Narrativa italiana Romanzi Più alto del mare
 

Più alto del mare Più alto del mare

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Letteratura italiana

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Fine anni '70, carcere di massima sicurezza su un'isola italiana. Luisa, contadina di un piccolo borgo dell'Italia centrale, va a trovare il marito detenuto da molti anni; Paolo, invece, è un ex professore di liceo, che solo di rado ha il permesso di vedere il figlio brigatista. I due sono costretti dal maestrale a rimanere per la notte sull'isola, scortati dall'agente carcerario Nitti, in crisi con la giovane moglie per la difficoltà di raccontarle ciò che vive ogni giorno. E in quella lunga notte di tempesta ognuno ripercorre i propri drammi, scoprendo le proprie fragilità e dando vita così, per quel breve momento, a un legame speciale con l'altro.



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Più alto del mare 2020-03-12 11:16:01 patrizia torrigiani
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Opinione inserita da patrizia torrigiani    12 Marzo, 2020

commento

Il romanzo è AMARO, questo è l’aggettivo che mi sale per primo e predomina sugli altri. Perfino la Sardegna è amara in questo contesto, tanta bellezza per tanto dolore…
Amaro perché un padre che, come il mio, predicava ai suoi figli il rifiuto del sistema, la fine della famiglia, l’uccisione del padre, testuale, figli i quali ognuno a suo modo hanno al loro tempo contestato il sistema, si ritrova con un figlio brigatista e assassino, che ha assorbito e portato alle estreme conseguenze i suoi insegnamenti, e che come un alieno profferisce parole irricevibili.
Il DOLORE di questo padre emana dalle pagine del romanzo, come emanava, in misura ben minore, dal petto del mio di padre quando nel ‘77 mio fratello andava in piazza e la sera non tornava mai a casa e non si sapeva dove e con chi stesse passando il suo tempo. Il dolore di quel padre è acuito dalla perdita della moglie di crepacuore e lui si aggira per i luoghi del mondo quasi senza vederlo il mondo, con una sola immagine negli occhi e nel cuore quella del figlio assassino convinto. E infatti lo insegue nei suoi pellegrinaggi carcerari, perché a un figlio gli vuoi bene anche se è brigatista (lo diceva mio padre ancora una volta).
Amaro perché una moglie sottomessa e prevaricata, con un marito pluriassassino che è un onest’uomo, si aggira anche lei per i luoghi del mondo senza vederlo e con la sensazione, quasi una consapevolezza, e di sicuro un sollievo che è un bene che suo marito sia in galera e non in casa a fare danno o nel suo letto. Una brava donna, contadina, semplice, saggia, madre di un numero di figli che l’aiutano nel lavoro dei campi per tirare avanti. Anche lei è un coacervo di dolore perché la sua vita è sbagliata, storta, e lei non ha una colpa al mondo se non quella di aver sposato un violento.
Le due anime si incontrano e mescolano il loro dolore, altra parola ricorrente, e si consolano come possono nelle frange del tempo che devono loro malgrado condividere perché c’è tempesta, maestrale, un vento maestoso e impetuoso che fa paura a chi è in mare ma che apre i polmoni a chi è a terra, una giornata di maestrale in Sardegna, col cielo azzurro, è uno spettacolo della natura… ma loro non lo vedono, è tutto filtrato da quel loro indicibile dolore.
C’è anche la figura del secondino, giovane ragazzo, in galera anche lui, in un paradiso terrestre com’è l’Asinara. Lui che verrà inesorabilmente contaminato dalla violenza dei detenuti e della vita carceraria.
L’isola ha un ruolo molto importante nel romanzo, da essa emanano i profumi intensi della macchia mediterranea, i colori del mare calmo, turchese fino all’impossibile, e quelli del mare in tempesta plumbeo e spaventoso nella sua forza irrefrenabile. E qui il contrasto tra il suddetto paradiso e le miserie umane si fa fortissimo e quasi ti domandi come possano convivere e perché mai su quell’isola paradisiaca ci sia un carcere duro (per fortuna non c’è più e io l’ho potuta visitare!!). Questo è un aspetto che mi ha molto colpito, vado in Sardegna quasi ogni anno e il contrasto con il contenuto del romanzo è stridente.
Una bella storia dunque, che parla di vita vissuta come piace a me, scrittura semplice certo, ma non è un pregio? Dire cose importanti con una scrittura semplice (non sono io quella che può giudicare la scrittura, a me Thomas Mann fa venire sonno…)? La scrittrice si è ben documentata direi, come confermano gli altri suoi libri, e ne emerge infatti un quadro molto convincente di uno scorcio di storia recente in cui molte certezze vacillarono, mi ricordo, avevo 25 anni, ero giovane e non mi sentivo più sicura in quel mondo in cui, quelli in cui credevo, quelli della sinistra radicale, deragliarono spaventosamente dai binari, e tutti dovemmo rivedere le nostre posizioni e convincerci di certi racconti a cui non volevamo credere.
La prigione, anche all’Asinara, è dura, piena di spigoli, gente durissima da un lato e dall’altro, molta gentaglia, quasi tutta. Certo hanno diritto alla possibilità di una redenzione ma la maggior parte di loro è gentaglia che appena esce torna a delinquere e dunque come può non essere dura la prigione? Certo i diritti umani vanno rispettati, ma avete visto cos’è successo col covid? Tutte le carceri in rivolta a partire da quello di Modena dove c’è un boss della mafia del Gargano, e dice Emiliano, che hanno organizzato tutto per farlo evadere.
Tuttavia nel romanzo non c’è atteggiamento ‘radicale’ verso i detenuti, non sono poverini, ma sono assassini e uccidere qualcuno è per sempre, se uccidi una volta puoi uccidere ancora, non ho molta compassione per costoro.

