Cecità Cecità

Cecità

Letteratura straniera

Classificazione

Editore

Casa editrice


In una città qualunque, di un paese qualunque, un guidatore sta fermo al semaforo in attesa del verde quando si accorge di perdere la vista. All'inizio pensa si tratti di un disturbo passeggero, ma non è cosi. Gli viene diagnosticata una cecità dovuta a una malattia sconosciuta: un "mal bianco" che avvolge la sua vittima in un candore luminoso, simile a un mare di latte. Non si tratta di un caso isolato: è l'inizio di un'epidemia che colpisce progressivamente tutta la città, e l'intero paese. Tra la violenza e la lotta per la sopravvivenza si inserirà la figura di una donna che, con un gesto d'amore, ridarà speranza all'umanità.

Recensione Utenti

Guarda tutte le opinioni degli utenti

Opinioni inserite: 76

Voto medio 
 
4.4
Stile 
 
4.4  (76)
Contenuto 
 
4.7  (76)
Piacevolezza 
 
4.2  (76)
Voti (il piu' alto e' il migliore)
Stile*  
Assegna un voto allo stile di questa opera
Contenuto*  
Assegna un voto al contenuto
Piacevolezza*  
Esprimi un giudizio finale: quale è il tuo grado di soddisfazione al termine della lettura?
Commenti*
Prima di scrivere una recensione ricorda che su QLibri:
- le opinioni devono essere argomentate ed esaustive;
- il testo non deve contenere abbreviazioni in stile sms o errori grammaticali;
- qualora siano presenti anticipazioni importanti sul finale, la recensione deve iniziare riportando l'avviso che il testo contiene spoiler;
- non inserire oltre 2 nuove recensioni al giorno.
Indicazioni utili
 sì
 no
 
Cecità 2019-04-25 15:02:36 Tomoko
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
2.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
3.0
Tomoko Opinione inserita da Tomoko    25 Aprile, 2019
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Cecità lattiginosa, il mal bianco.

Non è un classico libro post apocalittico.
Non è una cecità nera e buia, è qualcosa che entra negli occhi, come un mare di latte.
Non ci sono personaggi ben definiti, i protagonisti vengono distinti per ciò che li caratterizza: la ragazza dagli occhiali scuri, il ragazzino strabico, l’uomo dalla benda nera, la moglie del medico.
Non ci sono dialoghi diretti, come se tutto il libro fosse raccontato dalla voce dell’autore.
Pochi punti, molte virgole.
Non è la cecità in quanto tale ad essere la protagonista di questo libro, ma la reazione psicologica di ogni individuo alla cecità stessa dovuta al contagio.
Troviamo indifferenza, istinto di sopravvivenza, paura, abbandono e impotenza.
Alcuni reagiscono diventando abusatori di potere, violentatori carnali, ladri e persino assassini.
La mancanza di un senso che è la vista non fa perdere solo la stessa ma anche la ragione.
Non c’è traccia di lieto fine.
Ma basta solo guardare fuori dalla finestra, o ascoltare i telegiornali per capire che a questo mondo non c’è più umanità.
Questo libro non è servito a farmi capire qualcosa di nuovo ma semmai a ricordarmi ciò che già so.
Ad alcuni ha aperto gli occhi, io sto già convivendo con questo mondo.
Lo consiglio forse ad un target di lettore più giovane.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
  • no
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore

Cecità 2019-01-07 19:22:17 loba
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Opinione inserita da loba    07 Gennaio, 2019

Vita-morte-vita

Cosa voleva trasmetterci Saramago scrivendo “cecità”?

Era un esercizio stilistico e immaginativo, mirato ad avvolgere il lettore in un clima di soffocante e disperata cecità o percepiva la necessità di trasmettere un qualche messaggio ed insegnamento?

La lettura, come la musica, regala grandi e personali proiezioni. La mia personale vede entrambe le possibilità come realtà vive più che mai nella lettura appena ultimata.

Lo stile presenta font e interlinea piccoli, frasi sempre di ampio respiro, paragrafi quasi inesistenti, personaggi senza nomi propri ma identificati attraverso l’uso di epiteti (“il cane delle lacrime, “la ragazza con gli occhiali neri”) e man mano un susseguirsi di battute a cascata, talvolta senza nemmeno la specifica di quale personaggio stia parlando; rendendo così anche il lettore cieco, ma in grado, proprio come fanno gli personaggi ciechi, di riconoscere dalle stesse parole chi sta dialogando.

