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Cecità

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In una città qualunque, di un paese qualunque, un guidatore sta fermo al semaforo in attesa del verde quando si accorge di perdere la vista. All'inizio pensa si tratti di un disturbo passeggero, ma non è cosi. Gli viene diagnosticata una cecità dovuta a una malattia sconosciuta: un "mal bianco" che avvolge la sua vittima in un candore luminoso, simile a un mare di latte. Non si tratta di un caso isolato: è l'inizio di un'epidemia che colpisce progressivamente tutta la città, e l'intero paese. Tra la violenza e la lotta per la sopravvivenza si inserirà la figura di una donna che, con un gesto d'amore, ridarà speranza all'umanità.



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Cecità 2020-11-26 17:27:02 Lalyra
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Lalyra Opinione inserita da Lalyra    26 Novembre, 2020
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Chi è davvero cieco?

Ad essere sincera, ho provato un forte sentimento di amore-odio per questo romanzo, iniziato a leggere in estate e finito in questi giorni, in pieno secondo lockdown.
Indubbiamente il periodo che ci troviamo a vivere in questo momento ha orientato la scelta di leggerlo ma anche l'opinione che ne ho.
L'opinione sicuramente è anche influenzata dallo stile del romanzo, uno stile originale e sicuramente unico.
Lo stile di Saramago è così, o ti piace da morire o ti spiazza, uno stile senza punteggiature, senza distinzioni tra dialoghi e il resto del testo, un flusso continuo di pensieri, racconti, riflessioni ad alta voce.
Ma è sicuramente funzionale al rendere al meglio il contenuto, la storia, una narrazione così intensa da essere talvolta molto cruda.
Ma al tempo stesso una narrazione che, quasi in contrasto con il titolo del romanzo, ti spinge con la potenza di tutte le sue parole ad aprirti gli occhi.
Aprire gli occhi di fronte alla cecità che dilaga nel romanzo, un'epidemia improvvisa che lascia attoniti di fronte a qualcosa che non si conosce, e che spaventa, in cui vedo un forte parallelismo con la situazione attuale. E sin dalle prime righe della narrazione instilla nel lettore una riflessione su chi sia davvero il cieco. Un pensiero che accompagna la lettura fino alle ultime righe, in cui si trova una frase emblematica: "Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che pur vedendo, non vedono".
Una riflessione che spinge a chiedersi: sono davvero ciechi coloro che fingono di non vedere e invece vedono? O sono davvero ciechi coloro che davvero non sono ciechi ma nonostante questo fingono di vedere?
Figura cardine di questa riflessione è la moglie del medico, di cui si segue costantemente l'eterna guerra interiore che la porta ad essere combattuta, come unica vedente, tra il continuare a fingere di essere cieca e salvaguardare questo suo segreto per poter guidare i ciechi, e liberarsi di un fardello enorme, urlando a tutti di non essere cieca, dire che lei ci vede, ma esponendo ad un rischio altissimo, esponendosi alla mercè di chi ha perso la vista.
Un altro tema centrale è sicuramente il contrasto tra coloro che fanno della solidarietà e dell'unione la loro forza per la sopravvivenza, arrivando anche a sacrificare parte di sè per il bene del gruppo, e coloro invece che con i mezzi più beceri e violenti cercano di raggiungere una supremazia facendo leva sui bisogni primari degli altri ciechi, senza il minimo scrupolo se non quello di infliggere quanta più sofferenza fisica e morale sull'altro.
Significativo è sicuramente il fatto che questo aspetto emerga anche in una circostanza come quella in cui si trovano i ciechi, colti da un'epidemia che ha colpito tutti, senza distinzioni di classe, genere, età.
Significativo è quindi sicuramente il fatto che questo aspetto emerga anche in una circostanza come quella in cui si trovano i ciechi, colti da un'epidemia che ha colpito tutti, senza distinzioni di classe, genere, età.
Un romanzo che sicuramente non lascia indifferenti, e che forse ci cambia, ci spinge ad essere un po' meno ciechi e indifferenti di fronte a quello che come persone, cittadini, osserviamo tutti i giorni, spronandoci a non voltarci dall'altra parte o a chiudere gli occhi.