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Più alto del mare 2014-09-22 06:50:57 ferrucciodemagistris
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ferrucciodemagistris Opinione inserita da ferrucciodemagistris    22 Settembre, 2014
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Disagi nascosti

Fine degli anni ’70 in un carcere di massima sicurezza ubicato su una piccola isola del nostro mar Mediterraneo; due storie parallele che riescono, per una mera casualità, ad avere molti punti di contatto e comprensione reciproca; la narrazione vuole enfatizzare ciò che spesso passa in secondo piano e, anche, del tutto dimenticato: cioè il disagio profondo che colpisce sia coloro che sono addetti alla sorveglianza, sia i familiari dei detenuti. Un disagio nascosto che conduce, spesso, alla disperazione e al mal di vivere.
Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, un lessico facile e coinvolgente, una scrittrice che è una scoperta.

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Più alto del mare 2012-09-07 16:41:37 giuse 1754
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giuse 1754 Opinione inserita da giuse 1754    07 Settembre, 2012
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Il dolore condiviso


Una forte mareggiata e un incidente impediscono il rientro verso il continente di due visitatori al carcere speciale dell’Isola, forse l’Asinara.
Probabilmente la Melandri non rivela il nome dei luoghi proprio perché la storia possa assumere un valore universale. Questo carcere speciale avrebbe potuto essere in qualsiasi altro luogo in quel particolare periodo, la fine degli anni Settanta, quando una minoranza terrorista chiamava “autofinanziamento” le rapine, “rivoluzione” la violenza ai danni di uomini-simbolo delle Istituzioni, “servi dello Stato” i tutori dell’ordine, “proletariato” loro stessi e i loro simpatizzanti, indipendentemente dalla vera classe sociale di appartenenza.
Il figlio di Paolo, ex professore di filosofia, è uno di quei terroristi prigionieri dell’Isola e lui non si dà pace al pensiero che il seme di quella violenza possa essere involontariamente derivato proprio dalle sue parole. In uno dei tanti flash-back ricorda come avesse sempre cercato, fin da quando il figlio era bambino, di instillare in lui l’amore per l’uguaglianza, come lo incitasse a cercare di cambiare il mondo perché fosse un posto più giusto.
Quando un allievo gli dirà, mostrandogli il pugno chiuso, di riferire al figlio che i compagni sono orgogliosi di lui, Paolo abbandonerà per sempre l’insegnamento, conscio di aver fallito quella che per lui era una missione.
Tiene nel portafogli un ritaglio di giornale con la foto di una bambina ai funerali del padre, che è stato una delle vittime del figlio di Paolo.
Luisa, invece, è la moglie di un uomo condannato per aver ucciso due persone a mani nude.
Conosce solo la fatica dei campi e l’impegno di tirar su i figli unicamente con le sue forze. Dell’amore sa solo l’accettazione dei doveri coniugali e la paura per un marito violento e insensibile.
E’ una persona semplice di buoni e saldi principi, che va a trovare il marito per senso del dovere e non spera più in niente di buono e di nuovo per lei.
L’incontro con Paolo le farà invece capire che esistono anche uomini diversi, persone capaci di lasciarti il posto più comodo, di accarezzarti i capelli, di tenerti la mano mentre piangi e fino a che non ti addormenti.