Dentro alla forma, il contenuto. È chiaro come la disperazione e la bestialità prendano velocemente il sopravvento, esplicitando l’appartenenza dell’autore alla filosofia “homo homini lupus”. Tuttavia non si può negare l’inspiegabile sottofondo di calda speranza e familiarità che nonostante tutto non cessa mai di “vedere”, di esistere. Apparentemente sembra essere rappresentato solamente dalla protagonista, la moglie del medico, che non diventa cieca se non alla fine. Tuttavia in vari episodi, forse più silenti, continuano ad esistere forze positive che si contrappongono a quelle mortifere che rendono l’uomo cieco sempre più egoista, menefreghista, solo. Queste forze le riscontriamo nell’unità del piccolo gruppo che si mantiene vivo dall’inizio fino alla fine del libro, non senza lotte, tradimenti e difficoltà; nella solidarietà delle donne; nelle coppie (i giovani descritti in un emozionante e vibrante atto amoroso, la coppia composta dall’oculista e dalla moglie, la nuova coppia data dalla ragazza con gli occhiali scuri e il vecchio con la benda sull’occhio); nell’amore e nelle attenzioni dispensate dal gruppo verso il ragazzino più piccolo del gruppo; ecc.

Sembra proprio che Saramago, scarnificando la società odierna, abbia riscoperto e dato vita ad una primordiale condizione in cui a scontrarsi sono le più ancestrali forze di morte e vita, rappresentando una danza inesauribile, archetipica, dove non si nasconde né la morte dalla vita, né la vita dalla morte. Subito dopo: il gruppo, la condivisione, come naturale possibilità di sopravvivenza, del corpo come dell’anima.

Questa lettura mi lascia la sensazione che l’autore abbia nel libro ottimamente rappresentato la propria idea di uomo, da un lato pervaso dalla paura, dall’egoismo, dalla morte (la cecità rende l’uomo bestia, assassino, violentatore) dall’altro arricchito dalla speranzosa, dalla fiducia, dal senso dell’Altro, dalla vita (solo cercando organizzazione nel gruppo e mantenendo vivi i principali valori come il rispetto e l’uguaglianza l’uomo può sopravvivere e vivere alla cecità).

Ho scelto questa citazione come rappresentante più emotivamente coinvolgente della seconda accezione di uomo (o meglio donna): "[...] è ancora carina [...] Tu mai come adesso. Ecco come le parole, nascondono molto, si uniscono pian piano fra di loro, sembra non sappiano dove vogliono andare, e all'improvviso, per via di due o tre, o di quattro che all'improvviso escono, parole semplici, un pronome personale, un avverbio, un verbo, un aggettivo, ecco lì che ci ritroviamo la commozione che sale irresistibilmente alla superficie della pelle e degli occhi, che incrina la compostezza dei sentimenti, a volte sono i nervi a non riuscire a reggerem sopportano molto, sopportano tutto, come se indossassero un'armatura, si dice, La moglie del medico ha i nervi d'acciaio e poi, in definitiva, la moglie del medico si scioglie in lacrimen per via di un pronome personale, di un avverbio, di un verbo, di un aggettivo, mere categorie grammaticali, mere designazioni, come del pari lo sono le restanti due donne, le altre, pronomi indefiniti, anch'essi piangenti, che abbracciano quella della frase completa, tre grazie nude sotto la pioggia."

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
20
Segnala questa recensione ad un moderatore
Cecità 2018-10-10 06:26:36 kafka62
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
kafka62 Opinione inserita da kafka62    10 Ottobre, 2018
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

I CIECHI SIAMO NOI

“La paura acceca, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Parole giuste, eravamo già ciechi nel momento in cui lo siamo diventati, la paura ci ha accecato, la paura ci manterrà ciechi"

