L'italiano L'italiano

L'italiano

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Gibilterra, 1942. In questa terra di confine, covo di spie e nemici sotto ogni bandiera, si combatte una guerra occulta e silenziosa. Dalla costa la contraerea alleata taglia il cielo con la luce dei suoi fari mentre, nelle profondità del Mediterraneo, un'unità di sommozzatori della Decima MAS, armati di moderni siluri sottomarini, conduce azioni di sabotaggio ai danni della flotta britannica. Tra questi militari c'è il sottufficiale Teseo Lombardo. È lui che Elena Arbués, libraia gibilterriana ventisettenne, trova una mattina passeggiando sulla spiaggia: una massa nera, immobile, riversa sulla battigia color ambra, che lo schiarirsi del giorno trasforma in un uomo ferito e privo di sensi. Ed è a lui che ripensa incessantemente, dopo averlo assistito e riconsegnato ai suoi camerati, nei mesi successivi, come a un Ulisse uscito dal mare. Elena è una donna forte sul cui carattere il mondo non fa breccia, Teseo un soldato coraggioso e fedele. Avvicinati dal destino, possono cambiare le sorti della guerra. Appunti, monografie, diari, testimonianze dirette e indirette: partendo da una foto appesa alla parete di una libreria di Venezia, Arturo Pérez-Reverte ha scandagliato le acque della Storia per riportare a galla vicende realmente accadute, quelle del gruppo Orsa Maggiore, rimaste ai margini dei grandi eventi della Seconda guerra mondiale. Vicende scomode per il nostro passato, dove il mito non arriva, ma che il grande autore spagnolo ha voluto restituirci, raccontando di uomini e donne che le vissero realmente.



Recensione della Redazione QLibri

 
L'italiano 2022-09-07 08:32:26 FrancoAntonio
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    07 Settembre, 2022
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Elena e gli eroi dell’Orsa maggiore

Tra il 1940 e il 1943 un pugno di giovani, travolti nell’orrendo tritacarne che fu la Seconda Guerra Mondiale, si offrì volontario per affrontare quella che, all’epoca, era la più potente Marina del Mondo: la Royal Navy. Misero eroicamente a rischio la libertà o, assai più spesso, la propria vita: a cavalcioni di un siluro o su barchini carichi di esplosivo, andarono a sfidare portaerei, corazzate e tutto l’enorme potenziale bellico dell’allora Impero britannico, potendo fidare praticamente solo della propria determinazione e abnegazione.
In questo libro possiamo leggere la storia romanzata di uno di loro, il 2° capo Teseo Lombardi, e del gruppo Orsa Maggiore, di cui faceva parte, che, nel 1942-43, dalla base segreta ad Alcesiras, partì più volte all’assalto delle navi inglesi a Gibilterra. Ma soprattutto questa è la storia di Elena Arbués, una giovane spagnola, vedova di un marinaio ucciso dagli inglesi (per sbaglio!) a Mers-el-Kébir, nel 1940, quando la flotta britannica cannoneggiò le navi francesi lì ancorate. Elena troverà Teseo svenuto sulla sabbia davanti a casa sua, nel paese di La Linea, e, invece di consegnarlo alla Guardia Civil, lo soccorrerà e chiamerà i suoi compagni perché vengano a riprenderselo. Da quel momento, per un destino inspiegabile, si sentirà legata a quell’uomo, al punto da innamorarsene e rischiare la vita per raccogliere informazioni a favore degli incursori italiani che preparavano gli attacchi al difesissimo porto di Gibilterra.

