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Canto della pianura Canto della pianura

Canto della pianura

Letteratura straniera

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Con "Canto della pianura" si torna a Holt, dove Tom Guthrie insegna storia al liceo e da solo si occupa dei due figli piccoli, mentre la moglie passa le sue giornate al buio, chiusa in una stanza. Intanto Victoria Roubideaux a sedici anni scopre di essere incinta. Quando la madre la caccia di casa, la ragazza chiede aiuto a un'insegnante della scuola, Maggie Jones, e la sua storia si lega a quella dei vecchi fratelli McPheron, che da sempre vivono in solitudine dedicandosi all'allevamento di mucche e giumente. Come in "Benedizione", le vite dei personaggi di Holt si intrecciano le une alle altre in un racconto corale di dignità, di rimpianti e d'amore. In particolare, in questo libro Kent Haruf rivolge la sua parola attenta e misurata al cominciare della vita. E ce la consegna come una gemma, pietra dura sfaccettata e preziosa, ma anche delicato germoglio.

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Canto della pianura 2018-10-11 09:26:51 Emilio Berra TO
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Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    11 Ottobre, 2018
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'Uomini e no'

L'america profonda, rurale. L'America di cui quasi non si parla, che si pensa 'trumpiana' . Quell'America lontana perfino dalla nostra immaginazione.
Siamo a Holt, con "le casette arretrate rispetto alla strada, con il loro giardinetto striminzito e il prato antistante marrone per l'inverno". Intorno, la "campagna (...) piatta e sabbiosa, con i suoi boschetti di alberi rachitici". Vaste pianure che danno la sensazione di uno sfondo desolante.

I personaggi sono esponenti di questa comunità sfilacciata, senza tradizione, senza valori forti: ognuno nella propria solitudine a condurre una vita non colmata di senso.
Una madre che scaccia di casa la figlia diciassettenne incinta. Teppismo, violenze, bullismo e regolamenti di conti. L'idea di 'farsi giustizia da sé' . Lo Stato ben poco presente. Una scuola orrenda, in tutte le sue componenti. Poi un consumismo sessuale diffuso, licenziosità che ricade talvolta su ragazzine 'consenzienti' ridotte a consumo del dominio maschile.
Lo squallore ambientale ed estetico che fa da cornice a una deprivazione umano-esistenziale deprimente.

Quelle terre, un tempo percorse da dignitosi Indios, ora paiono calpestate da uomini e donne duramente assuefatti.
Ecco però accadere qualcosa di profondamente umano che apre il cuore : un nuovo e inaspettato nucleo familiare si sta formando. Sono i personaggi meno omologati dal nuovo conformismo della 'modernità', che dal loro isolamento tendono una mano, danno un volto alla speranza.
"Canto della pianura" non è un romanzo disperato. Haruf è scrittore che racconta pacatamente e sa cogliere le occasioni dove la scelta va verso la vita, dove c'è prospettiva, progetto, dove il dono si colma di senso.

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Canto della pianura 2018-09-14 08:33:59 Pelizzari
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Pelizzari Opinione inserita da Pelizzari    14 Settembre, 2018
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Ruralità

Secondo libro della “Trilogia della pianura”, dove si ritrovano sia i tratti tipici dello stile di Haruf, come ad esempio la lentezza oppure i dialoghi non differenziati dal testo descrittivo, ma si riscontrano anche notevoli differenze rispetto al primo libro. Qui lo stile è molto più articolato e commentato, meno secco rispetto allo stile adottato in “Benedizione”. Là il fulcro era la storia di un fine vita, qui il fulcro è la storia di una nascita. Anche in questo libro più storie di vita di paese sono intrecciate ed anche grazie a particolari momenti che hanno per protagonisti gli animali, emerge la ruralità americana, che è forse l’impronta maggiore che l’autore voleva lasciare. Fra i due spaccati io ho apprezzato molto di più quello di “Benedizione” forse perché di quella famiglia così unita nel dolore avevo amato proprio tutto, e nessuno dei personaggi di questo secondo capitolo è riuscito a darmi altrettante emozioni.

