Narrativa straniera Romanzi Abbacinante. L'ala sinistra
 

Abbacinante. L'ala sinistra Abbacinante. L'ala sinistra

Abbacinante. L'ala sinistra

Letteratura straniera

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Nuova edizione della prima parte di una trilogia che l’autore ha impiegato 14 anni a scrivere e Voland 10 anni a pubblicare nella sua interezza: Abbacinante (L’ala sinistra, Il corpo, L’ala destra). Una narrazione di forza visionaria assoluta e travolgente, riconosciuta come una delle opere essenziali della letteratura moderna. Migliaia di personaggi si alternano in queste pagine. Qui, in questo primo affresco mozzafiato, la figura centrale è quella della madre del protagonista, e il viaggio avviene nelle viscere oscure di una Bucarest abitata da creature impastate di sogno e violenza, tra periferie industriali, suggestivi quartieri in rovina e palazzi sventrati. Un libro caleidoscopio in cui lo sguardo si trasforma in prisma poetico e la realtà si ricompone per frammenti attraverso impressioni, sensazioni e allucinazioni.



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Abbacinante. L'ala sinistra 2020-09-23 15:23:25 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    23 Settembre, 2020
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Orbitor

Un libro che ha molto influenzato e scosso Mircea Cartarescu da bambino è stato "Il Conte di Montecristo" di Alexandre Dumas. Faceva ancora fatica a leggere eppure si stava già lanciando a gamba tesa nel meraviglioso mondo della letteratura. Edmond Dantes, personaggio ordinario, viene rinchiuso nella crisalide del Castello d'If, laddove acquista la conoscenza ma anche il potere attraverso la ricchezza, e torna nel mondo completamente cambiato, metafora della metamorfosi completa del bruco in farfalla. La metamorfosi rappresenta il fil rouge anche in "Abbacinante. Ala sinistra", primo volume del trittico "Abbacinante", imponente cattedrale letteraria. Se Dumas ha veicolato il messaggio attraverso un romanzo popolare, per tutti e con le caratteristiche dell'epoca, Cartarescu lo veicola attraverso un raffinato romanzo contemporaneo, quasi illeggibile a detta dell'autore stesso, uscito nel 1996. 

Sono pochissimi i libri di questa fattura, richiedono genio, ispirazione, il lavoro e le competenze di un buon scrittore non bastano per la loro creazione. Sono libri che si scrivono quasi da sé, come dice Pessoa in "il libro dell'inquietudine" - non è lo scrittore a scrivere la frase ma è la frase a scrivere lo scrittore. Questo lampo di genio, questo scrittore torturato dalla propria ispirazione, chino sulla sua scrivania che scrive come se fosse in trance io l'ho trovato in questo magnifico libro. Inizia con una narrazione in prima persona, quella di Mircea, uomo adulto, che ricorda con nostalgia i tempi della sua infanzia in un paese delle meraviglie. Ma poi anche la voce narrante subisce metamorfosi e improvvisamente prende voce un altro personaggio, per poi ritornare nuovamente a Mircea. "Descrivere le cose che furono non significa descrivere il passato ma la nebbia che da esso ci separa", una nebbia in cui realtà, sogno e visione si intrecciano e si confondono ma insieme creano una parte inscindibile che rappresenta la vita umana. Quindi va a narrare non solo la sua infanzia in quanto realtà ma anche i suoi sogni e le sue visioni.

