Narrativa straniera Gialli, Thriller, Horror Abbiamo sempre vissuto nel castello
 

Abbiamo sempre vissuto nel castello Abbiamo sempre vissuto nel castello

Abbiamo sempre vissuto nel castello

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"A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce"; con questa dedica si apre "L'incendiaria" di Stephen King. È infatti con toni sommessi e deliziosamente sardonici che la diciottenne Mary Katherine ci racconta della grande casa avita dove vive reclusa, in uno stato di idilliaca felicità, con la bellissima sorella Constance e uno zio invalido. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro passione per i minuti riti quotidiani, la buona cucina e il giardinaggio, se non fosse che tutti gli altri membri della famiglia Blackwood sono morti avvelenati sei anni prima, seduti a tavola, proprio lì in sala da pranzo. E quando in tanta armonia irrompe l'Estraneo (nella persona del cugino Charles), si snoda sotto i nostri occhi, con piccoli tocchi stregoneschi, una storia sottilmente perturbante che ha le ingannevoli caratteristiche formali di una commedia.



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Abbiamo sempre vissuto nel castello 2020-09-17 13:08:51 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    17 Settembre, 2020
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Metterò la morte nel loro cibo e li guarderò morir

Una ragazzina che sogna un cavallo alato che la porterà sulla Luna, dove la sorella pianterà il suo orticello e dove avranno la loro casetta al riparo di tutti i mali. Una ragazzina che viene fischiata e bullizzata dagli abitanti del paese e che per sopportare la tortura di andare a fare le commissioni si deve inventare dei giochi immaginari. Fragile, indifesa, timida, che muove velocemente i piedini per essere presto di ritorno a casa. Ogni tanto canticchia e per la maggior parte del tempo si immagina un mondo fantastico in cui essere felice. Che tenera immagine, vero? La stessa ragazzina però è appassionata di Riccardo cuor di leone e di un fungo velenoso. Sogna ad occhi aperti che le persone che incontra cadano morte stecchite a terra e che lei calpesti i loro cadaveri e non lesina maldicenze di ogni genere a qualsiasi essere estraneo:

"Si bruceranno la lingua, pensai, come se mangiassero fuoco. Ogni volta che quelle parole gli usciranno di bocca sentiranno le fiamme in gola, e nella pancia un tormento più rovente di mille incendi."

Una ragazzina che inizialmente sembra essere la vittima di tutti, persino di sua sorella che viene descritta con tinte ambigue, tant'è che il lettore proverà subito pena per lei e si schiererà dalla sua parte. Ma l'empatia è breve, seppur il personaggio non risulti del tutto antipatico in quanto presenta un ovvio quadro clinico patologico essendo affetta da disturbi ossessivi compulsivi, è chiaramente una ragazza bisognosa di aiuto ma è anche la fonte di parecchi mali. Il male è insito però nella maggior parte dei personaggi anche se, alcuni cercano di redimere. 

Due ragazze, un gato e un castello andato in rovina, sembra quasi una favola e a modo suo lo è perché il finale è decisamente "e vissero felici e contenti", tant'è che le parole finali sono "siamo cosi' felici", ma se fosse una sana e oggettiva felicità sarebbe per l'appunto una favola e non un racconto inquietante che in realtà è. Lo stile dell'autrice è pulitissimo e curato nei minimi particolari, dai dialoghi alle descrizioni che sono sempre ben calibrate con luci e ombre e nonostante descrive una realtà verosimile e quindi senza fare appello a zombie, fantasmi o pareti insanguinate, riesce a far serpeggiare un filo di terrore durante tutta la narrazione. Si ha terrore non del paranormale ma della gente, della persona a te cara, di una timida ragazzina indifesa. Non esiste alcun male che sia superiore alla realtà e Shirley Jackson descrive proprio questo orrore terreno. Ho molto apprezzato anche l'atmosfera gotica che l'autrice crea e anche il fatto che i fatti vengono chiariti lasciando poco spazio al dubbio nel lettore, confonde e gioca con le idee ma verso la fine i nodi vengono al pettine. E' stata la prima volta che ho letto qualcosa di Shirley Jackson e sicuramente leggerò altro. Trovo la sua scrittura molto raffinata, appagante e stimolante.