Giunto all’ultima pagina del libro i primi aggettivi che affiorano alle labbra sono tutti positivi: avvincente, coinvolgente, emozionante; toccante quando non commovente; accurato e obiettivo. Come italiano non ho potuto non sentirmi orgoglioso che uomini simili a quelli protagonisti della storia siano realmente esistiti e abbiano compiuto quelle audaci imprese. Conoscevo e stimavo già prima la bella prosa di Perez-Reverte, ma qui ho apprezzato moltissimo la sua abilità di calarsi perfettamente nella mentalità e nel modo di sentire di noi italiani, senza cadere in facili luoghi comuni o in sfacciate piaggerie. La guerra non viene mai glorificata (anzi!), ma se ne accetta l’inevitabilità in quel contesto con tutte le sue orrende crudeltà relative. Soprattutto, viene esaltato il coraggio di coloro che, per amore della propria Patria, furono in grado di giocarsi tutto con la lealtà, l’onestà e la determinazione di un cavaliere da epopea medievale.
Lo stile è incalzante e sobrio, anche se, magari, non sempre perfettamente fluido e, talvolta, sia necessario rileggere una frase per comprenderne meglio il senso. Comunque, una volta preso a leggere quelle pagine, difficilmente si riescono a staccare gli occhi dalla stampa. La storia in sé, poi, per la sua assoluta verisimiglianza è degna della massima attenzione. Semmai ho trovato doloroso che si sia dovuto attendere la mano di uno scrittore straniero per poter leggere dell’epopea degli incursori della Regia Marina inquadrati nella Xa Flottiglia MAS che, da soli, causarono alle Marine Alleate il 38% delle perdite di navi da guerra inflitte dalle nostre Forze. A dare ancor maggiore dignità alla storia, poi, c’è la figura di Elena, davvero toccante e commovente, per la sua singolare umanità, tempra e determinazione, nonostante potesse considerarsi estranea a quella guerra combattuta ai confini della sua patria.
Reso il doveroso tributo al bravo autore spagnolo, mi rendo conto, però, come sia necessario commentare obiettivamente il romanzo e, quindi, non posso non evidenziare alcune perplessità che mi sono restate per il suo carattere ibrido. Infatti “L’italiano” non è un libro di storia militare, né un romanzo storico propriamente detto, e neppure una cronaca giornalistica drammatizzata.
Non è storia perché i fatti narrati sono solo in minima percentuale aderenti alla realtà fattuale. È esistita la nave Olterra, base per il gruppo Orsa Maggiore che attaccò più volte la Rocca britannica. Ma non sono mai esistiti un Teseo Lombardo, un Gennaro Squarcialupo, un Lauro Mazzantini o un Domenico Toschi che abbiano prestato servizio nella X MAS. La Royal Navy non ha mai avuto in linea una nave chiamata Nairobi (né molte altre di quelle citate); nel porto di Gibilterra non fu mai attaccato e gravemente danneggiato un incrociatore pesante. Molte delle azioni narrate e dei fatti riferiti sono il frutto di un abile mixage di avvenimenti accaduti durante la Seconda Guerra Mondiale, ma anche in luoghi molto distanti da quello descritto. Tutto ciò, peraltro, sarebbe lecito in un romanzo se l’A. non pretendesse di riferirci fatti storici reali, addirittura raccontando di come gli furono narrati dai superstiti o di come abbia reperito i documenti relativi. Insomma se l’invenzione non venisse così strettamente mischiata alla realtà al punto di rendere complicato distinguere le sue tessere dal parto della fantasia. La perplessità nasce dal fatto che, una volta scoperto che la vicenda è (quasi totalmente) inventata, possa nascere il sospetto, in chi non conosce la vera storia, che lo sia anche tutto il contesto, sminuendo l’importanza di ciò che fu realmente compiuto. Forse si sarebbe potuto ambientare un racconto non molto diverso, con maggior rispetto dei fatti certi e documentati.
Detto questo, però, il libro è comunque da leggere e da consigliare a coloro che già conoscono l’epopea degli “uomini gamma” italiani e a coloro che, invece, ne ignoravano l’esistenza (forse la maggioranza di noi italiani). Soprattutto lo consiglierei alle giovani generazioni per mostrar loro di quale tempra fossero fatti i nonni dei loro genitori. Inoltre è pure una bella storia d’amore e d’avventura, godibilissima anche solo sul piano narrativo.

