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Trattato del Ribelle Trattato del Ribelle

Trattato del Ribelle

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Nei primi anni del dopoguerra, mentre si andava delineando quella integrazione planetaria nel nome della tecnica che oggi è sotto gli occhi di tutti, Ernst Jünger elaborò questo testo, apparso nel 1951, oggi più affilato che mai. La figura del Ribelle jüngeriano corrisponde a quella dell’anarca, del singolo braccato da un ordine che esige innanzitutto un controllo capillare e al quale egli sfugge scegliendo di «passare al bosco» – dissociandosi, una volta per sempre, dalla società. Il Ribelle jüngeriano sente di non appartenere più a niente e «varca con le proprie forze il meridiano zero». Tutta l’eredità del nichilismo, del radicalismo romantico e della furia anti-moderna si concentra in questa figura, qui osservata come facendo ruotare un cristallo. Letto oggi, questo testo appare di una impressionante preveggenza, quasi un guanto di sfida gettato in nome di una libertà preziosa: «la libertà di dire no».

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Trattato del Ribelle 2019-02-10 16:26:27 Martin
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Martin Opinione inserita da Martin    10 Febbraio, 2019
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Sfuggire al dominio

Ernst Jünger, classe 1895, scrive il Trattato del ribelle (1951), traduzione fascinosa ma imprecisa del titolo originario Der Waldgang, negli anni del dopoguerra, in una Germania ferita e scissa a metà. Si tratta di un piccolo libro che si legge facilmente e che spesso, come un bivalve, discopre perle di autentica bellezza. L’obiettivo polemico di Jünger è lo Stato, qualsiasi sia l’assetto ideologico che lo caratterizzi: non importa che ci si trovi sotto il fascismo, il comunismo e persino la democrazia liberale (come si evince da alcuni passi, al tempo stesso vaghi e rivelatori), l’individuo nello Stato moderno è sempre sondato attraverso continue interrogazioni-interrogatori, è costretto a disperdersi nel gregge della massa, è illuso attraverso elezioni apparentemente libere, le quali, in realtà, sono imbastite per legittimare il potere. Votando “si” si cede l’anima alla maggioranza su cui siedono i tiranni, votando “no” si fa credere alle teste della maggioranza di agire liberamente, nonché di essere minacciate da una minoranza sovversiva. Ma la crocetta sul “no”, pur essendo funzionale allo Stato Leviatano, rappresenta un punto di partenza a partire dal quale l’individuo può scrollarsi di dosso le paure instillategli dalla propaganda e recuperare la propria autenticità. “Quel voto non scuote il nemico e tuttavia modifica chi si è deciso a un simile passo”. L’autore che dice “no” è il waldgang, termine che, nel Medioevo, designava i criminali islandesi che andavano a vivere nelle foreste, lontani dall’umano consorzio, e che per Jünger ben si attaglia al suo nuovo uomo, un uomo che è pronto a costituire una minaccia per i tiranni. Innanzitutto egli deve epurare la sua mente di certe idee nichiliste, come il valore intrinseco della maggioranza, l’utilizzo della fantasia per evadere dalla realtà dove si scuoiano i propri fratelli o l’affidarsi ciecamente alla tecnica, che fa del nostro mondo un Titanic, ricco di comforts ma diretto verso un destino atroce. “Fintantoché regna l’ordine, l’acqua scorre nelle tubature e la corrente arriva alle prese. Non appena la vita e la proprietà sono in pericolo, come d’incanto un allarme chiama i vigili del fuoco e la polizia. Ma il grande rischio è che l’uomo confidi troppo in questi aiuti e si senta perduto se essi vengono a mancare. Ogni comodità ha il suo prezzo. La condizione dell’animale domestico si porta dietro quella della bestia del macello”. Il waldgang deve, dunque, coltivare il suo “bosco interiore” e dotarsi di un armamentario morale che gli consenta di sopravvivere alla fine della civiltà e delle sue rassicurazioni. Il waldgang è colui che si getta nel vortice, nel pericolo per testare la sua integrità; che attinge dall’antichità e dalla religione un universo valoriale oramai perduto (anche gli atei dovrebbero avere una loro catechesi); crede nella santità del libero volere, del sacrificio e della proprietà privata. Il motto “la proprietà è un furto”, può sembrare paradossale, non ha condotto a un paradiso comunista, ma alla facilità con cui i poteri finanziari sottraggono le abitazioni ai cittadini. Occorre rivoltarsi, combattere i tiranni che ci aggiogano, recuperare il diritto di essere umani, diritto trascendente e che nessuna costituzione può normare. Il materialismo culturale (di cui Hollywood, ai giorni nostri, ne è, talvolta, eccellente espressione) non ci libera dal potere di Dio, ma tenta piuttosto di sostituirlo con quello, illegittimo, dei tiranni. Il waldgang ha decisione sovrana su ciò che concerne il diritto, la medicina, l’uso delle armi. Il trattato del ribelle può essere per certi versi pericoloso: se da un lato porta, giustamente, ad evitare di santificare la realtà così come è (è uscito da poco Illuminismo adesso di Steven Pinker, un elogio spassionato della nostra modernità), dall’altro può spingere a trascurare i progressi scientifici, tecnologici, giuridici e politici dei nostri giorni e può incoraggiare chiunque a credersi in diritto di fare tutto ciò che vuole, in virtù di un ipotetica naturalezza ritrovata (penso ai no-vax o ai populisti più agguerriti). Il bosco deve essere chiaro, appartiene ai pochi, a un élite di uomini coraggiosi, romantici, anarchici e forse mitologici.

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