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Abbiamo sempre vissuto nel castello 2020-09-15 17:22:23 Tomoko
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Tomoko Opinione inserita da Tomoko    15 Settembre, 2020
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Inquietudine

È proprio vero, Shirley Jackson non ha proprio bisogno di alzare la voce.
Il libro trasmette costantemente inquietudine che non viene mai incorniciata bene come se fosse un fiume che straripa dai margini.
Chi è la famiglia abitudinaria che vive nel castello? La famiglia Blackwood, travolta da un “tragico incidente” dove pare che una delle due sorelle abbia avvelenato l’intera famiglia.
Gli unici sopravvissuti sono Mary Katherine, lo zio Julian e Constance, appunto, l’autrice degli assassini.
Ma perché quando maryKat va a fare la spesa viene assalita da sguardi truci e parole pesanti?
Chi è il male? Gli abitanti del paese o questi inquietanti personaggi che vivono nel castello?
La routine dei Blackwood viene a mancare al momento dell’arrivo di un personaggio che cercherà di abitare nel castello con loro. In un susseguirsi di scene inaspettate, “abbiamo sempre vissuto nel castello” destabilizzerà anche ogni certezza del lettore che finirà questo libro!

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Abbiamo sempre vissuto nel castello 2020-09-08 08:46:57 lapis
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lapis Opinione inserita da lapis    08 Settembre, 2020
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Follia travestita da normalità

“Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto vieni.
Fossi matta, sorellina, se ci vengo m'avveleni”.

Pietanze prelibate, fini tovaglie, porcellane decorate: le cene in casa Blackwood sono sempre state sontuose. Anche adesso, Constance ci tiene così tanto, cura personalmente l’orto, prepara barattoli e conserve, cucina torte e pasticci. Ma è stato proprio durante una cena cucinata da Constance, sei anni prima, che sono morti tutti. Zucchero all’arsenico. È una vera fortuna che Constance non usi mai lo zucchero, che Mary Katherine fosse stata mandata a letto senza cena, che zio Julian ne abbia usato poco. Sono gli unici sopravvissuti.

Per la giustizia non c’è stato un colpevole, ma in quella casa così placida e tranquilla, dove ogni giorno scorre nella ritualità di gesti sempre uguali, tra rose e marmellate, è passato il male; e forse vi serpeggia ancora. Oppure la cattiveria non si nasconde dentro, ma all’esterno di quelle mura, che proteggono la memoria e la colpa di chi è restato? Oltre il recinto, in quel paese di sguardi diffidenti, di filastrocche denigratorie, di meschine provocazioni. Oltre la porta, in quel cugino giunto all’improvviso in visita, con intenzioni ambigue.

La genialità di questo breve romanzo sta proprio nell’ambivalenza con cui viene contrapposto bene e male. Avvertiamo la presenza del male, come un sentore o un presagio, lo avvertiamo nell’esasperata solitudine di Constance, nelle stravaganti manie di Mary Katherine, nell’ossessione di Julian, eppure non riusciamo a definirne con precisione i contorni. Sappiamo che l’apparente normalità di casa Blackwood nasconde un pozzo nero, e dovremmo augurarci per tutti loro di riuscire a fuggire e ritrovare il mondo, invece pagina dopo pagina percepiamo sempre più il mondo esterno come una minaccia incombente, una morsa soffocante, un nemico da cui proteggersi. E ovunque si volga lo sguardo, si trova solo ordinaria follia.

Thriller psicologico, horror, mistery - nessuna definizione sembra calzare alla perfezione. Di certo, una lettura fulminante, che è un’impresa abbandonare, perché una volta preso in mano il filo di questa inquietante normalità, non si può fare a meno di seguirlo per scoprire dove ci condurrà.

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Abbiamo sempre vissuto nel castello 2020-01-25 18:16:47 ferrucciodemagistris
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ferrucciodemagistris Opinione inserita da ferrucciodemagistris    25 Gennaio, 2020
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Grottesco

Chi sono i Blackwood? Un'antica e ricca famiglia di tradizione aristocratica che ha sempre vissuto in una dimensione superiore rispetto agli abitanti della cittadina dove sorge la loro ambiziosa e ridondante dimora che ha tutte le caratteristiche di un piccolo castello con tanto di cantine, due piani, soffitta e giardino con orto, il tutto contornato da un'ampia distesa boschiva che ha come confini un cancello robusto e una protezione di una recinzione che traccia un confine sia reale che immaginario sul resto della popolazione.