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Cecità 2020-09-09 07:53:50 Little cozy world
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Little cozy world Opinione inserita da Little cozy world    09 Settembre, 2020
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lo scoppio di un'epidemia che ridefinisce la socie

In questo romanzo, siamo in un futuro distopico, in un luogo non precisato, in un tempo non precisato, in cui un'epidemia rende ad uno ad uno tutti gli abitanti ciechi.
Senza dettagli che ne specifichino luogo e tempo, la vicenda diventa quanto più universale possibile.

I protagonisti non avranno mai un nome proprio, ma sono indicati con una descrizione (“il vecchio dalla benda nera”, “la ragazza dagli occhiali scuri” etc) ed è proprio questo che ci permette di identificarci con ognuno di loro.

Saramago ti proietta in un nuovo mondo, le cui regole sono tutte da ridefinire.? Il senso stesso dell’umanità, con valenza ambivalente, sia considerando l’insieme di persone, sia quel sentimento che dovrebbe muovere la coscienza dei protagonisti, è cambiato, così come i giochi di forza e le priorità.

Lo scrittore è capace di tenerti incollato alle pagine, una dopo l’altra, con uno stile unico, privo completamente di punteggiatura e fatto di frasi lunghe che però sortiscono l’effetto di non voler mai interromperne la lettura.

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Cecità 2020-03-22 19:18:33 AriMonda
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AriMonda Opinione inserita da AriMonda    22 Marzo, 2020
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Mal bianco dell'uomo contemporaneo

Finalmente questo libro ha scalato la lista dei “libri da leggere” ed arrivato in cima. È arrivato in cima proprio nel periodo in cui l’Italia veniva dichiarata zona rossa. A volte il caso ci mette di fronte a delle situazioni inspiegabili, forse quasi paradossali. Ero indecisa di fronte alla possibilità di addentrarmi nella lettura di quest’opera, visto il contenuto, ma ho pensato che nello sconforto e di fronte alle tristi notizie che ogni giorno ci venivano (e ci vengono) date, poteva essere un buono strumento per comprende il periodo e per cercare delle risposte a domande personali ed intime che mi stavano tormentando..

Cecità è un ‘opera interessante, con il senno di poi, non so se è stato un bene leggere un libro così crudo, cinico e concreto in un momento in cui la morte è attorno a noi, nelle nostre case, in quelle dei nostri vicini, dei nostri cari. Ma sicuramente è stata illuminante, per comprendere come la natura umana riesca ad affrontare le situazioni più disparate, tirando fuori, spesso e volentieri, il lato peggiore della nostra indole.
L’epidemia, che colpisce l’imprecisato Paese in cui si svolge la vicenda, rende ciechi gli uomini e le donne, li priva di un senso, quello della vista, che si tende a dare per scontato e non si riflette su come avere un paio d’occhi incida drasticamente sulla nostra vita, sul modo di viverla ma soprattutto di interpretarla. Il male, che emerge da questo mondo immerso nel bianco, è crudele, cinico, spietato, non “guarda in faccia” nessuno. Saramago, con quest’opera che voglio immaginare come distopica, ci illustra un’umanità che dopo aver perso la possibilità di vedere, scende uno dopo l’altro i gradini della dignità, della solidarietà, della gentilezza, della condivisione, lasciando che ne emerga solo una massa di ciechi egoisti e arrabbiati. Non tutti, alcuni riescono a tenersi aggrappati ai quei pochi brandelli di umanità e di bontà che gli restano e sono coloro che ruotano attorno all’unica donna che non ha perso l’uso degli occhi, l'unica che continua a vedere il sole sorgere e il resto del mondo sprofondare negli istinti animali e nello sconforto totale.

Il “mal bianco” a cui sono condannati questi uomini e queste donne è un male che non si vede ma che causa la fine della civiltà, del buon vivere, delle regole sociali. Si forma un mondo dove vige la legge del più forte, del più furbo, del più veloce. In questo mondo disilluso, in cui il cibo non è scontato, l’acqua è un miraggio, l’igiene personale un’abitudine che si ricorda solo con indeterminatezza, la morte, la povertà, la malattia sono agli angoli delle strade, sono sui vestiti laceri delle persone, nell'odore che si portano dietro. Saramago ci mostra un’umanità vinta, persa, naufragata, incapace senza gli occhi di poter vivere in società, di potersi organizzare, di poter funzionare.