Il referente letterario d’obbligo di “Cecità”, il romanzo al quale il lettore istintivamente lo associa e con cui lo confronta, è sicuramente “La peste” di Camus. Entrambe le opere infatti parlano di un terribile e inarrestabile contagio e, in secondo luogo, sono essenzialmente metaforiche, rimandano cioè a una situazione più ampia e onnicomprensiva di quella rappresentata in superficie; anche se - questa è la prima e forse più importante differenza - ne “La peste”, scritta a guerra mondiale appena conclusa, l’epidemia simboleggiava inequivocabilmente l’ascesa e l’avanzata del nazismo, mentre in “Cecità” Saramago non vuole essere ingabbiato in interpretazioni storico-politiche circoscritte, preferendo invece, cosa che gli si confà assai di più, l’astrazione dell’apologo fantastico. La chiave di lettura più attendibile ce la dà però, nell’ultima pagina del libro, la moglie del dottore quando dice: “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo, […], Ciechi che, pur vedendo, non vedono”. Con questa affermazione il messaggio dell’autore, da pseudo-fantascientifico quale poteva sembrare a prima vista, viene infatti spostato decisamente sull’oggi. I ciechi che si aggirano come fantasmi in un mondo esausto, sporco, barbaro e violento, siamo proprio noi, “ciechi che, pur vedendo, non vedono” dove sta andando il pianeta, vale a dire verso l’insopportabile divaricazione dei livelli di vita tra Nord e Sud del mondo (i paesi ricchi sempre più ricchi, quelli poveri sempre più poveri), verso l’esaurimento delle risorse naturali, verso lo sfruttamento selvaggio di quel poco che ancora rimane. Emblematico appare l’ordine sociale che si instaura, in assenza di qualsiasi legge civile e di un’autorità riconosciuta, nell’ex manicomio dove vengono rinchiusi i primi ciechi: in breve tempo, al di là di ogni immaginazione e contravvenendo al luogo comune che vorrebbe i malati esseri più sensibili della norma e solidali gli uni con gli altri, a prevalere è l’anarchia, la sopraffazione, la violenza più odiosa (gli stupri collettivi cui le donne sono sottoposte, con l’umiliante connivenza degli uomini che altrimenti non riuscirebbero ad ottenere il cibo necessario per sopravvivere). Chi non vede in questo la metafora dell’imperialismo, del capitalismo selvaggio e in generale degli squilibri economici, politici e demografici del pianeta (pochi ciechi possiedono armi, cibo e ricchezze a danno di tutti gli altri, che sono poveri, affamati, vessati e in soprannumero)?
La seconda chiave di lettura di “Cecità” è meno allegorica. Saramago, da impareggiabile umanista quale egli è, si propone di verificare dove può giungere l’uomo, o meglio quel quid misterioso che lo fa essere uomo, diverso dagli animali, in una parola la sua umanità (o anima o spirito che dir si voglia), se rimane privo dei più elementari strumenti di sopravvivenza, gli occhi per vedere, il cibo per nutrirsi, l’acqua per lavarsi. La conclusione sconsolata dello scrittore lusitano è che, privo di tutte quelle certezze che la civiltà gli garantisce e che vengono date in gran parte per scontate, egli regredisce ben presto a uno stadio subumano, bestiale, sia da un punto di vista fisico sia, ciò che più importa, sotto un aspetto squisitamente morale: tutto diventa lecito, l’indifferenza verso il prossimo è totale, ciò che conta è unicamente la propria sopravvivenza e il proprio personale tornaconto. Il pessimismo di Saramago è assoluto e apparentemente senza vie di uscita, soprattutto nella prima parte ambientata nell’ex manicomio, dove oltretutto il punto di vista è claustrofobico (“Il mondo è tutto qui dentro” dice la moglie dell’oculista), gli avvenimenti esterni sono completamente assenti (togliendo così ogni residua occasione di suspense narrativa) e il muro di cinta un ostacolo invalicabile anche per il lettore. Poi, quasi come se, toccato il punto più basso ed infimo, qualcosa di meglio (o di meno peggio) dovesse per forza toccare in sorte ai personaggi, lo scrittore portoghese apre un piccolo spiraglio alla speranza. E lo fa con un’altra di quelle strambe e anomale famiglie che spesso popolano i suoi romanzi (penso a “La zattera di pietra”, ricollegabile a “Cecità” anche per il tema dell’evento inspiegabile del quale i personaggi sono vittime, e a “La caverna”): guidati da quell’eccezionale personaggio-vate che è la moglie del medico (l’unica persona ad avere conservato la vista), due uomini, due donne, un vecchio, un bambino e (non poteva mancare) un cane, vanno faticosamente in giro per il mondo affermando giorno per giorno, con la solidarietà reciproca, con il rispetto per quel poco di umanità che ancora resta in loro stessi, con la dignità difesa dalla subdola tentazione di lasciarsi andare e, soprattutto, con il senso di responsabilità e di servizio verso il prossimo (la moglie dell’oculista che prima, pur non essendo malata, finge di esserlo per seguire il marito nella sua reclusione, e poi si consuma e si sfinisce nel voler essere gli occhi che mancano a chi è attorno a lei), che un futuro diverso è ancora possibile. Infine, nelle ultime pagine, dopo che in precedenza ci aveva fatto toccare l’orrore più puro e descritto la miseria dell’uomo ridotto alla sua dimensione più ripugnante e scatologica, Saramago fa tornare la vista a tutti, così, inspiegabilmente come all’inizio l’avevano persa, con un’inattesa e repentina facilità che sembra voler affermare, ad onta di ogni evidenza, che in questa nostra vita pericolosamente in preda alla cecità della ragione non tutto forse è ancora perduto.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
"La peste" di Albert Camus
"La zattera di pietra" di José Saramago
"La caverna" di José Saramago
Trovi utile questa opinione? 
160
Segnala questa recensione ad un moderatore
Cecità 2018-08-30 09:28:46 cosimociraci
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
cosimociraci Opinione inserita da cosimociraci    30 Agosto, 2018
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Mal bianco

"Essere cieco non è tale e quale a essere morto. Sì, ma essere morto è tale e quale a essere cieco."