All'epoca della narrazione vivono nella maestosa, ma allo stesso tempo grottesca, residenza le due sorelle Blackwood, Constance e Mary Katherin, e lo zio Julian, invalido in sedie a rotelle. L'ambiente descritto è sempre stato motivo d'invidia provocando sentimenti di odio verso i Blackwood, in particolar modo dopo un accadimento che ha avuto luogo sei anni prima nel castello e ha provocato la morte violenta di gran parte della famiglia di origine. Sta di fatto che la vita condotta dalle sorelle, in maniera precipua dalla più piccola Mary Katherine (Merrycat), è segnata da una routine di scadenze con ruoli precisi e attività al limite del parossismo; le vicissitudini che continuano nel tempo presente, con alcuni flash nel passato, sono angoscianti a causa del totale distacco dalle relazioni sociali con gli altri abitanti che inducono i residenti del castello a una vita di reclusione sempre più chiusa in un loro ipotetico mondo che trasforma la realtà in una spirale avvolgente le loro esistenze in una dimensione parallela fatta di allucinazioni, riti assurdi e scrupolosa puntualità delle attività giornaliere.

Nonostante l'apparente stranezza della loro esistenza, tutto procede normalmente secondo le abitudini delle sorelle che accudiscono lo zio invalido e le stesse si sentono felici; la routine viene intaccata e, di conseguenza, sconvolta dall'arrivo di una persona che cercherà, in maniera invadente, di capire cosa è accaduto qualche tempo prima e inoltre trama al fine di impossessarsi della probabile ricchezza nascosta chissà dove; si creano, quindi, delle condizioni di forte instabilità emotiva che rendono il romanzo pieno di colpi di scena fino a un finale inaspettato secondo la tradizione dei migliori gialli/horror.

Il finale, appunto, lascia al lettore un dilemma circa l'eventuale protrarsi narrativo; cosa potrà ancora succedere? Le cose e le vicissitudini cambieranno? Chissà! Ognuno trarrà le proprie conclusioni.

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Abbiamo sempre vissuto nel castello 2018-04-28 21:03:02 La Lettrice Raffinata
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    28 Aprile, 2018
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Genesi di un racconto dell'orrore

Essere elogiati dal maestro del thriller, Stephen King, non è da tutti. E pochi possono dire di aver meritato la sua ammirazione come Shirley Jackson, dotata di una straordinaria abilità nle mantenere il lettore in costante tensione, con la sensazione che da una pagina all’altra succederà qualcosa di tragico ed irreparabile, ma senza un solo inciampo nel banale o nella violenza gratuita.
Al centro di questo eccellente romanzo, troviamo i Blackwood, una famiglia dal destino a dir poco tragico: alcuni anni prima dell’inizio della storia, una cena a base di arsenico ha decimato la famiglia, lasciando le sorelle Constance e Mary Katherine sole con lo zio Julian, costretto sulla sedia a rotelle proprio a causa dell’avvelenamento.
Il periodo immediatamente successivo è molto duro per Constance, subito accusata della strage e costretta a difendersi in un processo che, pur assolvendola legalmente, non le risparmia l’astio e il sospetto dei suoi compaesani. Ed è proprio questo a costringere ciò che resta della famiglia Blackwood a trascorrere i seguente sei anni in un isolamento quasi totale.
A smuovere la stasi temporale scesa sulla villa sarà l’arrivo improvviso del cugino Charles, evento di cui si feliciterà solo Connie, mentre zio Julian e Merricat non fanno mistero della loro ostilità verso l’estraneo. Questa semplice visita è la scintilla che darà in breve cita ad un incendio devastante.
A dispetto di molti personaggi che fanno capolino nel romanzo, la narrazione è incentrata in modo esclusivo sui quattro protagonisti, sui quali torreggia a sua volta il duo formato dalle sorelle Blackwood, unite da un legame fortissimo.
La vicenda spinge inevitabilmente il lettore a provare un senso di protezione nei confronti del debole zio Julian, che dietro l’apparente fragilità mentale nasconde un’arguzia e un umorismo unici. Parallelamente si prova un odio quasi istantaneo per Charles, specie perché a differenza di altri personaggi non mostra mai un vero pentimento per i suoi errori.
Per questo riguarda le protagoniste, ho trovato un po’ irritante Conni, con la sua aria da svampita e la sua codardia di fronte alle difficoltà; d’atro canto ho adorato Merricat per il modo particolare in cui guarda al mondo. Da notare come spesso ci sia uno scambio nei ruoli delle due sorelle; infatti quando Connie è spaventata Mary la difende, mentre è Connie a riprendere Mary quando questa tiene dei comportamenti infantili. Ciò rende inizialmente arduo capire quale sia la sorella maggiore, nonché “accettare” che sono entrambi giovani donne e non delle ragazzine.
Nel romanzo Villa Blackwood è a tutti gli effetti un personaggio, oltre che principale sfondo delle vicende. A caratterizzare l’abitazione è certamente la presenza di tante stanze lasciate intatte negli anni, che hanno così dato vita ad un vero museo in onore dei defunti; in questa conservazione forzata si esprime una delle fissazioni di Merricat.
La ragazza ripone inoltre la sua fede nel Pensiero Magico, ovvero è convinto di poter influenzare fisicamente la realtà soltanto con un pensiero, una parola o perfino un talismano.
Strutturalmente, il romanzo è composto da capitoli abbastanza lunghi, che spesso terminano con un cliffhanger atto a mantenere viva la curiosità nel lettore.
In generale l’autrice alterna ad una scena in cui la tensione cresce in modo lento e costante, un altro con un improvviso picco di tranquillità normalità. Nella parte finale invece, non ci sono simili variazioni, sostituite da un continuo aumento della tensione che trasmette un forte senso d’ansia.
Da segnalare la presenza diffusa di ripetizioni nelle descrizioni e soprattutto nei dialoghi, dove questo elemento trasmette delle sensazioni diverse in base al personaggio che parla, sempre mantenendo un chiaro intento rafforzativo.
Come lettrice, mi sono scervellata per capire chi ci fosse dietro l’avvelenamento, ma la Jackson è stata una maestra nel seminare indizi fuorvianti, senza però negarmi la verità.