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Avrei preferito non inserire questa postilla per l’angolo del pignolo perché mi spiace sollevare critiche a un libro che per mille motivi non se le meriterebbe. Poi è anche vero che per noi poveri terricoli destreggiarsi nell’esoterico vocabolario di termini marinareschi è un’impresa difficilmente esente da errore. Ma il lettore attento, da un libro di questo genere, si aspetterebbe se non la perfezione, almeno di non imbattersi in errori banali e nel rispetto di un certo rigore storico. Purtroppo, però, il caher de doleance è ricco di rilievi. Mi limiterò a indicare solo qualcuno dei più evidenti errori, forse anche da addebitare solo al traduttore italiano, a cui Perez-Reverte si dice grato per l’aiuto offerto nelle ricerche, ma che, evidentemente, è incorso in più di uno scivolone linguistico.
Innanzi tutto, mai un marinaio italiano userebbe i francesismi “babordo” e “tribordo” al posto di sinistra e dritta: li percepirebbe fastidiosi come uno schiaffo in pieno volto dato a mano aperta. Purtroppo è un vizio che non si riesce a sradicare da tutti coloro che credono di parlare “marinaresco” senza averne le conoscenze. Ma il libro è farcito di quei termini fasulli.
Nel testo, poi, si fa, più volte, riferimento a misteriosi “incrociatori da combattimento”, tipologia di navi mai esistita. Probabilmente nel testo originale si parlava di “crucero de combate” espressione che potrebbe essere resa solo con l’italiano “incrociatore da battaglia”; peccato che nel 1942 nessuna delle marine combattenti avesse più in linea un “battlecruise”.
Poi, visto che i gradi degli italiani sono stati scritti, nel testo spagnolo, con la loro denominazione italiana, perché tradurli per il personale britannico? Ad esempio, nella Royal Navy non ci sono sottotenenti di vascello, ma unicamente sub-lieutenant.
Infine, ma qui sono meno certo del rilievo, viene usata con una certa frequenza l’unità di misura “gomena”. Nella marineria britannica esiste il “cable length” pari a un decimo di miglio marino e la traduzione “gomena” sarebbe pure corretta, ma non mi risulta che sia in uso presso la nostra Marina da molto, molto tempo.
Si potrà obiettare che queste siano solo minuzie di importanza nulla nel contesto narrativo, e posso concordare su ciò. Tuttavia, il valore di un’opera di questo genere si apprezza anche dalla precisione nei dettagli e spiace incappare i questi svarioni.

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L'italiano 2022-08-26 20:48:57 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    26 Agosto, 2022
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Elena e Teseo

Siamo nel 1942, Gibilterra. La vita di Elena, libraia ventisettenne, a La Linea si sviluppa sulla spiaggia con il suo cane Argo. La guerra è uno sfondo. Si respira per le morti, per il profilo che osserva il mare. Per questo lento incedere, per le notizie che sopraggiungono silenti. Teseo, il veneziano, ha un sorriso ingenuo e ammaliante nel suo essere in missione, nel suo essere italiano con un patriottismo radicato e un cameratismo che si respira pagina dopo pagina. Due strade, due vite che sembrano destinate a percorrere binari paralleli. Due anime che quegli anni vivono e respirano tra dubbi, paure e incertezze di un futuro che non sembra arrivare. Elena e il suo Ulisse raccolto in spiaggia, consegnato dal mare.
Sono concreti i personaggi che abitano queste pagine. Personaggi che sono descritti con la loro umanità, che vivono di sogni e paure, che vivono di profumi della libreria, del mare, dei luoghi. Due protagonisti che vivono e abitano tra queste vie combattendo con discrezione, silenzio, tra emozioni e sensazioni. Due volti imperfetti e vincenti proprio per questa imperfezione che riporta al mito e alla leggenda così come da impostazione stessa dell’opera.
Ed è per mezzo le vite di questi due protagonisti che riscopriamo la Seconda guerra mondiale. Scopriamo dei sommozzatori dell’Orsa Maggiore che erano un corpo militare che grazie al coraggio e alle attrezzature dell’epoca riuscirono a sabotare le navi della marina inglese. Sommozzatori che erano un corpo militare, uomini e donne che hanno lottato per la loro libertà. Uomini e donne ricchi di ideali e moralità. Tra Storia, epica, epopea. Perché in questo titolo si respirano tempi che furono, tempi che sono il passato ma che sono anche il nostro presente.

«Lei non è tipo da malinconie o nostalgie, né da culto per i fantasmi; ha troppa consapevolezza della necessaria economia dei sentimenti.»

I personaggi sono presentati in modo tale da favorire l’immedesimazione e l’empatia, sono rivelati al lettore con le loro fragilità, paure ed emozioni. Al contempo è narrata una guerra, con il giusto lirismo, mixando al contempo miti ed eroi.
È innegabile il richiamo alla mitologia classica, si evince già dai nomi scelti per i protagonisti e dal gioco narrativo che è improntato nello sviluppo. Entrambi soli nel loro vivere, accompagnano il lettore tra vite che sembrano non doversi mai incontrare ma che sono accomunate dalla ricerca di una propria strada ed evoluzione.
Al tutto si somma uno stile fluido, rapido, che sa essere attuale e che riporta al nostro presente. La forza dell’opera si trova anche in questo, il trasportare tra uno ieri e un oggi che si percepisce e respira senza snaturarsi e senza sentire la differenza temporale. Al contempo il conoscitore vive quei luoghi e li fa propri. Nel corpo e nella mente. Una buona prova.

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