Un grande romanzo, crudo e violento come solo Saramago sa fare. Il viaggio attraverso questo lazzaretto per solo ciechi ci mostra un veloce excursus sull'evoluzione umana. L'autore punta il dito contro le autorità che si limitano a rinchiudere tutti i malati all'interno di un manicomio adibito a ricovero. Nessuna assistenza all'interno, solo un carico di cibo insufficiente che viene lanciato a debita distanza per evitare un contatto. Tutti i ciechi dovranno arrangiarsi per conto proprio. Lavare, pulire, mangiare... le cose più semplici diventano impossibili.
Si nota come i primi ciechi, alle prese con i nuovi forzati alloggi, sono disorganizzati, sporchi, come se avessero dimenticato il senso del vivere civile. Col passare del tempo le camerate sono sempre più organizzate, si creano delle gerarchie e delle regole da rispettare. Come ogni società che si rispetti, c'è il gruppo di prepotenti che pretende lo scettro del comando con conseguente insorgere delle masse. Ma questa farsa di civiltà durerà ben poco, lasciando spazio solo ad istinti primordiali.

Durante la lettura, arriva per prima la descrizione della cecità vera e propria, tramite una forte rappresentazione dell'handicap. Come se non bastasse, per poter far si che, un lettore vedente, si immedesimasse, almeno un po', nel disagio subito dai ciechi, sopraggiunge la fame. La lotta alla "fame" accompagna l'intera lettura. L'uomo è rimesso in discussione poiché Saramago divide le sensazioni umane fino ai minimi termini. Tra queste riemergono solo quelle più primitive, come il bisogno di saziarsi.

Successivamente si percepisce forte il senso di cecità proprio della società. Ciechi di fronte al disagio dei bisognosi, ciechi di fronte una richiesta di aiuto. La stessa cecità che non distingue i vedenti dai non vedenti. Si diventa ciechi ai legami di sangue (il bambino non cerca più la madre), ciechi di fronte all'amore (il marito che tradisce la moglie). Resta solo l'istinto primordiale della sopravvivenza.

Questa cecità, che appiattisce tutto e rende tutti uguali, si può notare anche nello stile. I personaggi non hanno nomi - l'uomo con la benda sull'occhio, la ragazza con gli occhiali, il medico, il bambino strabico – e quasi la totale assenza di punteggiatura. Così anche il lettore si sente spiazzato, come un cieco che deve riconoscere da che parte proviene una voce.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
150
Segnala questa recensione ad un moderatore
Cecità 2017-11-21 03:05:15 Bruno Elpis
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    21 Novembre, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Per tutto questo mancano gli occhi

E se l’umanità venisse colpita da una pandemia che ha la forma della Cecità?
E se l’esercizio teorico-letterario di José Saramago si trasformasse in realtà?
E se l’epidemia non fosse soltanto una metafora di questo sciagurato mondo (“Senza futuro il presente non serve, è come se non esistesse”)?
Che cosa sono il progresso e la civiltà se non possiamo vederli (“E per tutto questo mancano gli occhi”)?

La mente corre a un altro esperimento letterario analogo: La peste di Camus. Anche lì si agisce su una prospettiva di morte
per ragionare su ipotesi di morte (“La pallottola che ti sostituirà una cecità con un’altra”), per scuotere chi legge, per immaginare reazioni del potere e della società.

Per tutto il romanzo il climax della preoccupazione procede parallelo al senso di oppressione. Rimango in dubbio se prevalga il primo o il secondo.
Il manifestarsi della malattia (“Sono cieco, sono cieco, ripeteva disperato mentre lo aiutavano a uscire dalla macchina, e le lacrime, sgorgando, resero più brillanti quegli occhi che lui diceva morti”) e la sua descrizione (“È come se stessi in mezzo a una nebbia, è come se fossi caduto in un mare di latte”), il tentativo di diagnosi (“Una pista, sì, lo so, l’agnosia, la cecità psichica, potrebbe essere”), il dilagare del contagio, il desiderio di isolare gli infetti (“E allora vada per il manicomio”), le reazioni violente del potere (“Nervoso, il soldato uscì dalla garrita con il dito sul grilletto…”), il degrado progressivo della società, la furia della forza distruttiva che ridicolizza la vulnerabilità dell’uomo… poi, forse, qualche flebile segnale di speranza (“Il cane delle lacrime”)…

Particolarmente efficace l’analisi della condizione di cecità (“La luce, questa luce, per lui si era trasformata in rumore”), condotta sia in senso fisiologico (“Gli occhi propriamente detti non hanno alcuna espressione, sono due biglie che restano lì inerti, sono le palpebre, le ciglia, e anche le sopracciglia che devono farsi carico delle diverse eloquenze e retoriche visive, la fama però ce l’hanno gli occhi”), sia in senso traslato (“Dentro di noi c’è una cosa che non ha nome, e quella cosa è ciò che siamo”), sia in senso linguistico (“Botte da orbi, si suol dire”).

