La famiglia Aubrey La famiglia Aubrey

La famiglia Aubrey

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Gli Aubrey sono una famiglia fuori dal comune, nella Londra di fine Ottocento. Nelle stanze della loro casa coloniale, fra un dialogo impegnato e una discussione accanita su un pentagramma, in sottofondo riecheggiano continuamente le note di un pianoforte; prima dell’ora del tè accanto al fuoco si fanno le scale e gli arpeggi, e a tavola non si legge, a meno che non sia un pezzo di papà appena pubblicato. Le preoccupazioni finanziarie sono all’ordine del giorno e a scuola i bambini sono sempre i più trasandati; d’altronde, anche la madre Clare, talentuosa pianista, non è mai ordinata e ben vestita come le altre mamme, e il padre Piers, quando non sta scrivendo in maniera febbrile nel suo studio, è impegnato a giocarsi il mobilio all’insaputa di tutti. Eppure, in quelle stanze aleggia un grande spirito, una strana allegria, l’umorismo costante di una famiglia unita, di persone capaci di trasformare il lavaggio dei capelli in un rito festoso e di trascorrere «un Natale particolarmente splendido, anche se noi eravamo particolarmente poveri». È una casa quasi tutta di donne, quella degli Aubrey: la figlia maggiore, Cordelia, tragicamente priva di talento quanto colma di velleità, le due gemelle Mary e Rose, due piccoli prodigi del piano, dotate di uno sguardo sagace più maturo della loro età, e il più giovane, Richard Quin, unico maschio coccolatissimo, che ancora non si sa «quale strumento sarà». E poi c’è l’amatissima cugina Rosamund, che in casa Aubrey trova rifugio. Tra musica, politica, sogni realizzati e sogni infranti, in questo primo volume della trilogia degli Aubrey, nell’arco di un decennio ognuno dei figli inizierà a intraprendere la propria strada, e così faranno, a modo loro, anche i genitori. Personaggi indimenticabili, un senso dell’umorismo pungente e un impareggiabile talento per la narrazione rendono La famiglia Aubrey un grande capolavoro da riscoprire.

Recensione della Redazione QLibri

 
La famiglia Aubrey 2018-07-28 19:33:48 siti
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siti Opinione inserita da siti    28 Luglio, 2018
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IL MONDO È UN LUOGO ASSURDO

Recentemente ripubblicato da Fazi Editore, il primo volume della trilogia dedicata alla famiglia Aubrey, per chi non conosce l’autrice Rebecca West, è una ghiotta occasione di lettura da non farsi sfuggire. Restituisce l’opera come già apparsa nell’edizione Mattioli 1885 e fa entrare il lettore in una dimensione di lettura gradevole, fresca e insieme appassionante.
Non ci si aspetti, a dispetto delle sue oltre cinquecento pagine, un susseguirsi di eventi spalmati in un ampio ventaglio cronologico; i fatti narrati da Rose, una delle figlie dei coniugi Aubrey, godono di una prospettiva difficilmente inquadrabile in una trama specifica o in un mero susseguirsi di eventi: gli episodi salienti si contano sulle dita di una mano. Tutto scorre in una straordinaria quotidianità che esula dai parametri sociali conclamati, accettati e inseguiti nei primi anni del Novecento inglese. Tutto ha il sapore di un sano e, agli occhi degli altri, eccentrico anticonformismo. La famiglia, un padre dissipatore delle residue fortune, mente aperta e anticipatoria dei declini delle epoche successive; una madre, talentuosa pianista dedita all’educazione musicale dei suoi quattro figli; la poco dotata violinista e primogenita Cordelia; Mary e Rose, le gemelle, virtuose pianiste, e il maschietto, ultimogenito, al quale pare essere concesso strimpellare solo il flauto dolce, è un mondo a sé stante. Gradevolissimo e nelle sue storture invidiabile.
La coppia genitoriale è in perenne conflitto ma capace anche di grandi riavvicinamenti, la loro sorte in questo volume appare sospesa e destinata a risolversi in successivi sviluppi e lo stesso ingresso nell’età adulta dei loro figli genera speranze di forti riscatti rispetto all’estrema miseria e instabilità subita durante l’infanzia. Ciò che colpisce è però quanto il modello educativo attuato in questa famiglia, lo si intuisce senza averne diretta conferma, sia destinato, nonostante le avverse fortune, ad essere un modello vincente perché basato sulla cultura. A lettura ultimata scatta un meccanismo di immediata nostalgia e naturale curiosità rispetto all’evoluzione dei singoli destini, rispetto all’avvolgente voce narrante affidata ad una prosa limpida e chiara e a un romanzo che ha il dono di un’estrema efficacia e naturalezza. Da leggere e da ascoltare nelle numerose suggestioni musicali suggerite tra pianoforte e violino.