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Canto della pianura 2017-12-06 20:06:44 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    06 Dicembre, 2017
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Il senso della vita

Già dalla prima pagina mi è sembrato di ritornare a casa, perché Holt, questa cittadina immaginaria che tuttavia assomiglia a tante località americane a carattere prevalentemente rurale, per certi aspetti rispecchia il paese dove abito. Anche lì, come qui, si nasce, si cresce, si fa l’amore e si muore, ma gli abitanti non sono le anonime ombre che si agitano freneticamente in una metropoli, hanno un volto, un nome e anche un carattere. Non c’è nulla di eclatante nelle esistenze descritte da Haruf e proprio per questo, per quanto immaginate, sono palpabilmente vere, ma l’aspetto straordinario è che i semplici eventi che accadono appassionano, però non come in una telenovela, di cui si vuol sapere il seguito di ogni puntata già immaginandolo dapprima, no, tutt’altro. E’ il modo semplice, ma estremamente efficace con cui vengono descritti i personaggi, è la delicatezza con cui vengono mostrati i sentimenti, è quel senso di rispetto, ma anche di umana pietà, verso ciascuno dei protagonisti che fanno di questo romanzo un gioiello. Prendiamo i fratelli McPheron, rimasti orfani da giovani e che conducono un allevamento di bestiame in una vita che è solo lavoro, perché non hanno mai conosciuto la gioia dell’amore; sembrano quasi misogini, rinchiusi in un bozzolo auto-protettivo, eppure accettano di ospitare una ragazza incinta che la madre non vuol più vedere. All’inizio sono preoccupati, ma non tanto per l’impatto che la presenza di un ospite potrà avere nella loro casa, bensì per il timore di essere inadeguati, di non essere capaci di comunicare. Poco a poco i nodi si scioglieranno e la famiglia (sì, la famiglia, perché finiscono per andare oltre una normale convivenza, come quando, se pur impacciati, trepidano nell’attesa del parto) sarà la prova evidente che i legami vanno oltre quelli di sangue, ricomprendendo il reciproco rispetto e un po’ di umano affetto.
Haruf è un grande scrittore, perché il rischio di cadere in una telenovela c’era, ma lui abilmente si è tenuto alla larga, da buon burattinaio che non si vede, ma di cui si intuisce la presenza, ha manovrato i suoi personaggi, ci ha fornito spaccati di vita vera con una serie di piccole storie che finiscono con l’intrecciarsi, con protagonisti che si ritroveranno poi anche negli altri due romanzi della trilogia. La lettura non stanca mai e procede naturalmente secondo il ritmo per lo più blando che l’autore ha impresso alla sua opera.
Così si arriva alla fine senza accorgersi, indubbiamente soddisfatti, ma anche dispiaciuti di non poter andar oltre; non c’è da preoccuparsi, però, perché ci sono ancora Benedizione e Crepuscolo, entrambi egualmente belli, anche loro ambientati a Holt, un luogo che sembra quasi magico perché lì la vita segue il ritmo delle stagioni, perché lì in fondo si vive veramente, perché in ogni azione e in ogni sentimento c’è il senso profondo di sapere in che consiste l’esistenza, in quella strada lungo cui si cammina dall’alba al tramonto, un destino comune che dovrebbe invogliare a soccorrerci, a darci una mano, proprio come fanno tanti personaggi di questa grande trilogia.
E’ un capolavoro, non aggiungo altro.

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Canto della pianura 2017-12-03 19:35:57 mariaangela
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mariaangela Opinione inserita da mariaangela    03 Dicembre, 2017
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Quando più voci compongono una struggente melodia.

Una prosa …”attenta ed educata” racconta sottovoce storie solo di apparente banale quotidianità.
Momenti di vita narrati in modo dolce, accorto, semplice, è un romanzo che mi dà un messaggio preciso.
Le ambientazioni povere e così immediatamente familiari. Le sale da pranzo, le cucine, le stanze da letto, le aule dei professori, le stalle, il binario del treno…le immense pianure scosse dal vento e dalla pioggia e dalla polvere; basta così poco per descriverle. Essenzialità. Nessun aggettivo superfluo.. Eppure invece che freddezza, proseguo nella lettura e sento un legame fortissimo. Perché riesco perfettamente a vedere e a capire.
La solitudine dei luoghi descritti accompagna le vite complicate e tristi di pochi personaggi che conducono esistenze normali. Penso continuamente … ed ora che accadrà? E’ una condivisione più che una semplice lettura.

