Il mistero di Abbacuada Il mistero di Abbacuada

Il mistero di Abbacuada

Letteratura italiana

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Tempi duri per il tenente dei carabinieri Giorgio Roversi: trasferito in Sardegna per motivi disciplinari, il giovane ufficiale si trova proiettato in una terra che niente ha in comune con la sua amata Bologna. E a breve dovrà pure dire addio al suo segreto peccato di gola: la scorza di cioccolato per cui va matto è introvabile a Sassari... Sono passati solo pochi giorni dal suo arrivo, quando Roversi deve fare i conti con un omicidio. Luigi Gualandi, proprietario di Villa Flora, ha scoperto un cadavere con un orecchio mozzato nella grotta di Abbacuada, un luogo pericoloso ai confini della sua tenuta. Tutto lascia pensare a una vendetta consumatasi secondo i canoni del codice barbaricino. Un codice d'onore non scritto, quasi una giustizia parallela, che Roversi ignora del tutto e lo mette di fronte alla Sardegna più arcaica e misteriosa. Per fortuna, ad affrontare il caso non è solo: Gualandi, ex ufficiale veterinario dell'Arma, sarà un prezioso alleato per il tenente, a cui lo unisce una viscerale passione per Tex Willer. L'incontro tra i due è determinante: alle proprie capacità deduttive, Roversi può affiancare le efficaci e preziose intuizioni di Gualandi. Ma un delitto che sembrava semplice si rivela molto più complicato del previsto...

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Il mistero di Abbacuada 2018-05-21 06:31:53 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    21 Mag, 2018
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La scorza del carabiniere

Giallo italiano, che fa parte di quella serie di gialli ormai molto gettonati, con protagonisti d’eccezione che si muovono in territori molto ben definiti, geograficamente e culturalmente. Questa storia è ambientata in una Sardegna degli anni ’60, dove vige un regolamento di conti modello “occhio per occhio”, perché questa è una terra e questi sono anni in cui vige il dovere della vendetta e dove le indagini partono da alcune stranezze su alcuni animali, per poi concludersi in dinamiche familiari che vengono alla luce poco alla volta grazie all’intelligenza di chi conduce le indagini. Fra i personaggi minori, il mio preferito è Caterina, una donna sarda molto loquace, che ti apre le porte del loro particolare dialetto e della loro cucina tipica.

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Il mistero di Abbacuada 2018-04-10 15:38:22 FrancoAntonio
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    10 Aprile, 2018
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Un bolognese tra i nuraghi

Novembre 1961, il tenente Giorgio Roversi è stato trasferito per motivi disciplinari dalla natia Bologna a Sassari: i suoi metodi d’azione, più simili a quelli dell’amato eroe dei fumetti Tex Willer che a quelli di un ufficiale dell’Arma dei Carabinieri, non erano graditi ai superiori. Così, orfano di mortadella, tagliatelle al ragù, lambrusco e cioccolata tipo “scorza Majani”, deve adattarsi alla nuova realtà, davvero diversa da quella a cui era assuefatto.
La fortuna vuole che divenga subito amico con uno dei più rappresentativi abitanti di Sassari, l’ex Capitano veterinario dell’Arma, don Luigi Gualandi, proprietario di una azienda agricola poco fuori dalla città e membro della “greffa di la cionfra”, gruppo di amici sassaresi non dissimili dagli “Amici miei” di Monicelli, anche se meno goliardici.
Il Gualandi, proprio il giorno dopo l’arrivo di Roversi, nel cercare chi ha messo un laccio da cinghiali che per poco non gli uccideva l’amato cane Argo, scopre il cadavere di Carlo Ferrero, suo vicino di casa. Il corpo è nascosto nella grotta di Abbacuada sita tra le due proprietà ed è stato orrendamente mutilato di un orecchio, secondo un rituale che pare ricalcare i modelli del codice barbaricino. L’omicida è dunque Bachisio Bellu l’unica persona originaria della Barbagia che vive nella zona?
Roversi, con il contributo determinate di Gualandi, della bella governante Caterina, della teutonica donna Brunilde, moglie del Gualandi, e di altri improbabili collaboratori, tra cui Argo ed il maiale Giovannino, svolgerà accurate indagini, non trascurando, però pure un suo graduale acclimatamento negli usi, costumi e delizie alimentari della Sardegna.
Alla fine, quel team ben affiatato scoprirà non solo il colpevole del barbaro assassinio, ma anche chi mette pericolosi lacci in giro per la campagna e chi, spacciando alimenti contaminati, pone a rischio la salute di uomini e bestie del circondario.
“Il Mistero di Abbacuada” è un simpatico romanzetto nel quale la trama poliziesca, per la verità piuttosto esile, fa solo da scusante per gettare uno sguardo nostalgico all’Italia dei primi anni sessanta, quando c’era solo un canale televisivo che trasmetteva “Non è mai troppo tardi” o “Campanile sera” con il giovane Pippo Baudo; le auto da sogno erano le Aurelia B24S; la Costa Smeralda era solo un progetto sulla carta e l’ultima meraviglia tecnologica era il traghetto Tyrsus delle FS che permetteva il carico delle auto al seguito, in modo autonomo, attraverso le rampe di salita.
In effetti, proprio per la puntigliosità con la quale ci si dilunga nella descrizione di questi ed altri particolari, il romanzo sembra quasi una guida turistica per un viaggiatore nel tempo in quella Italia che non c’è più, in quella Sardegna ove l’A. (sassarese d’origine e bolognese d’adozione) era poco più che un neonato.
Esaminato il libro sotto questo profilo bisogna riconoscere che la ricostruzione dei tempi è quasi perfetta se non ci fosse un unico piccolo scivolone: nel 1961 non era possibile effettuare le cosiddette “telefonate interurbane” mediante teleselezione. Si doveva necessariamente passare per i centralini delle varie società telefoniche dell’epoca (per Sardegna e Lazio la Teti). Quindi un passaggio essenziale del romanzo forse sarebbe stato un po’ più macchinoso. Per il resto, l’atmosfera che si respira è perfetta e la documentazione molto accurata.
Anche i personaggi sono delineati con attenzione, pur nella loro ingenua linearità; gran parte degli sforzi narrativi sono stati dedicati proprio ad inventare, ricreare e dettagliare l’ambiente di quella città di provincia e le persone che l’animavano, senza dimenticare qualche strizzatina d'occhio agli usi bolognesi. Gli accenni a questi ultimi forse indulgono eccessivamente nei luoghi comuni, ma nel contesto sono annotazioni simpatiche.
Forse, ciò che manca è un maggior nerbo nella narrazione. La storia scorre in modo lineare, troppo lineare, senza colpi di scena o episodi imprevisti. Il problema poliziesco offerto al lettore è facile, troppo facile, quasi da “Settimana Enigmistica”. Lo stile usato è scorrevole, ma, forse troppo semplice ed essenziale.
Tuttavia, considerando l’opera nell’ambito delle letture d’evasione, ha una gradevolezza da non sottovalutare, proprio poiché riesce a calarci in ambiente sano e rilassante per qualche ora. Senza contare che – a chi quegli anni li ha vissuti davvero, anche solo “da cinno” o “da fangén” (come direbbe Roversi, cioè da ragazzino o da bimbetto) – una lacrimuccia di nostalgia riesce pure a strapparla.