Giudizio finale: soffocante, potente, intimidatorio. Accecante, ma in grado di regalare visioni.

Bruno Elpis

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
La peste di Camus
Trovi utile questa opinione? 
260
Segnala questa recensione ad un moderatore
Cecità 2017-10-28 23:35:36 La Lettrice Raffinata
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    29 Ottobre, 2017
Top 100 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Prova d'inciviltà umana

È raro trovare una copertina capace di illustrare in pieno il contenuto di un romanzo, così da catturare già da lontano il potenziale lettore, farlo avvicinare allo scaffale per la curiosità ed infine accompagnarlo nella lettura. Molti romanzi presentano copertine anonime o per nulla pertinenti alla storia, soprattutto se si tratta di volumi tradotti, ma la Feltrinelli ha fatto centro con “Cecità”.
Pur essendo molto semplice e delicata, la copertina rappresenta alla perfezione la storia che attende il lettore qualche foglio più in là; il bianco un po’ sporco di fondo per la vista annullata delle persone affette dal mal bianco, le figure nere in fila indiana a raffigurare gli anonimi protagonisti e la donna alla testa della fila altri non è se non la più sventurata tra tutti: l’unica dotata della vista in un mondo da incubo abitato da soli ciechi.
Il capolavoro di Saramago presenta una trama quasi fantascientifica, non fosse che il raziocinio viene ben presto messo da parte, sia dall’autore sia dai suoi personaggi. In un paese senza nome, un uomo diventa improvvisamente cieco e, in poco tempo, questa “malattia” contagia tutti coloro che gli stanno vicini, diffondendosi ovunque con un effetto domino. Come detto, non viene dato molto spazio ai tentativi di studiare le origini di questa strana epidemia, se non le ricerche fatte da un oculista nei primi capitoli.
Se da un lato la scienza sembra inerte, non lo è almeno in un primo momento il governo, che subito tenta di arginare il problema rinchiudendo in un manicomio tutti i contagiati ed i potenziali tali. Qui si (ri)trovano a convivere forzatamente i protagonisti, rimanendo comunque celati alla vista del lettore, che su questo aspetto è cieco quanto loro: di nessuno sappiamo infatti il nome né l’aspetto, se non per qualche dettaglio marginale, e abbiamo giusto un paio di informazioni riguardo il loro passato.
Pur privato dei dati basici sui protagonisti, che è costretto ad identificare con appellativi come “la ragazza con gli occhiali scuri” o “il vecchio con la benda nera”, il lettore finisce per affezionarsi a loro e a preoccuparsi per la loro sorte.
La decisione del governo ha conseguenze estreme: ormai abbandonati a se stessi, i ciechi danno vita ad una società primitiva in cui ognuno si preoccupa innanzitutto del proprio benessere, mentre si vanno perdendo prima la razionalità e poi le relazioni. In questo neonato stato nello stato, si evidenziano due estremi: da un lato chi tenta di imporre un dominio tirannico, dall’altro l’affettuoso rapporto tra una giovane ragazza ed un bambino rimasto orfano a causa della cecità.
Proprio questa cecità permette di analizzare gli aspetti peggiori di un’umanità mutilata in una sua abilità imprescindibile: si perdono igiene e decoro, e neppure il lato “positivo”, ossia l’impossibilità di vedere direttamente fino a quali bassezze si può arrivare, riesce a dare un po’ di calore al bianco abbacinante. A mio avviso poi, la cecità è perfetta per l’ambientazione contemporanea, ma poteva essere rimpiazzata da un’antica peste o da una futuristica apocalisse zombie.
Per quanto riguarda lo stile, devo confessare che questo è il mio primo approccio a questo autore e mi ci è voluto qualche capitolo per apprezzare la particolare narrazione; Saramago utilizza esclusivamente il discorso indiretto libero ed è spesso necessario rileggere le battute dei personaggi per comprenderle al meglio. Altra particolarità di questo romanzo è la presenza di moltissimi proverbi nel testo e la narrazione che ricorda una cronaca in diretta commentata.
I temi trattati da Saramago sono vari e spaziano dalla riflessione sui sentimenti umani, ai limiti della civiltà contemporanea, a riferimenti religiosi: da un certo punto di vista, quanto accade ai protagonisti e agli altri ciechi potrebbe essere interpretato come una prova alla quale un Dio rapido all’ira ha scelto di sottoporre l’intera umanità, con il conseguente, irrimediabile fallimento di quest’ultima.
Ovviamente, Dio è facile anche al perdono, ma questo non riesce a cancellare dalla nostra mente il messaggio di fondo: sono proprio gli elementi che ci definiscono come esseri civili a poter diventare il principio della nostra rovina.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Cecità 2017-09-28 19:35:38 silvia71
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
silvia71 Opinione inserita da silvia71    28 Settembre, 2017
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