Racconto forte, fortissimo, che mi colpisce direttamente al cuore.
E’ difficile schierarsi. A tutti vorrei allungare la mano, vorrei dire aggrappati, ce la facciamo insieme. Sono uomini e donne coraggiosi che si rialzano da soli, ma non solo. Con la forza di volontà, con l’ostinazione. Con quella sconosciuta, immensa parola … solidarietà. Con la reciproca compagnia.

Holt, non è solo una cittadina sperduta nelle grandi pianure del Colorado, è il canto a più voci di anime solo superficialmente sole e solitarie.

Di Tom Guthrie e dei suoi figli Ike e Bobby. I ragazzini consegnano il Denver News in tutta la cittadina con le loro biciclette prima di andare a scuola. Il papà insegna Storia americana al liceo.
“Figurati, Maggie, sei bella, disse Guthrie. Non lo sai? Mi togli il fiato.
Lo pensi davvero?
Dio mio, si. Non lo sai? Pensavo sapessi tutto.”

Di Victoria Roubideaux diciassette anni, incinta di quattro mesi. Una stupida puttanella per sua mamma.
“Io ero seduta accanto alla porta e lui è venuto a invitarmi. Quando mi si è avvicinato gli ho detto, non ti conosco nemmeno. Lui ha risposto, c’è bisogno di conoscersi? Bé, chi sei? gli ho chiesto. Che importa? Ha risposto lui. Fa lo stesso. Sono solo uno che ti sta invitando in pista a ballare.”

Di Maggie Jones così risoluta e protettiva.

Dei due vecchi fratelli McPheron, Harold e Raymond. Solitari, scapoli, decrepiti, scontrosi, ignoranti, prigionieri delle loro abitudini, in mezzo alla campagna a diciassette miglia a sud di Holt.
Raymond che decide subito di accoglierla e Harold che si arrabbia ma che accetta.
“Lei guardò prima lui, poi il fratello. Grazie, disse. Grazie di lasciarmi stare qui da voi. Bé, sei la benvenuta, disse Raymond. Davvero.”

“Due uomini anziani e una ragazza di diciassette anni seduti al tavolo sparecchiato di una sala da pranzo di campagna, dopo cena, mentre fuori, oltre le pareti di casa e le finestre senza tende, un gelido vento del nord scatenava l’ennesima tempeste invernale sugli altopiani.”

Haruf così bravo a descrivere paesaggi freddi e luminosi, neve scintillante come vetro sotto il sole, vento che soffia in raffiche improvvise e regolari che gettano i capelli sul viso e impedisce di vedersi davvero al primo sguardo.
Un gelo solo atmosferico.
Poi il buio della casa non più solo atmosferico dopo che lei è andata via.
“Salirono al piano di sopra. Si sdraiarono ciascuno in camera sua, senza riuscire ad addormentarsi, rimasero svegli al buio, separati dal corridoio, pensando a lei, e sentirono quanto la casa era cambiata, quanto all’ improvviso tutto sembrasse vuoto e triste.”

“Mia madre diceva sempre che c’è una lezione in ogni cosa che fai, basta avere gli occhi per vederla …”

Buone prossime letture a tutti.

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Canto della pianura 2017-08-25 06:51:33 Belmi
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Belmi Opinione inserita da Belmi    25 Agosto, 2017
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Tempi folli ad Holt

“Oh, so che sembra una pazzia, disse lei. Suppongo lo sia. Non so. E nemmeno mi importa. Ma quella ragazza ha bisogno di qualcuno e sono pronta a fare qualsiasi cosa. Ha bisogno di una casa per questi mesi. E anche voi – sorrise – dannati vecchi solitari, avete bisogno di qualcuno. Qualcuno o qualcosa di cui prendervi cura, per cui preoccuparvi, oltre a una vecchia vacca fulva. C'è troppa solitudine qui. Prima o poi morirete senza aver avuto neppure un problema in vita vostra. Non del tipo giusto, comunque. Questa è la vostra occasione”.

