretta in Calabria, si ritrova ad arrampicarsi sui vetri, a creare scenari tecnologici ad hoc per i suoi vecchietti, a soffiare bolle di sapone ad uso dei suoi “bimbi” avanti con gli anni, perché si divertano ad infrangerle e così facendo incantarsi e sorridere, come bimbi, appunto.
Insomma, Massimo il barista, sempre insofferente nei confronti dei suoi anziani avventori, stavolta li spalleggia apertamente perché abbiano a distrarsi:
“…Quando ero giovane, i vecchi raccontavano le storie ai giovani. Ora, sono i giovani che le raccontano ai vecchi.”
Marco Malvaldi le sue storie le racconta bene, perciò le sue bolle di sapone durano un po' di più di altre simili, rimandano le immagini, ne viene fuori qualcosa di maliziosamente dispettoso, da bischero, direi.


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Marco Malvaldi
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Bolle di sapone 2021-10-20 09:38:43 andrea70
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andrea70 Opinione inserita da andrea70    20 Ottobre, 2021
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Passa e va

Il Covid arriva anche a Pineta , casa natale dell'ormai famoso Bar Lume dove solitamente passano le loro giornate i terribili vecchietti e il barista Massimo.
La pandemia costringe i suddetti a starsene rintanati in casa e dove non arrivano le precauzioni anti Covid c'è una brutta caduta che costringe il buon Ampelio in ospedale per la riabilitazione.
Con la fidanzata Alice bloccata in calabria per un corso di aggiornamento che si trasforma in indagine su un omicidio il barista Massimo potrebbe quasi sentirsi solo.
Impossibile perchè i vecchietti trovano il modo di ficcare il naso anche nelle indagini di Alice in Calabria.
come sempre il giallo e relative indagini è un pretesto per descrivere un microcosmo di varia umanità fatto di amicizia, battutacce e la fondamentale voglia di non arrendersi agli anni degli arzilli nonnetti.
In questo caso la parte gialla è ancora più sfumata trattandosi di qualcosa avvenuto lontano e su cui le informazioni arrivano per interposta persona o in modo quantomeno discutibile.
Finale a sorpresa.
Come una bibita al bar il racconto procede e va giù con facilità e soddisfazione, poi ti alzi e non resta nulla ma va bene così.

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