UN MONDO SENZA LUCE

Un'epidemia colpisce l'umanità, le pupille si spengono, i colori svaniscono, una nebulosa lattiginosa diviene l'unica visuale possibile.
Questo scenario apocalittico e suggestivo è la culla narrativa predisposta da Saramago per rappresentare un ipotetico percorso dell'uomo dalla luce alle tenebre.
Nonostante l'escamotage narrativo non brilli per originalità, tuttavia le dinamiche messe in scena dall'autore per fotografare i comportamenti dell'essere umano sono ben congegnate e forti.
L'uomo di Saramago si spoglia delle vesti della normalità sociale per indossare le sembianze della bestialità, la ragione lascia il posto all'istinto, affiorano forze brute che scuotono e ribaltano il senso del decoro, della pietà, della morale.
Immagini volutamente audaci scorrono tra le pagine, lame affilate che fanno male al lettore.
L'autore effettua un'indagine sociale portando l'uomo al punto di esplosione, un punto in cui anche le forze più occulte trovano libero sfogo.
Uomini e donne in balia di sentimenti deviati, costretti ad una cattività che mette a nudo il volto oscuro di ciascuno.
Umanità in caduta libera, orfana di valori e dignità.

Un romanzo di grande impatto emotivo che pullula di spunti di riflessione al di là del carattere fantasioso, che mette a nudo l'animo umano, scandagliando gli angoli più reconditi.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
220
Segnala questa recensione ad un moderatore
Cecità 2017-08-08 14:24:34 Mian88
Voto medio 
 
4.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Agosto, 2017
Top 10 opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

Indifferenza, moralità, immoralità

Una città indefinita, un anno indeterminato, un’epidemia sconosciuta ed inspiegabile, un’epidemia espressa in una forma di cecità atta ad immergere “in un bianco talmente luminoso, talmente totale da divorare, più che assorbire, non solo i colori, ma le stesse cose e gli esseri, rendendoli in questo modo doppiamente invisibili” prima singoli individui, di poi la globalità.
Non si tratta dunque di una cecità meramente fisica, quanto piuttosto di un metafisico e metaforico ottenebramento dell’anima, essendo concepito l’occhio quale unica parte del corpo umano in cui è radica la medesima. Il perdere la capacità cognitiva dello spazio e del tempo provoca molteplici reazioni. Fintanto che la condizione di offuscamento è limitata a piccoli gruppi di soggetti obbligati a convivere in uno spazio di quarantena, è ancora riconoscibile uno spiraglio di altruismo, di volontà di darsi una mano perché tutti nella medesima situazione, ma, man mano che le vicende fanno il loro corso, si dipanano con la loro crudele verità, mano a mano che questi aumentano, tanto più è riscontrabile nella condotta di taluni dei riscoperti ciechi, una volontà di prevaricazione. La condizione in cui sono radicati porterà, infatti, alle peggiori conseguenze, semplicemente e più precisamente, riuscirà a far sì che venga alla luce quanto di più abietto e marcio vi è nell’intimo. L’insieme delle circostanze, cioè, metteranno a nudo ciò che in parte veniva celato: il vero essere, la vera anima. Con le sue sfumature. Con le sue brutture. Con le sue bellezze. Con le sue verità. L’essere umano, cioè, privato di quel mezzo di giudizio che è proprio di chi assiste e percepisce le azioni, non si vergognerà più di mostrarsi per quel che è.

