Narrativa italiana Romanzi Marianna Sirca
 

Marianna Sirca Marianna Sirca

Marianna Sirca

Letteratura italiana

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Marianna Sirca, dopo la morte di un suo ricco zio prete, del quale aveva ereditato il patrimonio, era andata a passare alcuni giorni in campagna, in una piccola casa colonica che possedeva nella Serra di Nuoro, in mezzo a boschi di soveri. Era di giugno. Marianna, sciupata dalla fatica della lunga assistenza d'infermiera prestata allo zio, morto di una paralisi durata due anni, pareva uscita di prigione, tanto era bianca, debole, sbalordita: e per conto suo non si sarebbe mossa né avrebbe dato retta al consiglio del dottore...



Recensione della Redazione QLibri

 
Marianna Sirca 2015-01-15 16:56:24 silvia71
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silvia71 Opinione inserita da silvia71    15 Gennaio, 2015
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Marianna Sirca

Risale al 1915 la pubblicazione di “Marianna Sirca”.
I protagonisti delle opere della Deledda appartengono sempre a classi sociali ben definite e distinte, impermeabili tra loro; padroni e servi costituiscono una costante, ma in questo romanzo appare un'ulteriore “specie”, il bandito.
Argomento funesto quello del banditismo, fenomeno strettamente radicato tra le pieghe dell'aspro territorio sardo, di cui l'autrice fornisce un volto ed un nome.
Il bandito non è solamente un ricercato, un uomo relegato alla clandestinità e al compimento di azioni contro legge, è un uomo che brucia di passioni, che lancia una sfida al destino per liberarsi dal giogo di una vita da esiliato.
Il volto del bandito è quello di Simone Sole, il cui cognome cozza contro le tenebre scese sulla sua vita.
Il volto della giovane donna piegata alla volontà impostale dalla famiglia possidente è Marianna, vittima di un ruolo e di consuetudini sociali che esaltano la smania di ricchezza a scapito della felicità.
Due personaggi nitidi come scatti fotografici, espressione di un realismo narrativo suggestivo e coinvolgente, due vite che cercano il riscatto, che lottano con fermezza per strappare al fato un briciolo di fortuna e di amore.
La solitudine è palpabile e spessa come una cappa, toglie il fiato e ammutolisce il lettore.
Solitari i cuori così come le lande silenziose del nuorese, percosso dai gelidi venti invernali ed imbiancato da candida neve.
Un romanzo in cui l'elemento naturale è parte integrante della narrazione, giungendo a fondersi con gli stati d'animo e gli umori dei personaggi, creando un flusso di immagini ed eventi in stretta simbiosi.
Con “Marianna Sirca” Grazia Deledda conferma le sue doti narrative raccontando una storia che arde di passioni, che anela gioia, che spezza le catene del pregiudizio verso certa umanità, che parla di un territorio ruvido e percorso da forti contrasti.
Capolavori le pennellate di colore, le sensazioni olfattive persistenti, gli struggimenti emotivi e gli immancabili colpi di coda del destino.

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Marianna Sirca 2021-10-09 14:34:42 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    09 Ottobre, 2021
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L'amante del bandito

“Ella rabbrividiva. Le sembrava di aver le gambe pesanti, come da ragazzetta quando l’avevano costretta a calzare le scarpe alte nuove, e desiderava andare a piedi nudi, ritornare scalza, ritornare bambina.”

Marianna Sirca e Simone Sole sono due personaggi apparentemente liberi, che hanno conquistato con fatica questo status. Lei, una donna ormai benestante, senza vincoli familiari, forte della sua solitudine e indipendenza. Lui, un bandito, un fuorilegge che non deve rendere conto a nessuno, soltanto, eventualmente, alla propria coscienza.
Entrambi sono arrivati a questo punto delle loro esistenze non senza sofferenza, non senza aver faticato e attraversato un cammino difficile. Marianna è stata mandata, ancora bambina, a vivere con uno zio prete; ha dovuto rinunciare al calore di una famiglia, alla spensieratezza, alla giovinezza. Simone ha deciso di intraprendere la vita del bandito per estrema insofferenza nei confronti della sua condizione di servo, per il senso di ingiustizia e di rivalsa che gli esplodeva dentro con la consapevolezza di essere completamente misero e senza speranze di emancipazione. Entrambi pensano di essere liberi e padroni del proprio destino finché non si innamorano. Sarà questa passione che svelerà loro che invece liberi non lo sono: sono assoggettati alle regole e alle convenzioni sociali. In particolare Simone, che per sfuggire alla propria condizione è deliberatamente uscito dal contesto legale, se vuole ora riappropriarsi dei diritti che spettano a chi sta dentro alla società civile, come sposare una donna, deve per forza scontare una pena, deve perdere la sua libertà e la sua indipendenza ed affrontare il carcere.
Un romanzo molto lineare nella trama, dalle splendide descrizioni, con il quale Deledda si confronta con la figura del brigante. Ne viene fuori una narrazione lontana sia dal verismo sia dai cliché letterari che presentavano la figura del brigante come avvolta in un’aura romantica e mitica. Qui il protagonista maschile non ha niente dell’eroe; diventa un bandito per sottrarsi ad una condizione di miseria, ma non è un fuorilegge particolarmente cattivo, è solo un ragazzo che cerca di tirare avanti in modo illegale ma non facendo troppo male al prossimo. Quando dovrebbe mostrare davvero coraggio e fare una scelta di vita coerente con i suoi valori, non ce la fa, non ci riesce.
Marianna invece è una figura femminile forte, una donna che difende la sua indipendenza ed emancipazione – ricordo che il romanzo è datato 1915- anche se alla fine deve per forza accettare anche lei la realtà di quel tempo e le regole di quella società.
Buona lettura.

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Marianna Sirca 2020-02-25 12:14:43 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    25 Febbraio, 2020
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La signora ed il brigante

“Ascolta chi ti vuol bene” le ripetono da sempre.
E lei fin da piccina e’ abituata ad ubbidire, destinata ad una vita da servetta nella casa dello zio possidente, auspicando di beneficiare della cospicua eredita’.
Un giorno tutto questo sarà tuo, le dice quel buon uomo del padre, mentre lei lascia scivolare le palpebre sui suoi grandi occhi placidi e bambina si addormenta nella culla di una morbida conca del pascolo sardo, per svegliarsi ormai trentenne. Adulta e ricca, ma sempre piu’ sola, pronta a sfidare le convenzioni ammaliata dal primo sguardo d’amore.

Signori e servi, briganti e pastori, la vicenda è piacevole ma riscontro un pregio particolare nella descrizione ambientale. E’ una regione arcaica, aspra e selvaggia quella in cui conduce Deledda e lo fa con lo stesso passo che una madre avrebbe nel raccontarci – satolla d’amore- il figlio neonato, vedendo ciò che noi non vedremmo.

Intensi sono i profumi della tanca, il rigido inverno che si accanisce sul bestiame stremato ed affamato, pane bianco pane nero e grandi grappoli di uva dorata, la ruvida e buia roccia delle grotte in cui si rintanano i banditi, cascate isolate e specchi d’acqua cristallina in cui la luna ama ammiccare prima dell’alba.
Sfumato da pennellate poetiche, l’entroterra sardo e’ narrato in un’infusione di grazia ed affezione, immobilità fuori dal tempo che mi ricorda l’approccio di Kawabata alle sue amate immagini giapponesi.

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