Al di là della storia, originale quanto spiazzante, il messaggio è forte, l’impatto non lascia indifferenti, oggi più di tutti gli altri giorni. In un momento di grande criticità come quello che stiamo vivendo, l’umanità lancia grida contrastanti, ma molto chiare. Niente di diverso da quello che leggiamo in Cecità. L’egoismo e l’indifferenza nei confronti di chi non è colpito dal male, la sordità di fronte alle richieste di aiuto, la cecità di fronte a chi tende una mano, la paura di ciò che non si capisce e poi.. poi tutti nel baratro, senza possibilità di scampo e allora l’egoismo e l’indifferenza si trasformano in rabbia, in aggressività, in desiderio di sopravvivere facendo soccombere gli altri, e poi.. poi la morte, la morte che si crede sempre lontana, come se si trattasse di un’estranea, come il contrario della vita, quando la morte è dentro la vita, ma ce ne dimentichiamo, fino a quando non ci tocca.

“Chissà se tra questi morti non ci saranno i miei genitori, disse la ragazza dagli occhiali scuri, e io, magari, passo accanto a loro e non li vedo, E’ una vecchia abitudine dell’umanità, passare accanto ai morti e non vederli, disse la moglie del medico.”

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Cecità 2020-03-19 08:46:36 lalibreriadiciffa
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lalibreriadiciffa Opinione inserita da lalibreriadiciffa    19 Marzo, 2020
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Parallelismi inquietanti

Credo che ad oggi, la trama di "Cecità" la conoscano un po' tutti: la gente viene colpita da una cecitá virale improvvisa. Questa epidemia, perché di questo si tratta, posso paragonarla ad altri scenari apocalittici della distopia ma, in realtà, ha caratteristiche diverse, per esempio le persone non cambiano, anzi, grazie alla loro cecità possiamo notare ciò che davvero ognuno di loro è.

“La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un'infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all'improvviso la sommergono completamente”

Questo libro, complice anche il momento particolare in cui ho deciso di leggerlo, mi ha molto colpito. Mi ha lasciato delle sensazioni molto particolari e mi ha fatto pensare moltissimo al mondo e a come decidiamo di starci. Il modo in cui Saramago è riuscito a trovare la quadra nella trama con tutti gli elementi mixati alla perfezione ha fatto sì che questo libro sia il capolavoro che è.

Saramago ha una scrittura descrittiva molto accentuata, i discorsi diretti o indiretti pieni di riferimenti. Ascoltando leggere il romanzo ho avuto l'impressione di essere presente nelle pagine, seppur qualche parte risulti piuttosto caotica per via della presenza di parecchi personaggi, volutamente senza nome e, quindi, spersonalizzati. Succedono cose importanti in ogni momento e non ci si annoia mai. Anche nei lunghi momenti di introspezione di un personaggio, non si perde mai la voglia di sapere cosa sta pensando e cosa stia provando. Questi momenti introspettivo sono comunque dinamici, trattati in modo drammatico per invogliare alla lettura del prosieguo.

Nonostante la drammaticità insita in ogni parola, non mancano momenti di pura ironia data dalle molte battute sui ciechi e sulla cecità in generale, che strappano un sorriso anche nei momenti più pesanti del libro.

“Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, Ciechi che vedono, Ciechi che, pur vedendo, non vedono”

I personaggi sono tratteggiato in maniera pressoché perfetta. Come dicevo, non ci è dato conoscere i loro nomi, eppure sembra di conoscerli bene. Saramago, a causa della loro cecità, li porta ad esprimere ciò che realmente sono, senza imposizione dei limiti imposti nella vita reale. La domanda che aleggia su queste pagine è: come ci comporteremmo se fossimo al loro posto? All'ambientazione è stata data una grande importanza. Soffocante, difficile e nuova, fa capire bene lo stato di alienazione che prova la gente rifiutata per via dell'infezione. Il senso di straniazione è molto forte e a volte claustrofobico. Così come l'accettazione della cattiveria da parte dei "buoni"
Per quanto riguarda il tempo e il luogo, per quanto si possa in parte capire, non viene mai esplicitato perché non risulta rilevante ai fini della narrazione. Potrebbe essere oggi, proprio in Italia, oppure nel 1950 in America.

“Parole giuste, eravamo già ciechi nel momento in cui lo siamo diventati, la paura ci ha accecati, la paura ci manterrà ciechi”

Un libro che consiglio a tutti di leggere, perché oltre ad essere attualissimo è insieme un compendio della bruttura umana, della cattiveria e del voler spersonalizzare l'umano fino ai limiti consentiti (e oltre). Se siete suscettibili, forse andrebbe letto alla fine della quarantena da Covid-19 onde evitare di fare parallelismi con la situazione attuale.