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Abbiamo sempre vissuto nel castello 2018-04-15 10:29:45 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    15 Aprile, 2018
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Un piccolo globo personale

In giro per il web ho notato che questa autrice è abbastanza apprezzata e consigliata. Tra i libri che ha scritto, quello che mi è stato indicato come quello da preferire per un primo approccio è questo "Abbiamo sempre vissuto nel castello", e devo dire che l'ho apprezzato.
La scrittura dell'autrice scorre fluida e la sua scelta di narrare le cose dal punto di vista di Mary Katherine (altrimenti detta "Merricat"), mi è sembrata una scelta felice perché traccia un profilo psicologico del personaggio abbastanza accurato e anche originale. Tuttavia, forse anche a causa di questa scelta, ha fatto in modo che io intuissi il colpo di scena principe già dalle prime pagine, e non credo che la cosa fosse dovuta esclusivamente alla mia arguzia. Nonostante questo, il libro è piacevole da leggere e racconta una storia abbastanza originale e che lascia qualcosa su cui riflettere.

La famiglia Blackwood è relegata ai margini della società, sia da se stessa sia dai "malvagi" abitanti del paese, che non li vedono per nulla di buon occhio. Perché? Perché casa Blackwood, anni orsono, è stata palcoscenico di una spaventosa tragedia: la famiglia è stata vittima di un avvelenamento da arsenico, mescolato allo zucchero, che ha tolto la vita a buona parte dei suoi componenti. Gli unici sopravvissuti sono lo zio Julian, tuttavia pesantemente menomato, Merricat e sua sorella Constance, che sarà accusata di essere la responsabile del pluriomicidio, pur essendone scagionata dopo un lungo processo.
Nonostante il riconoscimento della sua innocenza, la bellissima Constance vivrà relegata per anni, terrorizzata dal fatto di mostrarsi al mondo e considerata sempre responsabile di questo brutale atto. Merricat, profondamente legata a sua sorella (ed evidentemente afflitta da qualche disturbo mentale che si palesa fin dall'inizio), costruirà intorno alla sorella e allo zio Julian un piccolo globo di cui sono gli unici protagonisti e nel quale, utopicamente, rimane fuori chiunque altro. Si assicura continuamente che i confini di casa Blackwood siano completamente isolati, che i lucchetti siano sempre ben chiusi, e che chiunque venga a trovarli se ne vada quanto prima. In questa utopia personale, Merricat è felice. Tuttavia qualcosa, qualcuno, verrà a sconvolgere questo equilibrio: il cugino Charles, l'Estraneo, che sembra essere venuto col preciso scopo di distruggere quella felicità.
Un romanzo che si focalizza molto sui rapporti familiari, di come possano essere morbosi e di come possano essere sconvolti radicalmente da cause esterne; di come gli uomini possano mostrarsi crudeltà a vicenda, di come poi pretendano di non essere trattati con indifferenza nonostante i loro orribili atti, ma anche di come possano trovare il modo di redimersi; di come tentiamo di costruire un mondo tutto nostro, popolato dalle persone che amiamo e messo in moto da una routine che possa renderci felici. O che forse "crediamo" possa renderci felici.