L'ambientazione del presente è nettamente dostoevskiana con tinte  proustiane: Mircea, scrittore adulto, abita in un monolocale dotato di un piccolo letto, un tavolo, una sedia e una finestra su Bucarest (sembra un Rakolnikov nella sua Pietroburgo), quasi isolato dal mondo, rintanato nel suo alloggio come un "ragno nella sua tana", monopolizzando la sua attenzione sulla stesura di questo romanzo-mondo nel quale cerca di mettere in "disordine" i suoi pensieri, è quasi una costrizione, è messo con la spalle al muro dal ricordo perché "nessuna maschera o guanto chirurgico può proteggere dall'infezione che il ricordo emana", e da qui la sfumatura proustiana. Ma se in Proust il ricordo è dolce, per Cartarescu è amaro, è doloroso, è pregno di necrofilia: nel ricordare rovistiamo come un medico legale negli organi liquefatti dei nostri "io" passati e quindi morti nel tempo, ma il ricordo arriva, incontrollabile, e tu devi accettarlo e servirlo. Attraverso il ricordo, però, al pari di Proust, anche Cartarescu vuole andare laddove nessuno ci è andato, vuole abbattere la barriera spazio-temporale che ci inchioda al presente, e se Proust era riuscito ad assaporare l'eternità rivivendo intensamente momenti passati attraverso il ricordo, Cartarescu alza la posta in gioco e desidera abbattere la barriera spazio-tempo-cervello-sesso, ossia rivivere l'attimo prima della sua stessa creazione, dentro l'utero materno. A questo proposito devo confessare che la parte finale ha dell'incredibile per un lettore, è un mix di immaginazione fantastica, terminologia medica e carica erotica, si crea una tensione che esplode nella penetrazione dell'ovulo da parte dello spermatozoo e il narratore riconosce le proprie sembianze nella piccola cellula scissa in due: due gemelli, lui, Mircea, e il fratello Victor, che morì in tenera età. Il tutto è descritto con ampio utilizzo di metafore e visioni fantastiche. Un altro libro in cui ho assistito alla descrizione di come la vita nasce è "La montagna incantata" di Thomas Mann, lì c'è un capitolo in cui Hans Castorp, che stava studiando biologia e anatomia nel suo soggiorno al sanatorio, ha questo sogno-visione in cui la vita nasce! E' un passo densissimo, difficile, unico ma meraviglioso e lo stesso riesce a creare Cartarescu nell'abbacinante finale, che si chiude con la propria nascita cellulare, che prende forma e spirito -questo settimo chackra, la "sfera di diamante che gli bruciava sopra la testa", come lo Spirito Santo che Gesù soffia sulle teste degli apostoli. 

Il mondo che Cartarescu crea è molto difficile da descrivere, è pieno di piccole storie sparse qua e là tra un ricordo personale e altro ma tutto viene poi ripreso e i cerchi si chiudono proprio perché la vita di un essere comprende non solo i ricordi di fatti accaduti ma i sogni ricorrenti, le cose che sogniamo ad occhi aperti, le storie delle altre persone che conosciamo, i libri letti e i quadri ammirati, insomma, tutto ha importanza e si unisce a 360°. Come Musil dice in 'L'uomo senza qualità" che l'utopia è solo una delle tante possibilità, qui Cartarescu dice che l'irreale è solo una possibilità di ciò che potrebbe accadere e quindi una possibilità del reale. Nonostante ciò, nonostante il miscuglio realtà- sogno- immaginazione, l'autore riesce a descrivere un caos ordinato, un labirinto nel quale non abbandona mai il lettore ma lo prende per mano, guidandolo verso la magnifica via d'uscita. "Tutto cospira nel convincerti che non esiste via d'uscita ed effettivamente essa non esiste finché non la cerchi. E in un certo modo la ricerca stessa è la via d'uscita, come se lo spazio percorso con la speranza e la fede si solidificasse dietro di te, prendendo man mano le sembianze di un tunnel attraverso il quale puoi uscire, un tunnel tuo personale, aperto solo per te, come un poro che si apre improvvisamente nella pelle di petalo di Dio".

In questo primo libro della trilogia, Cartarescu sente la sua rivelazione artistica, come Proust senti la sua, sobbalzato nella carrozza sugli Champs-Élysées mentre si recava ad una festa mondana. Nel caso di Cartarescu invece si presenta in sogno, attraverso un inumano urlo abbacinante, giallo, di fuoco, che ricorre spesso nei suoi sogni fino ad assumere proporzioni gigantesche, ma come si fa a comprenderla? ad assimilare questo lampo geniale, bruciante, abbacinante?