“Non ha trovato risposta, le risposte non vengono ogniqualvolta sono necessarie, come del resto succede spesse volte che il rimanere semplicemente ad aspettarle sia l'unica risposta possibile”

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Cecità 2019-12-30 21:53:28 Clangi89
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Clangi89 Opinione inserita da Clangi89    30 Dicembre, 2019
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Vedere, osservare, sentire

Un libro decisamente simbolico, lirico ed al momento stesso sensoriale. Ecco le prime impressioni che mi hanno colta al termine di Cecità.
Saramago fa rapidamente precipitare il lettore nel bianco latte che ad un certo punto avvolge la vista di una intera comunità. L'angoscia accompagnata dallo spaesamento di ogni persona che all'improvviso inizia ad urlare "Sono diventato Cieco" sorprende il lettore sin dalle prime righe.
Davanti ad un semaforo, nel letto di un Hotel, nel bel mezzo del lavoro, a casa ed in mille situazioni differenzia un cittadino dopo l'altro, senza differenza di sesso, origine, ricchezza, perde la capacità di vedere. La cecità è bianca, non lascia pace, non lascia sonno rilassante, fa cadere nella luce totale.
La società si organizza per contrastare la cecità contagiosa ed allora si crea una quarantena isolata in un ex manicomio, ciechi che diventano animali, abbandonati a loro stessi, alla mercé della sporcizia e della miseria. Questa situazione dura poco, a causa di un incendio, dopo una serie di tragedie nelle tragedie, tutti escono e la vita cieca prosegue nella città.
I protagonisti sono un gruppo senza nome, nessuno ha più bisogno di identificarsi, c'è il primo cieco con sua moglie, c'è la ragazza dagli occhiali scuri, il ragazzino strabico, l'uomo dalla benda nera, l'oculista (lavoro quanto mai bizzarro ed assolutamente inutile ormai!). Ma in tutto ciò c'è una figura: La moglie dell'oculista che non ha perso la vista. Fortuna o sventura? La donna assiste alla decadenza degli esseri umani, accudisce e protegge chi ha a fianco, cura le ferite e lenisce i pianti, combatte e si ribella e si strema nelle forze. L'unica persona che può vedere il male e l'indifferenza che la circonda sino alla fine.
L'importanza della vista ma soprattutto della volontà di vedere ciò che ci circonda acquisisce ruolo preminente. Ogni aspetto sensoriale prende corpo ed ecco che il numero dei passi assume rilevanza quanto la differenza delle superfici o la percezione dei rumori.
La fame aumenta ed i viveri scarseggiano, allora l'autore ci mette faccia a faccia con la morte dei corpi perché la morte interiore la si stava già vivendo e stava divagando.
Le lacrime quanto le parole cullano il passare dei giorni. Chi è davvero cieco? Chi ha smesso di volev assistere e partecipare al mondo con le proprie possibilità oppure chi, una volta riacquista la vista non saprà, forse, goderne a pieno? L'indifferenza, la noncuranza e la cattiveria non hanno cessato di mietere proseliti e vittime anche in una società di ciechi. Non c'è disgrazia che elimini i Mali radicati nella natura umana. Non c'è male però che elimini le lacrime se non l'amore che interviene anche da parte di un cane, fedele animale, simbolo di sostegno. Nel nostro gruppo di protagonisti, forse grazie alla moglie del medico, c'è sentimento, ci sono azioni positive e caritatevoli che toccano il cuore e lasciano sperare.
La società, i soprusi, l'aiuto e la parte più animale dell'uomo emergono con fare disarmante. I sensi sono attivi fin dall'inizio ma proprio la vista viene descritta a tratti, le persone non hanno volti, non hanno fattezze, quasi che la mancanza della vista appiattisse gli animi che prendono forma nei nostri corpi, unici, irripetibili.
Una condanna all'appiattimento ed allo stesso tempo una condanna all'angoscia che vuole essere annientata.
Il libro risulta, a mio parere, prolisso in certe parti ed alle volte ripetitivo. Tuttavia la scrittura continua, senza punteggiatura è il marchio di Saramago e le riflessioni che si susseguono nel racconto sono di elevato livello stilistico e concettuale, sicuramente da assaporare lentamente e con il giusto grado di concentrazione. Dell'autore avevo letto Le intermittenze della morte, molto piacevole e mi riprometto, più avanti di leggerne altri, la scrittura è così coinvolgente che trascina sino alla fine.