Dopo aver letto “Le nostre anime di notte”, Haruf mi riaccompagna nella “sua” Holt. “Canto della pianura” mi è sembrato più un urlo muto. La cittadina di Holt in superficie sembra quieta e calma, ma basta poco per rendersi conto che sotto nasconde un tumulto. I protagonisti sono molti e gli argomenti trattati sono forti e attuali ma affrontati con la delicatezza che ormai mi aspetto da questo autore. Quando parlo di delicatezza non intendo con omissioni per indorare la pillola, no, Haruf va fino in fondo ma sa farlo nel modo giusto.

Ogni personaggio ha le sue sfide da affrontare,ma i fratelli McPheron, Harold e Raymond, mi sono arrivati e rimasti nel cuore.

“Mi dici adesso che cavolo di storia era quella che le hai raccontato nel furgone?
Quale storia? chiese Raymond.
Quella della giovenca che aveva ingoiato il filo di ferro. Dove diavolo l'hai pescata? Io non me ne ricordo proprio.
Me la sono inventata.
Te la sei inventata, disse Harold. Fissò il fratello intento a osservare la stanza. Cos'altro ti inventerai?
Qualunque cosa, se serve”.

Se da una parte l'assenza di punteggiatura che differenzia un discorso diretto da uno indiretto può disorientare il lettore, dall'altra mi sono resa conto che mi spinge ancora di più a prestare maggiore attenzione.

“Canto della pianura” è un libro che fa riflettere, indignare (non potrò mai dimenticare quello che fa Sharlene) e arrabbiare, ma anche sperare. Fatevi cullare dalle bellissime parole di questo autore, che con uno stile delicato e sincero, racconta quanto può essere dura la vita, ma che insieme alle persone giuste, quello che è una difficile montagna da scalare, può diventare una dolce collina su cui passeggiare.

Lo consiglio.

Buona lettura.

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Canto della pianura 2017-07-31 09:45:09 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    31 Luglio, 2017
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La semplicità della grande letteratura americana

Che Kent Haruf abbia avuto a cuore di descrivere con semplicità la semplicità complessa, si perdoni l’ossimoro, della vita di una piccola comunità americana di una cittadina del Colorado, appare evidente sin dal titolo del romanzo “Plainsong”, che oltre al riferimento dotto di un canto piano diffuso nel medioevo, come precisa in una nota introduttiva il traduttore Fabio Cremonesi, significa “canto semplice e sobrio”.
Siamo infatti di fronte a una narrazione scorrevole e coinvolgente che introduce una serie di piccoli quadri di vita quotidiana in cui il vero protagonista è l’uomo-antieroe, lo stesso che abbiamo imparato ad apprezzare e ammirare nei quadri di Hopper. Alla descrizione della vita provinciale della piccola cittadina Holt, si alternano immagini di vita di campagna, ora serena e contemplativa, ora feroce e spietata. Tutto secondo la visione realistica del mondo di uno scrittore che rifugge da qualsiasi esagerazione romanzesca.
E’ in questa prospettiva che vanno considerati i personaggi, in ognuno dei quali il lettore può riconoscere parte di sé. Così Guthrie, insegnante e padre di due ragazzi, si trova solo a dover assolvere a una duplice complicata funzione di educatore, mentre Ella, sua moglie, in un perenne stato depressivo rinuncia al suo ruolo di moglie e di madre. Ike e Bobby poco più che bambini, imparano ad affrontare la vita con silenziosa sofferenza per l’abbandono della madre e ad avere come unico punto di riferimento la figura paterna.
Splendido è il personaggio di Victoria Roubidaux. Il senso di responsabilità di questa adolescente divenuta donna bruscamente fa da contraltare all’egoismo di sua madre che non esita a respingerla perché incinta, come stupendi sono i due fratelli McPheron rozzi allevatori dal cuore d’oro, che accolgono Victoria e la assistono. Né mancano personaggi negativi, quali Beckman e Dwayne, che rappresentano il lato ignobile dell’uomo.
Una contrapposizione di personaggi e di valori, dunque, che non può semplicisticamente ridursi a una rappresentazione del bene e del male. E’ un ritratto del mondo in cui viviamo con i suoi contrasti e le sue contraddizioni. E ciò che rende ancora più interessante la narrazione di Haruf è che lo scrittore non segue i personaggi nel loro iter psicologico, ma lascia al lettore la facoltà di interpretarne i pensieri e i sentimenti, conferendogli così un ruolo attivo nel romanzo. E’ la stessa tecnica già usata nella grande letteratura americana da Hemingway che sosteneva che nei suoi romanzi ciò che era immediatamente evidente altro non era che la punta di un iceberg. Al lettore interpretare tutto ciò che rimaneva sottinteso.
Un romanzo che ha come protagonista l’uomo che nella sua singolarità riesce tuttavia a rappresentare la collettività nella sua “normalità”, un’opera che rifugge dalle rappresentazioni romanzesche e si fa cronaca di vita vissuta.

