Mila 18 Mila 18

Mila 18

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Primavera 1943: nella Polonia invasa dai nazisti si incrociano le storie di Andrei Androvski, unico ufficiale ebreo dell'esercito polacco, degli adolescenti Rachael Bronski e Wolf Brandel, alle prese con le prime passioni giovanili, e di Christopher de Monti, giornalista italoamericano innamorato della sorella di Andrei. Tutti presenti nel bunker di via Mila 18, quartier generale della resistenza ebraica del ghetto di Varsavia. Una rivolta senza speranze, che però rappresenta l'unica scelta possibile per i protagonisti: compiere un atto di eroismo collettivo, con la tenace volontà di non essere dimenticati. Perché gli ebrei non siano più disposti a subire.



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Mila 18 2020-06-06 17:43:37 Bruno Izzo
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Bruno Izzo Opinione inserita da Bruno Izzo    06 Giugno, 2020
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Con la kippah in testa, a testa alta

La tragedia della Seconda guerra mondiale inizia con l’invasione militare, una vera aggressione a tradimento, programmata e pretestuosa, della Polonia; e con questa becera prepotenza si rivela palesemente ben presto al mondo intero tutto l’orrore del nazifascismo.
La vile e barbara persecuzione degli ebrei prima, e il loro sistematico sterminio poi, come dettato dalla follia hitleriana, inizia pertanto, di conseguenza, per prima proprio nei confronti dei “juden” polacchi, prima di estendersi con metodo e rigorosa disciplina di morte al resto dell’Europa occupata.
La Polonia, e gli ebrei polacchi, sono i primi a subire l’olocausto, faranno da cavia, da apripista, da modello per le barbarie successive dei nazisti.
Prima ancora della definitiva soluzione finale, nel mentre si approntano i campi di sterminio, di cui il più noto, e famigerato, sarà proprio quello di Auschwitz, all’estremo settentrionale di quella terra, fin dall’inizio i tedeschi iniziarono a deportare da tutto il Paese migliaia di ebrei polacchi, praticamente tutti quelli che non sfuggirono ai rastrellamenti effettuati con spietato rigore e efferatezza, stipandoli a forza nei ghetti.
Erano questi grandi agglomerati di quartieri, nei quali erano letteralmente riversate esclusivamente persone di etnia ebraica, il più famoso, e popoloso, era quello della capitale, il ghetto di Varsavia.
Le condizioni di vita nel ghetto erano difficili, per non dire tragiche, nessuno poteva entrare e uscire liberamente dalla cittadella, gli abitanti sopravvivevano a stento, isolati e lasciati a se stessi, nonostante la fame, la difficoltà di approvvigionamenti, le malattie, il clima rigido, le continue vessazioni e persecuzioni degli occupanti.
La proverbiale Resistenza del popolo ebraico, stoica, fortissima, compatta era basata sul comune sentimento religioso e di etnia.
Pur in quelle tragiche condizioni, con livelli di mortalità altissima, gli ebrei resistevano nel fisico e nel morale, sodali e solidali tra loro, in continuo mutuo e reciproco soccorso.
Continuavano una parvenza di vita per quanto possibile nella norma, con infiniti sacrifici lavoravano, producevano, s’innamoravano, figliavano, osservavano le feste e i loro precetti, tiravano avanti mantenendo coraggiosamente intatte le loro abitudini, tradizioni, i loro usi e costumi, i riti, le ricorrenze, le celebrazioni, le loro cerimonie mirabili e affascinanti.
In definitiva mantenevano viva l’identità ebraica, di popolo e di credo.
La loro esistenza, come sempre, come tipico del popolo ebraico, era di una tenuta, di un vigore mirabile derivante da millenni di fede nel Dio unico.
Una santa e sacra Alleanza cui tutto andava ricondotto, anche le condizioni di vita misere e miserevoli, cagionevoli, stentate, miserande, che richiedevano accettazione eroica, erano vissute con animo umile e mansueto.
La loro fede, di più, la loro commistione con Dio, era la loro forza vitale, l’unica, ma ineguagliabile e quanto mai efficace.
Il popolo ebreo era, allora come sempre, emblema vivente che il bastone può straziare la carne, ma non può cancellare l’Idea, la loro fede in Dio, la loro fierezza di appartenere al Popolo Eletto.
Un esempio di resistenza passiva, quindi, che non era ignavia, paura, timore o vigliaccheria, tutt’altro, nessun più di un ebreo sa quanto più forza e coraggio ci voglia per vivere in tempi e situazioni difficili.