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Piccole donne? In realtà non lo ho mai letto e non posso porlo come metro di giudizio per vicinanza stilistica, posso solo dire che l'universo femminile rappresentato, con le dovute differenze geografiche e storiche, mi ha fatto venire in mente le altre sorelle. Suggestioni autoindotte.
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La famiglia Aubrey 2018-10-28 14:27:01 68
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68 Opinione inserita da 68    28 Ottobre, 2018
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Musica e letteratura, maestre di vita...

Tutto nella famiglia Aubrey sembra esprimere eccentricità e lontananza da un qualsivoglia schema di normalità.
Una madre piuttosto scialba e disordinata, ex pianista di grande talento, un padre scrittore ed acuto editorialista dedito al giuoco, quattro figli cresciuti in fretta per dovere e necessità, piuttosto indipendenti e più grandi della loro età, una domestica nonostante la povertà acclarata.
E se Cordelia, la primogenita, coltiva lo studio del violino senza possederne il talento, Rose, la voce narrante, e Mary suonano il pianoforte sulle orme materne aspirando a risollevare le finanze famigliari, il piccolo Richard Quin, in attesa del proprio talento, sprizza acume ed obiettività.
In verità il primo capitolo di questa trilogia di ispirazione autobiografica si apre ad una prosa fluente, gradevole, tersa, ma piuttosto povera di accadimenti, impegnata a descrivere e definire un senso di famigliarità, caratteri, manie, debolezze, aspirazioni dei singoli, una quotidianità di vita e relazioni inserita nei primi del’ 900 all’ interno di canoni sociali acclarati ma lontana da una socialità manifesta e somma di particolarismi.
Da subito è chiara l’ incapacità gestionale genitoriale all’ interno della famiglia Aubrey, l’ assenza di una figura maschile, e sarà Rose a cercare di sopperire a questa manchevolezza.
Un destino segnato da partenze, ritorni, illusioni, delusioni, debiti, ed una speranza colorata di amore.
Genitori incapaci di venire a patti con i propri simili, una madre amabile ed amorevole ma che non sa rapportarsi agli estranei, consapevole di crescere i propri figli in uno stato di completo isolamento sociale, un padre mai puntuale che deride tutto in modo sprezzante e si assenta per lunghi periodi, la cui grazia ne compensa la trasandatezza.
Risuona ed emerge una eco interiore, ed una sostanza che riporta alla essenza del romanzo, quel complesso sistema affettivo e relazionale che ne esprime il carattere peculiare.
C’è un soffio vitale coagulato nel termine “ amore “, una gioia di vivere oltre ogni banalità, un respiro culturale fondato sull’ arte, in primis la musica, e su ottima letteratura, dolce compagnia e fonte ispirante, che lega e preserva la famiglia da un destino acquisito.
La lotta per il quotidiano, tra stenti e disillusioni, si alimenta di eccezionalità, di grazia ed amore in un’ epoca, un po’ per necessità ed un po’ per scelta, assai cupa.
Ed allora gli Aubrey utilizzano un linguaggio condiviso per descrivere gli altri, i non musicisti, quelli che con i propri discorsi ed azioni esprimono esattamente la stessa musicalità, paragonandoli a personaggi shakespeariani, e c’ è sempre una gioia interiore ad accompagnare i loro sentimenti.
La realtà rimane piuttosto cruda, raggelata dalla smisurata indifferenza di un padre verso la sorte dei figli, un uomo coraggioso, crudele, disonesto, gentile, con una serie di qualità paradossali, un estraneo, ed una madre che chiede di lui ai figli, come vivesse in un posto molto lontano e desiderasse avere sue notizie.
Rose chiuderà gli occhi immaginando il proprio padre nascosto in ogni luogo, moltiplicato e presente in ciascuno di essi, consapevole di poterlo sempre trovare e che, se lui volesse respingerla, accetterebbe anche quello.
Questo il potere rigenerante dei sogni, e delle illusioni, ma in primis dell’ arte, respirata, coltivata, amata, una forma interiore che da’ senso alla vita, che origina dalla esternazione delle proprie paure per approdare ad una profonda conoscenza di se’ ed a quel segreto ultimo espressione e suono di un amore totalizzante.

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