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Canto della pianura 2017-04-12 09:57:10 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    12 Aprile, 2017
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“Plainsong”

Holt, con le sue campagne piatte e sabbiose, Holt con i suoi boschetti e fattorie isolate su strade sterrate, Holt, luogo di tempo che scorre in un flusso inesorabile del susseguirsi di stagioni e relazioni, Holt e la sua malinconia.
Tom Guthrie, insegnante di storia americana, è solo a crescere Ike e Bobby, rispettivamente di nove e dieci anni. Ella, la moglie, affetta probabilmente da una forma aggressiva di depressione, si abbandona alla sua condizione trasferendosi a Denver dalla sorella. Come ogni mattina, i piccoli, si accingono a consegnare i giornali ai rispettivi destinatari, lavoro al termine del quale si recano a scuola dove le loro strade, temporaneamente si separano. Silenziose e preziose le visite alla signora Stearns.
Victoria Roubideaux, diciassette anni, incinta, cacciata dalla madre alla scoperta del futuro nascituro, trova appoggio prima da Maggie Jones, insegnante della scuola, di poi dai fratelli Mcpheron, Harold e Raymond. Questi ultimi, che hanno vissuto mezzo secolo, hanno perso in tenera età i genitori talché, lasciati gli studi, si sono mantenuti dedicandosi interamente agli animali e ai campi. Il bestiame è tutto ciò che conoscono. Tra i tre si instaurerà un rapporto profondo, di affetto, solidarietà e complementazione. Ciascuno, infatti, con la sua presenza, con i suoi silenzi di parole pensate ma non dette, con i suoi gesti goffi, aiuterà l’altro.
E dallo sviluppo di queste vicende, tra loro intrecciate indissolubilmente, prende vita “Canto della pianura”, capitolo della nota trilogia che semplicemente entra dentro il lettore, lo conquista. Chi già conosce la penna dell’americano, sa bene, come in ogni singolo volume pensato ed ideato dallo stesso, si possa riscontrare, seppur l’ambientazione sia la medesima, un’unicità senza eguali. Ecco perché taluno episodio necessita di essere interpretato e conosciuto singolarmente, individualmente. Non solo, ogni pagina è intrisa di una sua dimensione ove, a prescindere dallo scorrere dei minuti, le difficoltà delle relazioni umane sono le protagoniste indiscusse. Denominatore comune, la solitudine.
In “Plainsong”, titolo originale dell’opera (vi consiglio di leggere le note iniziali relative alla traduzione di questo che letteralmente significa “canto piano”), oltre a detto senso di malinconia e isolamento, che è proprio e riscontrabile anche in “Benedizione”, è presente un carattere ulteriore: l’altruismo, l’accudimento, la generosità, l’aiuto. Tali vite spezzate che sembrano non avere possibilità di rinascita, di riscatto, che cadono nei dolori e che da essi sono condizionate, trovano in piccole azioni, conforto.
Quello narrato è un coro di voci che si innalzano nel cielo descrivendo luoghi, oggetti, anime, vite, esistenze, difficoltà, gioie, lacrime, imprevisti, sorprese, ferite che hanno tempi di degenza lunghissimi, se non irreversibili. Ed è a fronte di tutto ciò che si contrappone questa volontà di darsi una mano, di prodigalità ed umanità gratuite, senza tornaconto. Elementi positivi, che si contrappongono naturalmente ad uno scenario cupo, decadente, nuvoloso.
Lo stile, inoltre adottato, si differenza e peculiarizza rispetto al precedente episodio della serie. Se infatti in “Benedizione” ci trovavamo di fronte ad un linguaggio austero, stringato, caratterizzato quasi nella totalità da dialoghi, in “Canto della pianura” Haruf si lascia andare ad un periodare ampio e articolato, a descrizioni e aggettivazioni quasi barocche. Non mancano i dialoghi, che spesso assumono la veste di monologhi duri e crudi, scanditi dall’assenza di fretta, da una lentezza priva di aspettative. Scelta questa che sicuramente è stata determinata dalla coerenza richiesta dai temi stessi trattati; lì la fine della vita, qui il suo inizio, il desiderio di speranza, di cambiamento. Perché l’uomo può sempre redimersi, imparare dai propri errori, rinascere.
Ed in questa ricerca di condivisione e sentimento, sono presenti anche gli animali. Tre sono i momenti che li vedono quali protagonisti – la cernita delle mucche “vuote”, il parto della giovenca, l’autopsia del cavallo – ; attimi narrati, nella loro violenza, con inquietante accuratezza.
Un testo semplicemente imperdibile, i cui personaggi diventano parte integrante di chi legge, un elaborato dove ognuno sentirà il vento frusciare nella campagne del Colorado.