"ecco come sono le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano tra loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all'improvviso, per via di due o tre o di quattro che all'improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un avverbi, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti.. "

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Le intermittenze della morte _ Saramago
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Cecità 2019-04-25 15:02:36 Tomoko
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Tomoko Opinione inserita da Tomoko    25 Aprile, 2019
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Cecità lattiginosa, il mal bianco.

Non è un classico libro post apocalittico.
Non è una cecità nera e buia, è qualcosa che entra negli occhi, come un mare di latte.
Non ci sono personaggi ben definiti, i protagonisti vengono distinti per ciò che li caratterizza: la ragazza dagli occhiali scuri, il ragazzino strabico, l’uomo dalla benda nera, la moglie del medico.
Non ci sono dialoghi diretti, come se tutto il libro fosse raccontato dalla voce dell’autore.
Pochi punti, molte virgole.
Non è la cecità in quanto tale ad essere la protagonista di questo libro, ma la reazione psicologica di ogni individuo alla cecità stessa dovuta al contagio.
Troviamo indifferenza, istinto di sopravvivenza, paura, abbandono e impotenza.
Alcuni reagiscono diventando abusatori di potere, violentatori carnali, ladri e persino assassini.
La mancanza di un senso che è la vista non fa perdere solo la stessa ma anche la ragione.
Non c’è traccia di lieto fine.
Ma basta solo guardare fuori dalla finestra, o ascoltare i telegiornali per capire che a questo mondo non c’è più umanità.
Questo libro non è servito a farmi capire qualcosa di nuovo ma semmai a ricordarmi ciò che già so.
Ad alcuni ha aperto gli occhi, io sto già convivendo con questo mondo.
Lo consiglio forse ad un target di lettore più giovane.

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Cecità 2019-01-07 19:22:17 loba
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Opinione inserita da loba    07 Gennaio, 2019

Vita-morte-vita

Cosa voleva trasmetterci Saramago scrivendo “cecità”?

Era un esercizio stilistico e immaginativo, mirato ad avvolgere il lettore in un clima di soffocante e disperata cecità o percepiva la necessità di trasmettere un qualche messaggio ed insegnamento?

La lettura, come la musica, regala grandi e personali proiezioni. La mia personale vede entrambe le possibilità come realtà vive più che mai nella lettura appena ultimata.

Lo stile presenta font e interlinea piccoli, frasi sempre di ampio respiro, paragrafi quasi inesistenti, personaggi senza nomi propri ma identificati attraverso l’uso di epiteti (“il cane delle lacrime, “la ragazza con gli occhiali neri”) e man mano un susseguirsi di battute a cascata, talvolta senza nemmeno la specifica di quale personaggio stia parlando; rendendo così anche il lettore cieco, ma in grado, proprio come fanno gli personaggi ciechi, di riconoscere dalle stesse parole chi sta dialogando.

Dentro alla forma, il contenuto. È chiaro come la disperazione e la bestialità prendano velocemente il sopravvento, esplicitando l’appartenenza dell’autore alla filosofia “homo homini lupus”. Tuttavia non si può negare l’inspiegabile sottofondo di calda speranza e familiarità che nonostante tutto non cessa mai di “vedere”, di esistere. Apparentemente sembra essere rappresentato solamente dalla protagonista, la moglie del medico, che non diventa cieca se non alla fine. Tuttavia in vari episodi, forse più silenti, continuano ad esistere forze positive che si contrappongono a quelle mortifere che rendono l’uomo cieco sempre più egoista, menefreghista, solo. Queste forze le riscontriamo nell’unità del piccolo gruppo che si mantiene vivo dall’inizio fino alla fine del libro, non senza lotte, tradimenti e difficoltà; nella solidarietà delle donne; nelle coppie (i giovani descritti in un emozionante e vibrante atto amoroso, la coppia composta dall’oculista e dalla moglie, la nuova coppia data dalla ragazza con gli occhiali scuri e il vecchio con la benda sull’occhio); nell’amore e nelle attenzioni dispensate dal gruppo verso il ragazzino più piccolo del gruppo; ecc.

