Namamiko Namamiko

Namamiko

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Pubblicato in Giappone per la prima volta nel 1965, "L'inganno delle sciamane" mette in scena, nei palazzi splendidamente adornati e carichi di segreti della corte del periodo Heian, l'indimenticabile storia d'amore tra l'imperatore Ichijo (980-1011) e la sua prima consorte Teishi, e la sottile lotta politica messa in atto dal potente cancelliere Michinaga per dividerli. La strategia dell'alto funzionario passerà per il corpo e per le labbra di ingannevoli sciamane, due sorelle che loro malgrado diverranno potenti guardiane di verità e menzogne, nonché autentico cuore di una storia memorabile che ha attraversato i secoli fino a giungere a noi grazie alla limpida scrittura di Fumiko Enchi. Introduzione di Giorgio Amitrano. Postfazione di Daniela Moro.



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Namamiko 2021-03-09 11:59:50 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    09 Marzo, 2021
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Per gli esperti è bellissimo

Considerata una tra le massime scrittrici giapponesi del secolo scorso, Fumiko Enchi vide pubblicato questo suo lavoro nel 1965. Miscelando verità storica e fantasia, l’autrice ricostruisce una vicenda ambientata alla corte imperiale attorno all’anno mille, in epoca Heian.
In Namamiko si narra del profondo legame tra il giovane imperatore Ichijo e la bellissima Prima Consorte Teishi, una storia d’amore minata dalla brama di potere del perfido Cancelliere Michinaga.
L’opera, che fu blasonata da Mishima Yukio (di cui sono un’affezionata lettrice), è oggi considerata dagli accademici una vera opera d’arte ed io, che di ACCA-demico ho giusto un’ACCA nel nome di battesimo, non posso che – ahimè tristemente- dissociarmi.
La vicenda narrata è effettivamente affascinante, forse potrà accogliere il gusto di chi non abbia affrontato prima questo filone narrativo sui testi d’epoca. Essendo io infatuata di tal periodo storico ed avendo letto diverse opere giapponesi tradotte in italiano, ho trovato misero questo tentativo di ricostruzione. Non può infatti essere classificato come un romanzo storico, considerata la frequente intromissione dell’autrice nel testo con spiegazioni circa l’ipotetica ricostruzione delle fonti, che interrompono l’assimilarsi del lettore al ritmo narrativo.
Ben più seria è la questione legata alla struttura. Chi ha letto Murasaki Shikibu, Sei Shonagon e altri monogatari dell’epoca sa che la bellezza di questi elaborati è anche nella forma. Perché la forma stessa è scenografia con le sue frequenti e delicatissime poesie, con le lunghe pause sui colori e i suoni della natura, messaggi vergati a mano su sottile carta profumata. Qui, il linguaggio è moderno e nulla ha a che spartire con i modelli arcaici.
Prendete, per esempio, un appassionato seguace di Shakespeare e proponetegli una rivisitazione attuale dell’Amleto in prosa. Credete l’apprezzerà? Possiamo scindere una certa, speciale forma poetica dalla trama? Per me, no.

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