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Il mistero di Abbacuada 2018-03-04 09:35:31 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    04 Marzo, 2018
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Sardegna e Tex Willer

Gavino Zucca è un sassarese trapiantato a Bologna ed è qui al suo primo romanzo: il protagonista, il tenente dei Carabinieri Giorgio Roversi, compie il percorso inverso, trasferito per punizione dal capoluogo emiliano al nord della Sardegna. Con il suo autore, il personaggio condivide la passione per la fisica, nonché (si suppone) quella del biliardo e quella per Tex Willer: sono proprio le avventure del ranger bonelliano che gli fa incontrare il suo Virgilio isolano, l’ufficiale dell’Arma in pensione Luigi Gualandi. L’albo in questione è il lontanissimo ‘Dodge City’, numero diciannove della serie gigante, perché siamo agli inizi degli anni Sessanta, il che è fonte di ulteriore inquietudine per Roversi che oltre che nello spazio teme di muoversi (all’indietro) nel tempo. Gualandi è un piccolo possidente e lo introduce al notabilato della città, ma soprattutto nel suo variegato ambito familiare, in cui convivono – in modo non sempre pacifico – la madre, la moglie e la suocera tedesche, la figlia adolescente, l’arguta cameriera Caterina con il brusco fratello Michele nonché un certo numero di animali dalla spiccata personalità. Nella proprietà vicina a quella di Gualandi avviene il delitto sul quale è necessario indagare: una faccenda di eredità non particolarmente complessa che coinvolge le speculazioni sulla Costa Smeralda che deve ancora nascere. Se la trama gialla non brilla, tutto ciò che Zucca vi ha cucito attorno risulta invece interessante immergendo il lettore in un microcosmo ben delineato dove ognuna delle figure che salgono sulla scena ha una sua precisa fisionomia: in poche parole, la stessa manovra avvolgente con il quale viene integrato Roversi che, quando non resta affascinato dal paesaggio, si fa volentieri prendere per la gola visto che la passione per la buona tavola degli investigatori italiani non si smentisce mai. Non si sa perché sia finito lì – ma il motivo deve aver a che fare con le maniere sbrigative del suo eroe di carta – ma il suo procedere annusando l’aria alla Maigret (citato espressamente) favorisce l’integrazione: capisce quando non è il caso di pestare i calli (il giudice e la bella donna che vive con lui more uxorio), ma sa allestire trappole che scattano al momento giusto. Il romanzo si rivela così un intrattenimento davvero piacevole al quale contribuisce una scrittura che fila via che è un piacere tanto che resta la curiosità di vedere se e come il tutto si svilupperà in una serie: non per sapere dove andrà a parare l’intesa tra Roversi e Caterina, ma per verificare come l’autore saprà destreggiarsi con la pura investigazione senza il corroborante numero di pagine qui dedicato alla (azzeccata) caratterizzazione dei personaggi.

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