Sembra proprio che Saramago, scarnificando la società odierna, abbia riscoperto e dato vita ad una primordiale condizione in cui a scontrarsi sono le più ancestrali forze di morte e vita, rappresentando una danza inesauribile, archetipica, dove non si nasconde né la morte dalla vita, né la vita dalla morte. Subito dopo: il gruppo, la condivisione, come naturale possibilità di sopravvivenza, del corpo come dell’anima.

Questa lettura mi lascia la sensazione che l’autore abbia nel libro ottimamente rappresentato la propria idea di uomo, da un lato pervaso dalla paura, dall’egoismo, dalla morte (la cecità rende l’uomo bestia, assassino, violentatore) dall’altro arricchito dalla speranzosa, dalla fiducia, dal senso dell’Altro, dalla vita (solo cercando organizzazione nel gruppo e mantenendo vivi i principali valori come il rispetto e l’uguaglianza l’uomo può sopravvivere e vivere alla cecità).

Ho scelto questa citazione come rappresentante più emotivamente coinvolgente della seconda accezione di uomo (o meglio donna): "[...] è ancora carina [...] Tu mai come adesso. Ecco come le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano fra di loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all'improvviso, per via di due o tre, o di quattro che all'improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un avverbio, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti, a volte sono i nervi a non riuscire a reggerem sopportano molto, sopportano tutto, come se indossassero un'armatura, si dice, La moglie del medico ha i nervi d'acciaio e poi, in definitiva, la moglie del medico si scioglie in lacrimen per via di un pronome personale, di un avverbio, di un verbo, di un aggettivo, mere categorie grammaticali, mere designazioni, come del pari lo sono le restanti due donne, le altre, pronomi indefiniti, anch'essi piangenti, che abbracciano quella della frase completa, tre grazie nude sotto la pioggia."

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Cecità 2018-10-10 06:26:36 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    10 Ottobre, 2018
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I CIECHI SIAMO NOI

“La paura acceca, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Parole giuste, eravamo già ciechi nel momento in cui lo siamo diventati, la paura ci ha accecato, la paura ci manterrà ciechi"