"Oggi non ci sarà nessun cambiamento, pensai, è solo la primavera; ho fatto male a spaventarmi tanto. Le giornate si sarebbero fatte più tiepide, zio Julian se ne sarebbe stato seduto al sole, Constance avrebbe riso mentre lavorava in giardino, e tutto sarebbe rimasto uguale. Jonas continuava a raccontare ('E poi ci siamo messi a cantare! E poi ci siamo messi a cantare!'), sopra di noi si muovevano le foglie e tutto sarebbe rimasto uguale."

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Abbiamo sempre vissuto nel castello 2017-11-08 21:10:06 LittleDorrit
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LittleDorrit Opinione inserita da LittleDorrit    08 Novembre, 2017
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Ombre dal passato

Tutto scorre in casa Blackwood.
Niente e nessuno può turbare l'equilibrio della loro routine quotidiana.
Il silenzio riveste come edera le facciate esterne della casa, e un giardino rigoglioso protegge da sguardi indiscreti la loro mesta armonia.
Due volte a settimana Mary Katherine (detta Merricat), si reca in paese per fare scorte di alimenti facendo tappa nel solito bar mentre il caro vecchio zio Julian, viene accudito amorevolmente da Constance, sorella maggiore di Merricat, che spinge dignitosamente la sua sedia a rotelle e mantiene in vita la cucina e la dispensa di famiglia.
Un pomeriggio a settimana Helen Clarke passa per il tè pomeridiano.
Un'abitudine, questa, consolidatasi nel tempo.
Anche Jonas il gatto si adegua pigramente ai ritmi della casa seguendo Merricat dappertutto o cacciando qualche coniglio smarritosi in giardino.
A casa Blackwood ognuno ha il suo posto ed il suo ruolo. Un ingranaggio perfetto che si accompagna allo scorrere del tempo.
In realtà, in questo specchio di perfezione, c'è una crepa.
Questa casa imponente, posizionata ai margini del paese, svetta fiera tra le altre, orgogliosa della sua storia passata e dei suoi illustri ex abitanti. Ex abitanti. Già.
In questa casa, adesso, vivono solo i sopravvissuti, tutti gli altri sono morti anni addietro sterminati dall'arsenico dopo un pranzo luculliano.
Constance, la prima indiziata, è stata assolta dall'accusa ma il mondo esterno non ci vede chiaro e continua ad additarla costringendola ad una vita da agorafobica. Merricat, invece, si rifugia "sulla luna", chiusa in un mondo distorto e stravagante.
Ma l'eco delle voci dei monelli del paese giunge comunque alle loro orecchie serpeggiando attraverso le finestre aperte. È un ritornello fanciullesco, maligno, accusatore, persecutore:
"Merricat, disse Connie, tè e biscotti: presto, vieni. Fossi matta, sorellina, se ci vengo m'avveleni. Merricat, disse Connie, non è ora di dormire? In eterno, al cimitero, sottoterra giù a marcire."
Gli "insani" equilibri di questa famiglia, si incrineranno in un grigio giorno di pioggia con l'arrivo inaspettato dell'avido cugino Charles.
Un romanzo breve ma ben congeniato, che lascia intravedere la follia senza mai chiamarla per nome. Nessuno orrore apparente, nessuna scena di sangue o di morte, nessuna presenza sovrannaturale, solo un ricordo sbiadito che filtra dal passato attraverso i discorsi. Le sottili perversioni dei protagonisti, riescono a colorare il racconto con elementi psicologicamente interessanti, trasmettendo quel senso di profonda inquietudine fino alla fine. In poche pagine, i personaggi vengono fuori perfettamente: caratteri, manie, angosce, legami veri. La Jackson crea due mondi paralleli, i Blackwood e il mondo esterno.
Due mondi che si sfiorano continuamente senza mai incontrarsi faccia a faccia, ma quando questo avviene è l'inizio della fine.
La Jackson, di cui già ho potuto apprezzare L'incubo di Hill house, è abilissima a costruire dal niente una storia. All'inizio si ha quasi l'impressione di perdersi e di non comprenderne il filo logico ma andando avanti con la lettura tutto torna perfettamente al proprio posto come ingranaggi di un orologio. Un piccolo gioiello, un thriller psicologico non trascurabile.