Due vite attraversate da dolori diversi, più viscerale quello di Paolo, più legato alla situazione contingente quello di Luisa, si incontrano per un attimo, troppo breve per sconvolgerne il percorso, ma così intenso da riuscire a rendere più leggero il reciproco, penoso fardello.
Dopo l’unica notte d’amore Luisa “porterà” la foto della bambina nel proprio portafogli.
Trovo bellissima questa invenzione narrativa e l’utilizzo del verbo portare usato proprio per suggerire il caricarsi di un peso che è stato di un altro.
L’agente carcerario Nitti ha in consegna i due visitatori ed è sull’Isola da tantissimo tempo. Con lui vivono la moglie Maria Caterina e i due figli, da lui teneramente amati. Il carcere ha modificato il suo carattere, l’ha reso a tratti violento per rispondere alla brutalità dei carcerati, ha fatto di lui il prigioniero di un ruolo.
Il “servo dello Stato” che per i terroristi, quindi anche per il figlio di Paolo rappresenta il nemico, è in realtà un lavoratore onesto che cerca di fare il proprio lavoro, il vero proletario della situazione, come direbbe Pasolini .
Anche per lui Luisa farà qualcosa, favorendo con le sue parole di commiato il confronto sincero con la moglie, che proprio alla visitatrice aveva rivelato i suoi timori legati alle durezze del carcere.
La Melandri con stile semplice e incisivo ci fa rivivere un decennio particolare della nostra Storia, immergendoci con sensibilità e partecipazione emotiva in questo spaccato di vite coinvolte dai tragici avvenimenti di quegli anni.


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Più alto del mare 2012-06-24 18:18:20 ant
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ant Opinione inserita da ant    24 Giugno, 2012
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L'Isola con la I maiuscola

Libro ambientato nel 1979 e che ha come protagonisti alcuni familiari di terroristi detenuti in un carcere di massima sicurezza.
Il 1979, ricordiamo per chi non ha vissuto quegli anni, è considerato il cuore buio di quel periodo, subito dopo il rapimento e l'uccisione di Moro e prima della strage di Bologna,Ustica etc
Mi hanno molto colpito di questo libro le pagine in cui la scrittrice sa far risaltare mirabilmente le caratterizzazioni psicologiche dei personaggi principali:
1) L'Isola sempre scritta in maiuscolo, l'autrice non dice mai esplicitamente che si tratta dell'Asinara, cmq il carcere di massima di sicurezza è quello. Il contrasto tra la bellezza della natura, gli asinelli, i profumi e i paesaggi con la storia triste del luogo arriva prepotentemente al lettore
2)Paolo un prof di filosofia al liceo, dilaniato interiormente dal fatto di aver un figlio in carcere accusato di delitti orrendi
3)Luisa contadina semplice e laboriosa che con 5 figli da crescere si macera l'animo nel pensare alle vicissitudini relative al marito 4)Il secondino Pierfrancesco cupo, taciturno apparentemente ostile e torvo che nasconde alla moglie tutte le cose che avvengono all'interno del carcere.
Una burrasca improvvisa fa sì che la nave con Luisa e Paolo a bordo debba restare un'altra notte all'Isola,
ed è in questo frangente che i personaggi principali del libro si aprono a livello confidenziale e vien fuori un gradevole spaccato di digressioni intimistiche, psicologiche e personali che porterà poi ognuno di loro ad affrontare tante situazioni della vita in maniera diversa.
Bello e interessante

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libri che invogliano a sperare e credere che tutto possa cambiare in meglio
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