Il referente letterario d’obbligo di “Cecità”, il romanzo al quale il lettore istintivamente lo associa e con cui lo confronta, è sicuramente “La peste” di Camus. Entrambe le opere infatti parlano di un terribile e inarrestabile contagio e, in secondo luogo, sono essenzialmente metaforiche, rimandano cioè a una situazione più ampia e onnicomprensiva di quella rappresentata in superficie; anche se - questa è la prima e forse più importante differenza - ne “La peste”, scritta a guerra mondiale appena conclusa, l’epidemia simboleggiava inequivocabilmente l’ascesa e l’avanzata del nazismo, mentre in “Cecità” Saramago non vuole essere ingabbiato in interpretazioni storico-politiche circoscritte, preferendo invece, cosa che gli si confà assai di più, l’astrazione dell’apologo fantastico. La chiave di lettura più attendibile ce la dà però, nell’ultima pagina del libro, la moglie del dottore quando dice: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, […], Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Con questa affermazione il messaggio dell’autore, da pseudo-fantascientifico quale poteva sembrare a prima vista, viene infatti spostato decisamente sull’oggi. I ciechi che si aggirano come fantasmi in un mondo esausto, sporco, barbaro e violento, siamo proprio noi, “ciechi che, pur vedendo, non vedono” dove sta andando il pianeta, vale a dire verso l’insopportabile divaricazione dei livelli di vita tra Nord e Sud del mondo (i paesi ricchi sempre più ricchi, quelli poveri sempre più poveri), verso l’esaurimento delle risorse naturali, verso lo sfruttamento selvaggio di quel poco che ancora rimane. Emblematico appare l’ordine sociale che si instaura, in assenza di qualsiasi legge civile e di un’autorità riconosciuta, nell’ex manicomio dove vengono rinchiusi i primi ciechi: in breve tempo, al di là di ogni immaginazione e contravvenendo al luogo comune che vorrebbe i malati esseri più sensibili della norma e solidali gli uni con gli altri, a prevalere è l’anarchia, la sopraffazione, la violenza più odiosa (gli stupri collettivi cui le donne sono sottoposte, con l’umiliante connivenza degli uomini che altrimenti non riuscirebbero ad ottenere il cibo necessario per sopravvivere). Chi non vede in questo la metafora dell’imperialismo, del capitalismo selvaggio e in generale degli squilibri economici, politici e demografici del pianeta (pochi ciechi possiedono armi, cibo e ricchezze a danno di tutti gli altri, che sono poveri, affamati, vessati e in soprannumero)?
La seconda chiave di lettura di “Cecità” è meno allegorica. Saramago, da impareggiabile umanista quale egli è, si propone di verificare dove può giungere l’uomo, o meglio quel quid misterioso che lo fa essere uomo, diverso dagli animali, in una parola la sua umanità (o anima o spirito che dir si voglia), se rimane privo dei più elementari strumenti di sopravvivenza, gli occhi per vedere, il cibo per nutrirsi, l’acqua per lavarsi. La conclusione sconsolata dello scrittore lusitano è che, privo di tutte quelle certezze che la civiltà gli garantisce e che vengono date in gran parte per scontate, egli regredisce ben presto a uno stadio subumano, bestiale, sia da un punto di vista fisico sia, ciò che più importa, sotto un aspetto squisitamente morale: tutto diventa lecito, l’indifferenza verso il prossimo è totale, ciò che conta è unicamente la propria sopravvivenza e il proprio personale tornaconto. Il pessimismo di Saramago è assoluto e apparentemente senza vie di uscita, soprattutto nella prima parte ambientata nell’ex manicomio, dove oltretutto il punto di vista è claustrofobico (“Il mondo è tutto qui dentro” dice la moglie dell’oculista), gli avvenimenti esterni sono completamente assenti (togliendo così ogni residua occasione di suspense narrativa) e il muro di cinta un ostacolo invalicabile anche per il lettore. Poi, quasi come se, toccato il punto più basso ed infimo, qualcosa di meglio (o di meno peggio) dovesse per forza toccare in sorte ai personaggi, lo scrittore portoghese apre un piccolo spiraglio alla speranza. E lo fa con un’altra di quelle strambe e anomale famiglie che spesso popolano i suoi romanzi (penso a “La zattera di pietra”, ricollegabile a “Cecità” anche per il tema dell’evento inspiegabile del quale i personaggi sono vittime, e a “La caverna”): guidati da quell’eccezionale personaggio-vate che è la moglie del medico (l’unica persona ad avere conservato la vista), due uomini, due donne, un vecchio, un bambino e (non poteva mancare) un cane, vanno faticosamente in giro per il mondo affermando giorno per giorno, con la solidarietà reciproca, con il rispetto per quel poco di umanità che ancora resta in loro stessi, con la dignità difesa dalla subdola tentazione di lasciarsi andare e, soprattutto, con il senso di responsabilità e di servizio verso il prossimo (la moglie dell’oculista che prima, pur non essendo malata, finge di esserlo per seguire il marito nella sua reclusione, e poi si consuma e si sfinisce nel voler essere gli occhi che mancano a chi è attorno a lei), che un futuro diverso è ancora possibile. Infine, nelle ultime pagine, dopo che in precedenza ci aveva fatto toccare l’orrore più puro e descritto la miseria dell’uomo ridotto alla sua dimensione più ripugnante e scatologica, Saramago fa tornare la vista a tutti, così, inspiegabilmente come all’inizio l’avevano persa, con un’inattesa e repentina facilità che sembra voler affermare, ad onta di ogni evidenza, che in questa nostra vita pericolosamente in preda alla cecità della ragione non tutto forse è ancora perduto.

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"La peste" di Albert Camus
"La zattera di pietra" di José Saramago
"La caverna" di José Saramago
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Cecità 2018-08-30 09:28:46 cosimociraci
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cosimociraci Opinione inserita da cosimociraci    30 Agosto, 2018
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Mal bianco

"Essere cieco non è tale e quale a essere morto. Sì, ma essere morto è tale e quale a essere cieco."