«E’ di questa pasta che siamo fatti, metà di indifferenza e metà di cattiveria» p. 37

Tutto ha inizio con la quarantena dei soggetti infettati in un ospedale psichiatrico. I ricoverati sono suddivisi tra coloro che hanno già manifestatamente palesato la malattia, e coloro che al contrario, è presumibile che ne siano stati contagiati. Ogni giorno, alla solita ora, le regole da mantenere vengono dettate da un altoparlante, ogni giorno, per tre volte, viene – o dovrebbe essere – consegnato il vitto. La luce artificiale, è sempre attiva. Le guardie presiedono l’ingresso della struttura onde evitare fughe. Qualsiasi conseguenza interna alla medesima è mera responsabilità dei degenti. Se dovesse scoppiare un incendio, come una rappresaglia, cioè, alcun intervento esterno è previsto ed ammesso. Queste e molte altre le disposizioni da seguire.
Ed è in questa sorta di lager che hanno avvio le ingerenze. L’essere umano si perde. Perde cognizione dell’onestà, dell’igiene, del rispetto, della condivisione. La vita si deteriora sempre più, la legge del più forte prevarica ed il suo costo è altissimo. Si spiega attraverso la minaccia della fame, del ricatto, della violenza; strumenti questi che mostrano l’ulteriore trasformazione del recluso; alcuni ciechi, infatti, diventano ancora più ciechi, mentre altri, più uomini.
Non mancano i riferimenti alla religione ed in particolar modo viene soventemente riportato l’insulto rivolto da Gesù ai farisei: essi sono ciechi perché si approfittano della loro condizione di superiorità nonché dei vantaggi di cui godono rispetto a chi li circonda esattamente come fanno i ciechi della terza camerata, detentori del cibo, detentori dell’arma da fuoco e per questo padroni e sovrani indiscussi.
Eppure, nonostante le violenze, nonostante le privazioni, i ciechi delle altre camerate non si daranno per vinti e grazie all’aiuto della moglie dell’oculista, unica figura ad aver mantenuto la vista e ad esser testimone di quel che accade e di quel che la società è diventata, riusciranno ad uscire dal manicomio. Qui si abbandonerà parte del pessimismo caustico che abbraccia la prima parte del volume e si darà adito a nuovi incontri, con altri uomini e donne affetti da cecità, ma anche con animali quale il “cane delle lacrime”, gatti inselvatichiti, ratti etc etc. Perché, chissà, forse esistono ancora degli esemplari che meritano di vivere…
Altro passaggio di significativa rilevanza è quello relativo alla breve visita all’interno della Chiesa, luogo ove, la protagonista femminile si accorge che ogni immagine, statua ed elemento sacro della medesima è stato cosparso di bianco sopra gli occhi quasi a voler dire, “se sono ciechi i santi, come può non esserlo l’uomo?”. Se è cieco Dio, ancora, ogni creatura che è munita di anima, è affetta dalla medesima cecità. Se creatore e creatura soffrono dello stesso male, anche lo scrittore, come i suoi protagonisti, di convesso, ne è affetto.
Solo chi offre la sua vista agli altri non è affetto dalla perdita. Ecco perché nella Basilica l’unica figura a cui gli occhi non sono verniciati di bianco è Santa Lucia (che notoriamente li offre su un piatto), ecco perché nella storia l’unica che riesce a vedere è la moglie del medico; la quale, non solo si finge cieca per seguire il marito, ma destina, i suoi occhi a chi ha vicino. Ella usa e sfrutta la sua vista soltanto per il bene degli altri e mi per se stessa, mai approfitta della sua condizione di superiorità rispetto a chi la circonda. E la sua non è altro che una limpidezza morale che illumina nell’immoralità.
Classe 1995, “Cecità” – “Ensaio sobre a Cegueira”, letteralmente “Saggio sulla cecità” – di Jose Saramago è un’opera densa di significato ed incentrata sulla tematica dell’INDIFFERENZA, un’indifferenza che nell’elaborato si palesa con il divagare del contagio ma che in realtà era già presente nella realtà sociale.
Come in molti altri scritti, il tomo presentato, è intriso dello stile narrativo del portoghese, uno stile che prevede l’assenza di nomi propri per i personaggi, nonché dell’assenza di qualsivoglia carattere fisico dei medesimi. I singoli protagonisti sono individuati da espressioni impersonali (il ragazzino strabico, il vecchio con la benda nera, la ragazza con gli occhiali scuri, etc) ed i dialoghi sono inseriti nella prosa senza l’ausilio di punteggiatura alcuna. Al massimo sono introdotti dalla lettera maiuscola all’inizio della frase.
Il componimento, che per taluni potrà risultare surreale, è in realtà concreto, tangibile ed ottimale per descrivere quella che è la società e la realtà circostante nonché per analizzare le strutture di potere che vi si susseguono. Mediante un’analisi più approfondita traspare il messaggio per cui per quanto si faccia tabula rasa delle precedenti condizioni sociali, è impossibile un miglioramento. L’essere umano regredisce e torna a vivere in uno stato di natura tipicamente hobbesiano per cui conta solo la legge del più forte ed in cui non può esistere alcuna forma di crescita e/o solidarietà perché prevale lo status di guerra di tutti contro tutti pur di sopravvivere.
Non mancano riflessioni sulla fame del mondo così come sulla solidarietà che resta sempre concentrata e delimitata all’universo femminile.
In conclusione, “Cecità” è un saggio di grande acume, bellezza e verità, un testo capace di far riflettere su quelle che sono le zone più oscure dell’animo umano, un capolavoro.