"In questo mondo opaco, denso, letale come un cuscino che qualcuno ti preme sul volto per soffocarti mentre ti schiaccia il petto con le ginocchia per impedirti senza alcuna pietà di muoverti, la rivelazione è possibile.(...) Ma quanto puoi afferrare da essa se, scivolando lungo il tunnel, ad una velocità terribile, ti senti gli occhi carbonizzati e le orecchie raggrinzite dal fuoco, la lingua liquefatta e bollente, la pelle come la scorza degli alberi, la mucosa nasale evaporata dal calore?"

Eppure, ci prova a ricomporre la sua rivelazione, con carboni ardenti e cenere perché solo Lui, Lo Scrittore, è capace di "leggere la povera storia della vita umana" e la legge una sola volta, mentre la sta scrivendo. 
Per quanto povero è l'ambiente dostoevskiano nel quale l'opera prende forma, il mondo che lui descrive è parimenti ricco, colorato, pieno di luci abbaglianti e ombre tenebrose. Descrive una fantastica Bucarest, che prende vita sotto i suoi occhi, descrive la meraviglia del luoghi di campagna con i loro contadini, gli usi e i costumi, la cucina, i profumi, descrive l'apocalittica guerra tra angeli e demoni che sembra un Giudizio Universale di Giotto, descrive frammenti di guerra e piccoli accenni politici, storie bizzarre e fantastiche e molto altro, eppure tutto è ben incastrato. C'è molto misticismo, farfalle di tutti colori e tutte le dimensioni ma anche ragni, con pance rosse e rotonde che tessono la loro rete con la propria saliva.

Un grande pregio è anche il fatto che, seppur parte di una trilogia, a me la lettura di questo primo volume ha dato il senso di completezza anche nella sua singolarità, un vantaggio per quei lettori che magari non sono pronti ad affrontare una trilogia di corposa dimensione. Se questo primo volume piacerà al lettore, via libra agli altri due, se per qualche ragione dovesse invece trovare difficile o semplicemente non in linea con i propri gusti il lettore si può fermare, avendo comunque letto un libro con un capo e una coda e un messaggio coerente ben trasmesso. Personalmente andrò avanti con il secondo volume "Abbacinante. Il Corpo". E' un'esperienza di lettura unica e indimenticabile.

Piccola nota: le citazioni presenti in questa mia opinione sono tradotte da me e non estratte dalla edizione italiana Voland in quanto l'ho letto in lingua originale.

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Proust, Marquez, Lezama-Lima, Kafka, Pynchon
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Abbacinante. L'ala sinistra 2020-09-17 17:28:29 archeomari
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archeomari Opinione inserita da archeomari    17 Settembre, 2020
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La metamorfosi della vita

“Il passato è tutto, l’avvenire è niente, non esiste un altro senso del tempo. Viviamo su un pezzetto di calcare della sclerosi multipla del cosmo”.

Uno dei pochi autentici, e purtroppo quasi sconosciuti, capolavori della letteratura mondiale degli ultimi decenni, viene dalla Romania, ed è firmato da Mircea Cartarescu.
“Abbacinante” è una trilogia, imponente e geniale, che riproduce nel titolo, e ripropone in più parti, come motivo mistico-simbolico, il corpo di una farfalla: ala sinistra, corpo centrale e ala destra. Proposto in Italia da Voland, il primo volume in italiano è apparso nel 2008 e l’ultimo nel 2016.
Se dovessi delineare in poche parole che impressioni ho avuto nel leggere questo libro, direi che si è trattato di un abbagliante spettacolo di psichedelia e allucinazioni, simmetrie ed iper-simmetrie, una batteria di fuochi d’artificio con i suoi passaggi più esaltanti, i momenti dal ritmo più piano e poi una corposa terza parte che riprende il vortice allucinato di sogni e sensazioni delle prime pagine e confluisce in un finale che rimette a posto tutto le tessere e il cerchio si chiude. Ma non del tutto...la lettura del secondo e del terzo volume, ne sono sicura, renderà più chiare certe scelte narrative e i motivi della storia, la storia di Mircea Cartarescu, “questo libro illeggibile” cui ha dedicato ben 14 anni!
‘Ala sinistra’ comprende gli avvenimenti principali della sua infanzia e prima adolescenza, narrati in prima persona dal protagonista, lo stesso Mircea Cartarescu, in un lungo, ininterrotto flusso di coscienza, con notevoli salti temporali, in cui inserisce i personaggi reali dei suoi ricordi ed altri surreali, dei suoi sogni. Tra le pagine compaiono sempre delle farfalle, ora piccole, ora mostruosamente giganti, ora disegnate, ora incastonate in anelli, ora impresse nella pelle come la grande macchia rosa-violacea, un lupus eritematoso che sua mamma aveva sul fianco. La farfalla è un simbolo mistico, perché