«Non sarà come fare una scampagnata parrocchiale. No, non lo sarà, disse Raymond. Ma tu alle scampagnate parrocchiali non ci sei mai andato, se non sbaglio» p. 117

«Ma tu cosa vuoi? Replicò. Ormai era alterato anche lui. Non penso che tu lo sappia. Vorrei che lo sapessi, ma non credo sia così. E questo non è che un altro esempio.» p. 120

«Per il bambino. Non pensi che il bambino che stai aspettando un giorno vorrà posare la testa da qualche parte?
Si. Penso di si.
Allora sarà meglio procurargli qualcosa per farlo.
Lei lo guardo e sorrise. E se invece fosse una bambina?
Bé, suppongo che dovremo tenercela comunque. E far buon viso a cattiva sorte, disse Raymond. Fece una faccia esageratamente serie. Ma anche una bambina avrà bisogno di un lettino, no? Alle bambine non viene sonno?» p. 180

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Canto della pianura 2017-03-10 23:06:47 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    11 Marzo, 2017
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Darsi una mano

Il secondo volume della trilogia della pianura con Benedizione ha il denominatore comune del paese: Holt. I personaggi però non sono gli stessi e a me questi del Canto della Pianura sono entrati tutti nel cuore. Ci sono i due ragazzini di 9 e 10 anni, quasi gemelli, con la madre in fuga, forse malata di depressione e il padre insegnante di storia al liceo che si occupa di loro. La studentessa incinta che viene cacciata di casa dalla madre e che viene ospitata prima da una insegnante poi da due fratelli anziani e scapoli. L'insegnante di storia, il padre dei due ragazzini, che viene invitato dal preside a promuovere lo studente sfacciato e sfaticato. Alcune storie sono piuttosto improbabili ma hanno questo denominatore comune che è il desiderio di bene, di darsi una mano, di sostenere l'altro nella sua esistenza misera e zoppicante. Questo aggiunge bellezza a ogni storia dandogli il tocco della favola per quella bontà che è quasi magica da ritrovare nelle vite vere ma che rende le storie più belle e dolci da ascoltare. Rispetto a Benedizione la cura formale e la malinconia lirica sono un po' meno accentuate ma questo secondo libro a me è sembrato ancora più bello, più naturale, più interessante. La presenza dei personaggi negativi, dello studente stronzo e strafottente. del fidanzato di Victoria viziato e irritante, della gente che pensa male dei due fratelli che ospitano Victoria serve a far capire al lettore come il male sia mediocre e come non ci si possa rassegnare al male e alla meschinità e alla miseria quando basta un po' di solidarietà e di generosità per rendere luminosa ogni esistenza.

