Narrativa italiana Gialli, Thriller, Horror Nella perfida terra di Dio
 

Nella perfida terra di Dio Nella perfida terra di Dio

Nella perfida terra di Dio

Letteratura italiana

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Da tempo, al nome di Omar Di Monopoli ne sono stati accostati alcuni altri di un certo peso: da Sam Peckinpah a Quentin Tarantino, da William Faulkner a Flannery O'Connor. Per le sue storie sono state create inedite categorie critiche: si è parlato di western pugliese, di verismo immaginifico, di neorealismo in versione splatter. Nonché, com'è ovvio, di noir mediterraneo. Questo nuovo romanzo conferma pienamente il talento dello scrittore salentino - e va oltre. Qui infatti, per raccontare una vicenda gremita di eventi e personaggi (un vecchio pescatore riciclatosi in profeta, santone e taumaturgo dopo una visione apocalittica, un malavitoso in cerca di vendetta, due ragazzini, i suoi figli, che odiano il padre perché convinti che sia stato lui a uccidere la madre, una badessa rapace votata soprattutto ad affari loschi, alcuni boss dediti al traffico di stupefacenti e di rifiuti tossici, due donne segnate da un destino tragico, e sullo sfondo un coro di paesani, di scagnozzi, di monache), Omar Di Monopoli ricorre a una lingua ancora più efficace, più densa e sinuosa che nei romanzi precedenti, riuscendo a congegnare sequenze forti, grottesche e truculente in un magistrale impasto di dialetto e italiano letterario - sino a farla diventare, questa lingua, la vera protagonista del libro.

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Nella perfida terra di Dio 2018-10-10 05:07:04 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    10 Ottobre, 2018
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Gesù e arivato

Un sole malato, cocente, implacabile brucia la terra, le piante, la pelle e lo spirito di uomini e donne. All'orizzonte colonne di fumo cancerogeno vengono sputate nel cielo dalle ciminiere dell'Ilva, intossicando l'aria. Nel sottosuolo rifiuti tossici, nascosti dalla criminalità organizzata in cambio di denaro, appestano la terra. Veleni che inevitabilmente si trasmettono alle persone, contagiandone non solo il fisico ma giungendo ad ammorbarne perfino l'anima. Omar Di Monopoli ci porta a Rocca Bardata, fantomatico paesino dell'entroterra Tarantino, per seguire le vicissitudini dei fratelli Della Cucchiara, Gimmo e Michele. Due ragazzini che, nel corso delle loro brevi esistenze, ne hanno dovute subire di tutti i colori. Cresciuti con il nonno Nuzzo, sorta di santone laico dedito alla preghiera e a fantomatici miracoli, tra stenti e sporcizia, malvisti dai compaesani, vessati dai coetanei. Alla morte del nonno seguirà il ritorno a casa del padre, Tore, noto malavitoso datosi alla macchia in seguito alla scomparsa della moglie, di cui si sospetta sia l'assassino. Perché è tornato? Per prendersi cura dei suoi figli, come spera Michele? Per prendersi le proprietà del suocero, come sospetta Gimmo? Per regolare dei conti in sospeso, come teme Carmine Capumalata, boss locale ed ex socio di Tore? Lo scopriamo pian piano, in un continuo alternarsi di "prima" e "dopo", capitoli che ora parlano al presente, ora al passato. La verità vien fuori poco alla volta, di pagina in pagina mettiamo insieme i tanti tasselli di un piccolo mosaico che vanno a comporre una storia tanto realistica quanto amara. Un libro senza eroi, senza buoni, senza vincitori, ambientato in un borgo dimenticato da Dio e dallo Stato, dove a governare realmente è solo la criminalità, dove la gente si arrangia come può per vivere, affidandosi alla fede, al sudore della fronte, alla speranza o ad un'arma da fuoco. Un lessico forbito, ricercato, elegante si mescola alla spontaneità, al folklore di un dialetto spesso rozzo, triviale, blasfemo, creando un linguaggio ibrido ed affascinante che da un lato delizia il lettore con sprazzi di letteratura di prim'ordine e dall'altro lo avvicina alla storia e ad i suoi protagonisti rendendo tutto più realistico. I personaggi sono caratterizzati con pochi tratti ma sufficienti a delinearne il carattere, le esperienze, l'anima. Sullo sfondo una Puglia lontana anni luce da quell'immagine turistica tutta mare, tamburelli, buon cibo e buon vino. "GESÙ E ARIVATO" recita uno sgrammaticato quanto ottimista cartello all'ingresso della fatiscente proprietà di 'mpa Nuzzo. "Dio non c’è. Siamo soli. Viviamo come capita e poi tutto finisce. Non c’è altro" recita invece scoraggiata, rassegnata, avvelenata, sua figlia Antonia, madre dei protagonisti. Chi dei due avrà ragione in questa sporca, brutale, disperata, perfida terra di Dio? "Quando le autorità ebbero espletato tutte le procedure previste, lasciandolo solo e ribollente d’ira, l’uomo, al pari d’un vitello marchiato a fuoco, s’abbandonò a un lungo e terribile urlo che non sembrò minimamente scuotere né glorificare la squassata fissità di quel microscopico lembo della perfida terra di Dio. Rimase tutto tale e quale, e alla fine il silenzio senza peso del tempo calò unanime e indifferente a riguadagnare il proscenio".

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