“La mia memoria è la metamorfosi della mia vita, l’insetto adulto di cui la mia vita è la larva. E se non mi tuffo nell’abisso di latte che la circonda e la cela nella crisalide della mente, non saprò mai se sono stato o se sono una mantide vorace, un opilione sognante sulle sue zampe interminabili o una farfalla di bellezza sovrannaturale”.

“Il passato è tutto” si diceva all’inizio, citando un passo, ed è lì che bisognava investire le proprie energie, indagare come archeologi, perché “ogni scoperta è un ricordarsi”, uno scoprire se stessi. Attraverso quel continuum realtà-allucinazione-sogno- ricordo è possibile sperare di avvicinarsi ad un’altra dimensione, non meno reale della realtà presente. “Quella che chiamiamo comunemente ‘realtà’ non è che la superficie delle cose. La vita allucinatoria è vera quanto la vita ‘reale’”dice l’autore in una intervista raccolta da Vanni Santoni nella postfazione dell’edizione Voland.

Mille richiami ai grandi classici della letteratura di ogni tempo: Dante, Kafka, Proust. Un edificio di ricordi dai particolari vividi, ma inseriti in contesti allucinati, la stessa Bucarest, le cui viscere ammuffite, le cui gallerie sotterranee dove avvengono fatti surreali, non è quella reale, se non in parte. Bucarest è spesso la protagonista indiscussa delle notte allucinati del piccolo e malaticcio Mircea: seduto sulla cassapanca, coi piedi sul termosifone, dalla tripla finestra panoramica la città appare come in un trittico. Luci al neon che si accendono e si spengono, i fari dei tram e delle auto, talvolta la città con quelle luci colorate si trasforma in un enorme acquario, come la stessa stanza di Mircea.
Altro motivo narrativo e simbolico di questo libro è la costruzione per cerchi concentrici , il mise en abyme come notevole illusione ottica. Nelle sue visioni Mircea immagina il suo cervello inserito in una scatola cranica, che al suo interno ne contiene un’altra, e così via, tante scatole craniche quanti i gradi di conoscenza e consapevolezza raggiunti negli anni. Ed anche i ricordi funzionano come matriosche: la borsetta rossa della mamma, che funzione come archivio di famiglia, innesca tutta una serie di ricordi involontari, odori, sensazioni, luoghi, colori. Ancora:

“Il me di oggi ingloba il me di ieri, che comprende quello di ieri l’altro, e così via a ritroso, sicché non siamo altro che un’immensa sequenza di bambole russe celate l’una nell’altra, ognuna gravida di quella che l’ha preceduta (...). L’io di ogni attimo è legato a quello precedente tramite un vigoroso cavo ombelicale, con due arterie e una vena, trasportando gli ineffabili eritrociti della causalità”.

Un linguaggio sofisticato, immaginifico, ricco di termini scientifici. Un’opera monumentale di grande bellezza, arrivata in Italia con vergognoso ritardo e che merita di essere conosciuta da un pubblico più vasto.



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Consigliato a chi ama leggere libri dallo stile particolare, visionario, sofisticato, ricco di immagini e termini scientifici.
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