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Canto della pianura 2016-10-18 08:13:47 CortaZur
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CortaZur Opinione inserita da CortaZur    18 Ottobre, 2016
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Una storia semplice: la vita.

“La corriera proseguì e entrò nella contea di Holt, la campagna era di nuovo piatta e sabbiosa, con i suoi boschetti di alberi rachitici intorno a fattorie isolate e le sue strade sterrate che andavano esattamente da nord a sud come le linee in un libro.”

Canto della pianura, titolo originale Plainsong, è il primo libro (in ordine di scrittura) della trilogia di Holt, una trilogia pubblicata da NN editore scritta dallo scrittore Kent Haruf e tradotta dal bravissimo Fabio Cremonesi. Una trilogia “sciolta” come l’ha definita l’autore stesso che non deve essere letta obbligatoriamente in ordine di pubblicazione, l’unica raccomandazione che facciamo è di leggere prima Canto della pianura e poi Crepuscolo in quanto sono molto legati. Personalmente ho preferito seguire l’ordine di scrittura originale in modo da apprezzare la naturale evoluzione dei pensieri nella testa di Haruf nel corso degli anni che ha impiegato per la stesura della stessa.

Ambientato a Holt (Colorado), città inventata, creata dall’immaginario dell’autore che ne ha costruito le vie, le case e gli abitanti; una città a tutti gli effetti reale protagonista per quanto sia ben descritta. I personaggi che la vivono a loro volta sono perfettamente ritratti, a cominciare dal padre\professore, Tom Guthrie, insegnante nella locale scuola, genitore di due bambini meravigliosi e punto di riferimento morale nel romanzo; la coppia di fratellini, che ispirano tantissima tenerezza ed empatia, deve comprendere la scelta, di una madre depressa, di lasciarli soli e allo stesso tempo cerca di vivere una normale vita di adolescenti con i problemi che quella età comporta. Una ragazza madre, Victoria, cacciata di casa pur di tenere il bambino inaspettato che trova aiuto in una sua insegnante, la signora Jones, e in due fratelli burberi ma buonissimi che sono i personaggi più positivi e belli del romanzo.
La storia che si racconta è nella semplicità delle vite dei personaggi, è nella descrizione minuziosa e tanto dettagliata da rendere reale le azioni, è nei paesaggi e negli oggetti descritti fin quasi a dargli forma e vita. Una narrazione che è semplice e tremendamente reale, il tutto raccontato con una voce soave, confortante che ci accompagna per tutto il libro come un nonno che racconta i suoi ricordi al nipote rendendoli magnificamente caldi e familiari.

Canto della Pianura parla della vita, della sua riscoperta e in altre parole della rinascita. I vari personaggi stanno attraversando crisi esistenziali particolarmente difficili e unici e Haruf ne racconta molto abilmente le varie sfaccettature rendendoci partecipi, mettendoci al lato dei personaggi, facendoci condividere le loro emozioni grazie al grande lavoro di descrizione e al grande uso della lingua rendendola priva di inutili complessità alla pari delle emozioni suscitate.

La scrittura di Haruf, e questo libro ne è un chiaro esempio, è una scrittura senza fronzoli; come amava definirla lui stesso è una scrittura che va il più possibile vicino all’osso per raccontare la parte più vera e genuina della vita. Canto della pianura è solo l’inizio di questo viaggio, mettetevi comodi.

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Canto della pianura 2016-08-18 20:12:37 68
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68 Opinione inserita da 68    18 Agosto, 2016
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Vite spezzate e possibili rinascite.