Tutta l’esistenza di un ebreo è un cammino di fede in Dio, ma con coraggio, baldanza, audacia.
Non sopportando più la pervicace resistenza degli ebrei del ghetto di Varsavia, il loro esemplare “l’chaim”, l’attaccamento alla vita, malgrado ogni tentativo volto a fiaccarne letteralmente il Credo più che la comunità fisica, il comando tedesco, nella diretta persona del Reichsführer-SS Heinrich Himmler, l’anima nera della Germania nazista, decide una definitiva prova di forza.
Come crudele esempio non solo per altri ebrei, ma per tutti quanti si opponevano al nazismo e all’occupazione tedesca non solo in Polonia ma in tutta Europa.
In simili condizioni di svantaggio, la distruzione del ghetto di Varsavia, sulla stregua di Guernica, è organizzata e da ritenersi conclusa, definitivamente eseguita e terminata al più non oltre tre giorni di attacchi delle agguerrite milizie tedesche contro gli ebrei superstiti.
Mal gliene incoglie.
Il ghetto di Varsavia, e i suoi occupanti, resisteranno invece per più di un mese, mirabile esempio per il mondo libero d’impavida resistenza ai demoni tedeschi, al male personificato negli elmetti a testa quadra, dando filo da torcere alle SS, più numerose, più addestrate, meglio armate.
Gli Ebrei combattono, a mani nude letteralmente contro i cannoni, e lo fanno con coraggio e fierezza, a testa alta, senza elmetti, ma con in testa il tipico copricapo ebraico, la kippah.
Che li proteggerà meglio, elevandoli a gloria eterna, dopo l’inevitabile scontata sconfitta, costata però un caro prezzo agli invasori, da un punto di vista materiale e soprattutto d’immagine.
Davide che cade, ma Golia che traballa, goffamente, schernito dal resto dell’umana libera umanità.
“Mila 18” di Leon Uris è tutto qui finora detto, è il romanzo vivo, pulsante, eroico che racconta l’epopea del popolo ebraico nei giorni della gloriosa rivolta del ghetto di Varsavia.
Un racconto gagliardo, un resoconto dal sapore leggendario, ma soprattutto una storia commovente, drammatica, tenera e poetica: oserei definirlo un romanzo d’amore.
Ben scritto, fluido, scorrevole, avvincente, incanta con ardore e pathos, con delicatezza e poesia, è un racconto d’azione e di guerra, di guerriglia e paure, ma anche grondante di sentimenti, di solidarietà, di amore, di amicizia.
Leon Uris, ebreo polacco, non ha vissuto quell’epopea in prima persona, ma è stato un cronista, un corrispondente di guerra, ha raccolto le storie dei superstiti, le testimonianze di coloro che in prima persona, da ambo le parti, vissero quei giorni, e ne ha fatto romanzo di vita.
Il libro, il cui titolo richiama il nome della via, in pieno centro del ghetto, dove aveva sede il comando degli insorti, non è una storia inventata e romanzata; è cronaca, nello stile di altri libri dell’autore, di fatti veri e personaggi reali, resi con altri nomi e altre sembianze ma riconoscibili dai protagonisti reali e a quelli riconducibili.
Leon Uris non scrive della rivolta nel ghetto, racconta della vita nel ghetto in quel tempo e in quelle circostanze, e stilando cronaca di quei giorni e quelle persone, scrive un racconto di vita.
La disperata e coraggiosa, impari e disarmata rivolta antinazista di cinquantamila ebrei nella primavera del '43, la progressiva distruzione del ghetto, è quasi un espediente con cui Uris narra anche di altro, il racconto per far uscire dalla Polonia un giornalista italo-americano in possesso di carte segrete a riprova dell’Olocausto in corso, le vicende e le schermaglie d’amore di Christopher e Deborah, di Andrea e Gabriella, di giovani, uomini, donne, bambini, ritratti nel loro vivere e, purtroppo, morire.
“Questo esercito di fortuna, privo di armi vere e proprie, tenne a bada per quarantadue giorni e quarantadue notti la più potente forza militare che il mondo abbia mai conosciuto”, questa frase è di Leo Uris stesso. E rende ragione della tenacia, del carattere, della costanza, della lena e della pazienza di un popolo, lo stesso che di lì a poco, a guerra finita, rinnoverà l’esodo biblico verso la terra promessa, andando a costituire ex novo una nuova nazione, lo Stato di Israele.
Dove gli ebrei continuano ancora oggi la loro esistenza, nemmeno completamente in pace neanche stavolta, in verità, ma sempre a testa alta, con la kippah in testa.

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Leon Uris, e a chi ama la Storia.
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