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Abbiamo sempre vissuto nel castello 2017-01-04 11:48:25 Sordelli
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Sordelli Opinione inserita da Sordelli    04 Gennaio, 2017
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Lieve e penetrante

Merricat e Constance vivono felici nella loro villa di famiglia, con lo zio invalido; il loro isolamento volontario dal resto del mondo ha consentito loro di costruirsi una vita felice basata su piccoli gesti e abitudini quotidiane. Non ci sarebbe nulla di strano nella loro tranquillità, se non fosse che anni addietro i genitori delle due sorelle, il fratellino e la zia sono morti avvelenati in quella stessa sala da pranzo a cui continuano a sedere loro ogni giorno. La sorella maggiore, Constance, è stata a lungo indagata, ma poi prosciolta; tuttavia "il paese è piccolo e la gente mormora" e quando Merricat si avventura settimanalmente a fare acquisti, per le viuzze è oggetto di occhiatine malevole e scherno. Ad ogni modo, questa è una spiacevole incombenza che Merricat affronta con coraggio, per sè e per la sorella, che non si affaccia nel mondo esterno dal giorno in cui venne prosciolta al processo.
Tutto sembra procedere sempre allo stesso modo, ma un giorno la loro quieta routine viene sconvolta da un inatteso e sgradevole arrivo. E nulla sarà più come prima.

Una cara amica mi ha regalato questo libro "al buio", nel senso che era incartato e sulla carta era scritta, a mano, una citazione che l'ha colpita e le ha fatto pensare a me; effettivamente la scelta di questo libro, seppur quasi inconsapevole, è stata azzeccatissima. Sin da subito mi sono sentita catturata dallo stile pungente e frizzante della Jackson, che ci trascina dentro una storia già iniziata tempo addietro e ad una routine ben consolidata negli anni. Tuttavia il lettore non si sente un estraneo, ma viene coinvolto da ciò che Merricat racconta, con una sottile ironia e follia, che fa sorridere ed inquieta allo stesso tempo. E sono proprio l'ironia e l'inquietudine ad accompagnare il lettore lungo tutto lo snodarsi della vicenda; questi due elementi, così ben dosati, accrescono un malessere quasi impalpabile ma presente, quasi come uno sfondo sfocato. La Jackson riesce a raccontare di un Male non estremo, ma folle per quanto ordinario, sottolineando con estrema chiarezza quanto in ogni essere umano esso sia predente e come possa sfociare nei modi più impensabili. Non c'è bisogno di credere ad una Male oscuro, presenze demoniache o chissà che altro, poichè il Male che fa più paura e che dobbiamo più temere è proprio dentro di noi.
Ho adorato questa lettura che, proprio per la sua scorrevolezza, è scivolata via troppo velocemente!
Non riesco a pensare a qualcuno a cui possa non piacere questa lettura, che è sì un po' pazzerella, ma anche dolce, piacevole e ricca di un affetto malato eppure molto vero.

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Abbiamo sempre vissuto nel castello 2016-05-17 14:13:02 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    17 Mag, 2016
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Eleganza e angoscia che ipnotizzano.