Un grande romanzo, crudo e violento come solo Saramago sa fare. Il viaggio attraverso questo lazzaretto per solo ciechi ci mostra un veloce excursus sull'evoluzione umana. L'autore punta il dito contro le autorità che si limitano a rinchiudere tutti i malati all'interno di un manicomio adibito a ricovero. Nessuna assistenza all'interno, solo un carico di cibo insufficiente che viene lanciato a debita distanza per evitare un contatto. Tutti i ciechi dovranno arrangiarsi per conto proprio. Lavare, pulire, mangiare... le cose più semplici diventano impossibili.
Si nota come i primi ciechi, alle prese con i nuovi forzati alloggi, sono disorganizzati, sporchi, come se avessero dimenticato il senso del vivere civile. Col passare del tempo le camerate sono sempre più organizzate, si creano delle gerarchie e delle regole da rispettare. Come ogni società che si rispetti, c'è il gruppo di prepotenti che pretende lo scettro del comando con conseguente insorgere delle masse. Ma questa farsa di civiltà durerà ben poco, lasciando spazio solo ad istinti primordiali.

Durante la lettura, arriva per prima la descrizione della cecità vera e propria, tramite una forte rappresentazione dell'handicap. Come se non bastasse, per poter far si che, un lettore vedente, si immedesimasse, almeno un po', nel disagio subito dai ciechi, sopraggiunge la fame. La lotta alla "fame" accompagna l'intera lettura. L'uomo è rimesso in discussione poiché Saramago divide le sensazioni umane fino ai minimi termini. Tra queste riemergono solo quelle più primitive, come il bisogno di saziarsi.

Successivamente si percepisce forte il senso di cecità proprio della società. Ciechi di fronte al disagio dei bisognosi, ciechi di fronte una richiesta di aiuto. La stessa cecità che non distingue i vedenti dai non vedenti. Si diventa ciechi ai legami di sangue (il bambino non cerca più la madre), ciechi di fronte all'amore (il marito che tradisce la moglie). Resta solo l'istinto primordiale della sopravvivenza.

Questa cecità, che appiattisce tutto e rende tutti uguali, si può notare anche nello stile. I personaggi non hanno nomi - l'uomo con la benda sull'occhio, la ragazza con gli occhiali, il medico, il bambino strabico – e quasi la totale assenza di punteggiatura. Così anche il lettore si sente spiazzato, come un cieco che deve riconoscere da che parte proviene una voce.

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Cecità 2017-11-21 03:05:15 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    21 Novembre, 2017
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Per tutto questo mancano gli occhi

E se l’umanità venisse colpita da una pandemia che ha la forma della Cecità?
E se l’esercizio teorico-letterario di José Saramago si trasformasse in realtà?
E se l’epidemia non fosse soltanto una metafora di questo sciagurato mondo (“Senza futuro il presente non serve, è come se non esistesse”)?
Che cosa sono il progresso e la civiltà se non possiamo vederli (“E per tutto questo mancano gli occhi”)?

La mente corre a un altro esperimento letterario analogo: La peste di Camus. Anche lì si agisce su una prospettiva di morte
per ragionare su ipotesi di morte (“La pallottola che ti sostituirà una cecità con un’altra”), per scuotere chi legge, per immaginare reazioni del potere e della società.

Per tutto il romanzo il climax della preoccupazione procede parallelo al senso di oppressione. Rimango in dubbio se prevalga il primo o il secondo.
Il manifestarsi della malattia (“Sono cieco, sono cieco, ripeteva disperato mentre lo aiutavano a uscire dalla macchina, e le lacrime, sgorgando, resero più brillanti quegli occhi che lui diceva morti”) e la sua descrizione (“È come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte”), il tentativo di diagnosi (“Una pista, sì, lo so, l’agnosia, la cecità psichica, potrebbe essere”), il dilagare del contagio, il desiderio di isolare gli infetti (“E allora vada per il manicomio”), le reazioni violente del potere (“Nervoso, il soldato uscì dalla garrita con il dito sul grilletto…”), il degrado progressivo della società, la furia della forza distruttiva che ridicolizza la vulnerabilità dell’uomo… poi, forse, qualche flebile segnale di speranza (“Il cane delle lacrime”)…

Particolarmente efficace l’analisi della condizione di cecità (“La luce, questa luce, per lui si era trasformata in rumore”), condotta sia in senso fisiologico (“Gli occhi propriamente detti non hanno alcuna espressione, sono due biglie che restano lì inerti, sono le palpebre, le ciglia, e anche le sopracciglia che devono farsi carico delle diverse eloquenze e retoriche visive, la fama però ce l’hanno gli occhi”), sia in senso traslato (“Dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”), sia in senso linguistico (“Botte da orbi, si suol dire”).

Giudizio finale: soffocante, potente, intimidatorio. Accecante, ma in grado di regalare visioni.

Bruno Elpis

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La peste di Camus
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