" Canto della pianura " ( 1999 ) e' il primo volume ( cronologicamente ) della " Trilogia della pianura ", cui seguiranno " Crepuscolo " ( 2004 ) e " Benedizione " ( 2013), opera che rappresenta e descrive mirabilmente il flusso del tempo, le stagioni della vita e le relazioni all' interno di una immaginaria cittadina del Colorado, Holt.
Ogni singolo volume si avvale di unicita', della stessa ambientazione, di protagonisti che in parte ritornano a narrare l' esistenza nella propria semplicità temporale e complessita' relazionale.
Ogni episodio va letto ed interpretato singolarmente, tralasciando per il momento analogie, variabili stilistiche ed intrecci narrativi.
In " Canto della pianura " seguiamo le vicende di una decina di personaggi. Vi è' la famiglia di Tom Guthrie, professore di storia lasciato dalla moglie Ella, donna sola, depressa e i loro due giovani figli, Ike e Bobby, che soffriranno l' assenza della madre.
Ed ancora Maggie, insegnante dal cuore d' oro, Victoria, giovane studentessa incinta e senza tetto, i fratelli McPheron, due vecchi lupi solitari, agricoltori da sempre.
È un intreccio di vite spezzate che rinascono laddove sembravano finite, inciampano nei dolori dell'esistenza, nella furia del quotidiano, negli imprevisti della gioventù, si allontanano da un difficile presente ma alla fine ritornano, riscoprono un senso ed il calore di una famigliarita' inaspettata, elaborano assenze protratte e riannodano relazioni smarrite, riaccendono una vita segnata stringendosi agli affetti più cari.
Si racconta di una melodia dell' esistenza, di una sonorità di luoghi, oggetti, anime, uniti da quella essenza, a tratti nebulosa, ma sempre presente, la cittadina di Holt.
Questa e' uno spazio delimitato che crea ed amalgama da sempre storie e protagonisti, dove slngoli eventi e complessita' narrativa si legano in un' ambientazione per lo più' cupa e silente.
Persino i luoghi respirano un' anima decadente, e così' " la sera era carica di un senso di solitudine ", sono animati, " la brezza notturna scompigliava le ultime foglie " o con un alone di trasparenza " la casa era pallida ".
I personaggi si muovono e dialogano lentamente, legati da un filo invisibile, e il loro sguardo velato da occhi di un bianco-azzurrino come carta sottilissima sembra sempre rivolgersi altrove.
Ed allora i monologhi divengono dialoghi solo apparenti e si respira una solitudine manifesta.
Ci si conosce da sempre, ad Holt, ma " questi sono tempi folli. Certe volte penso che non ci siano mai stati tempi più folli di questi ".
Tutti portano delle ferite, dentro, la cui guarigione e' lunga, insperata, complessa.
Poi un cambio di rotta, le relazioni si consegnano alla speranza ed il nucleo diviene ll senso della famiglia, il desiderio di un caldo focolare.
C' e' chi cercherà di superare un' adolescenza acerba ed un burrascoso passato sentimentale con la meraviglia della maternita', chi rinuncera' alla propria solitudine secolare, scoprendo l' affetto della condivisione e dell' accudimento, chi uscirà da un abbandono doloroso legandosi ai propri figli, chi vivra' il distacco come dolorosa presenza, consapevole di un nuovo inizio, chi si perderà in un amore ideale.
È questa la circolarita' di Holt, sospensione atemporale, paesaggio dell' anima, dove si sente il vento gemere e rumoreggiare e la neve sfreccia in rapide improvvise e dove, guardando il cielo, si distingue il tremolio delle stelle, pure e fredde.
È una armoniosa presenza, una creatura plasmata dalla penna di un cesellatore fine e paziente grazie ad un linguaggio minimale, essenziale, che diviene lirico, descrittivo, e niente è fuori luogo, superfluo, eccessivo.
I dialoghi esprimono forza e sentimento, travolti dalla crudeltà' di una natura spietata e parlante, tremendamente vera in quegli eccessi descrittivi ed iperrealistici ma rappresentativa di un senso del tutto.
È un angolo di una provincia americana conosciuta, in cui la natura selvaggia penetra nel quotidiano, violenza e crudelta' si contrappongono a famigliarita' e condivisione, il puritanesimo a vite esecrabili e dissolute, una solitudine estrema ad un desiderio di amore, in un paese di eccessi.
Tra le pagine emerge distintamente la forza di un desiderio e la speranza di un cambiamento, ancora possibile, ed allora i monologhi si trasformano in dialoghi, l' attesa in azione, il desiderio in sentimento.
In fondo, l' uomo può sempre redimersi, imparare dagli errori pregressi, ripartire, ed in questa possibile rinascita sta la speranza in un futuro che sia degno di essere vissuto, sempre.

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