La sensazione che ho avuto, mentre leggevo questo libro, è quella che la Jackson, durante la sua stesura, avesse un sorriso sornione stampato sul viso...
Si percepisce sottotraccia un'ironia nera, un voler giocare con il concetto di "male" sparpagliandolo su tutti i personaggi di questa storia, tutti, nessuno escluso...riuscendo a farci smarrire, a confonderci, a farci perdere la capacità di schierarci con i "buoni", perché buoni qui non ce ne sono. O forse lo sono tutti.
Un castello, due sorelle e uno zio invalido.
Segregati e felici.
Padre, madre, fratellino e zia sono morti, tutti insieme, una sera a cena...avvelenati.
Un paese intero che manifesta il suo odio (e la sua curiosità) per gli abitanti superstiti del castello, dapprima con scherno e pettegolezzi, per poi sfociare in un'apoteosi di violenza senza senso.
Questi gli ingredienti di un racconto che ci giunge per voce di Mary Katherine, sorella minore, diciottenne, e ben presto ci rendiamo conto che la prospettiva che ci viene concessa è distorta, disturbata...in quanto frutto di una mente popolata dai suoi demoni, dai suoi riti scaramantici, dalle sue ossessioni.
E, in questa maniera, la Jackson riesce a creare un'atmosfera inquietante e psicotica, senza ricorrere a nessun artificio e nessun colpo di scena, anzi, rivelazioni importantissime e decisive alla comprensione del tutto, vengono "buttate là" con nonchalance, quasi per caso...con un'eleganza di stile fuori dal comune.
Il ritmo sommesso, la scrittura quasi monocorde, le continue ripetizioni di immagini e sensazioni, rendono il romanzo "ipnotico": sei lì che aspetti qualcosa che, già sai, non arriverà mai, ma non puoi fare a meno di stare ad aspettare.
E la mancanza di un vero finale non ti scalfisce minimamente, non ne hai bisogno, è già tutto lì, sotto i tuoi occhi.
Mi sono sentita stregata da questa storia, avevo come davanti agli occhi immagini in bianco e nero con protagonisti eleganti, cerimoniosi e dai sorrisi perfidi, bambine tutte pizzi e merletti e occhi pieni di cattiveria, servizi da tè, pipe e orologi da taschino dotati quasi di vita propria...(queste ovviamente sono le mie proiezioni generate dalla lettura).
Insomma niente di particolarmente impressionante eppure tremendamente claustrofobico e angosciante...perché il vero "male" è quello che abbiamo nella testa.
Di una cosa però sono certa...mai e poi mai punirò i miei figli mandandoli a letto senza cena.
Mai.

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Abbiamo sempre vissuto nel castello 2016-02-10 18:58:51 Giu_Bi
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Giu_Bi Opinione inserita da Giu_Bi    10 Febbraio, 2016
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... e per sempre ci resteremo.

Attenzione: lievi anticipazioni!
Ha davvero un tocco da maestra Shirley Jackson, che leggera come una piuma ci introduce nel piccolo mondo stregato di Mary Katherine “Merricat” e Constance “Connie” Blackwood.
Le due sorelle vivono in un’antica, splendida casa vuota con l’invalido zio Julian; il resto della famiglia è morto sei anni prima per un non troppo misterioso avvelenamento. Le ragazze però vivono una vita serena e fatata, nell’isolamento consolidato da anni e mantenuto a ogni costo. La questione dell’omicidio tuttavia riemerge con insistenza per voce dello zio Julian, che ne parla e ne scrive ossessivamente nei suoi “appunti” e impedisce alle sorelle (e con esse al lettore) di dimenticarsene, lasciandosi ipnotizzare dall’idilliaco nitore della loro quotidianità.

Gli equilibri si rompono bruscamente con l’arrivo del cugino Charles, latore potenziale del tanto temuto “cambiamento”. Il cambiamento semina la superstizione, la paura, infine il panico e la violenza.
Il lettore vive un lieve ma inesorabile crescendo di tensione, che sfocia in una scena d’inaudita distruttività: la violenza è fortissima nelle azioni dei personaggi – i paesani inferociti che si sentono finalmente autorizzati a scaricare la propria violenza su casa Blackwood – ma anche nel racconto della Jackson, ripetitivo, ipnotico, che indugia spaventosamente sui piccoli moti d’odio nell’animo dei paesani. La scena della distruzione è straziante, e fa implorare la fine.

La scrittura è semplice ma assai efficace; l’Autrice rende perfettamente l’atmosfera inquietante attraverso le piccole frasi cantilenanti, i pensieri superstiziosi di Merricat che sono inseriti con apparente noncuranza nel tessuto del racconto, ma stridono così forte che non si possono più ignorare: ben presto il lettore sente che “c’è qualcosa che non va”. Le piccole ossessioni, i gesti ripetitivi con valenza magica si accumulano ad alimentare la perdita di contatto con la realtà, la superstizione, l’inquietudine.

Le porte di casa Blackwood si richiudono infine alle spalle delle due sorelle che, riuscite nell’intento di buttare fuori il resto del mondo, si rintanano a leccarsi le ferite nella loro tana di piccole, regolari abitudini. Al lettore rimangono impresse l’inquietudine, il ricordo dell’odio esplosivo che scorre appena sotto pelle, e una certa ineffabile nostalgia per un mondo dal quale si sente inesorabilmente escluso.
Potente, elegante, bellissimo.

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