«La paura acceca, disse la ragazza dagli occhiali scuri, Parole giuste, eravamo già ciechi nel momento in cui lo siamo diventati, la paura ci ha accecato, la paura ci manterrà ciechi, Chi sta parlando, domandò il medico, Un cieco, rispose la voce. Un semplice cieco, qui non c’è altro. Allora il vecchio dalla benda nera domandò, Di quanti ciechi ci sarà bisogno per fare una cecità. Nessuno gli seppe rispondere.» p 116

«Non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita, la nostra, Parlare di gioco in una chiesa è peccato, Alzati, usa le tue mani, se dubiti di quanto dico, Giurami che è vero, che le immagini hanno gli occhi tappati, Quale giuramento ti è sufficiente, Giura sui tuoi occhi, Lo giuro due volte, sui miei e sui tuoi occhi. E’ vero, è vero.» p. 269

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
130
Segnala questa recensione ad un moderatore
Cecità 2016-11-03 16:44:57 Nuni83
Voto medio 
 
4.3
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Nuni83 Opinione inserita da Nuni83    03 Novembre, 2016
Top 500 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

L'animo umano immerso nel bianco

Premetto che si tratta del primo libro di Saramago che leggo.
Questo autore mi ha letteralmente incantata. Avevo letto diverse recensioni sulla scelta "originale" dell'autore in merito alla punteggiatura: è vero, Saramago non usa le classiche virgolette per indicare i dialoghi tra i personaggi. Personalmente tale scelta non mi ha restituito una lettura ostica.
Il libro Cecità si lascia leggere, ti travolge e ti appassiona, l'abilità di Saramago è per me indiscutibile. L'autore è riuscito a scrivere una storia immersa nel bianco, costruita intorno a personaggi senza nome, in un luogo non identificato e in un tempo non noto. Il tempo e lo spazio non esistono in questo capolavoro, così come non esistono ragioni e perchè a spiegare gli accadimenti.
Così come nella vita reale le cose accadono, ci piombano addosso e noi reagiamo alle situazioni adattandoci, trovando ogni volta una nuova strada.
In questo libro regna l'animo umano: solidale, corrotto, egoista, altruista, ingenuo, violento.
A differenza di molti altri lettori non ho trovato le scene descritte in questo testo CRUDE, sono a mio avviso semplicemente REALI.
E' un libro che consiglio a chi non ha paura di scavare nel profondo della nostra umanità.
Sicuramente leggerò altri libri di Saramago.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
120
Segnala questa recensione ad un moderatore
Cecità 2016-08-11 15:41:23 Antonella76
Voto medio 
 
5.0
Stile 
 
5.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
5.0
Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    11 Agosto, 2016
Top 50 Opinionisti  -   Guarda tutte le mie opinioni

"Siamo ciechi che vedono..."



Per anni ho rimandato la lettura di questo libro, ne avevo timore, l'argomento trattato mi metteva una certa inquietudine ...ed oggi posso dire che la mia titubanza non era immotivata, questo romanzo ti mette a dura prova, ti terrorizza e ti colpisce duro.
Anzi, direi che questo non è un romanzo, è un esperimento mentale...che rende difficili e ansiogene le tue notti come neanche il miglior horror riesce a fare.
La paura che le scene descritte possano prendere forma al di fuori delle pagine del libro e coinvolgere anche te in quel mare bianco, non ti abbandona mai...
Ma soprattutto non ti abbandona il senso di disagio dovuto al fatto che Saramago sia riuscito, attraverso un racconto apparentemente "surreale", a raccontarci il mondo in cui viviamo, la sua ferocia, la sua indifferenza, una società, la nostra, in cui vige la legge del più forte...per cui la paura iniziale che le parole scritte potessero superare la barriera della carta stampata, si trasforma in terrore vero e proprio nel momento in cui ti accorgi che quell'inferno è già intorno a te.
La "cecita" di cui è impregnato il libro, infatti, non è tanto quella fisica, ma quella dell'animo...perché nel momento in cui si perde ogni forma di umanità, di compassione e di solidarietà, di rispetto per gli altri, ma anche verso se stessi, laddove l'egoismo più brutale e la violenza la fanno da padrone, per gli uomini non c'è più nulla, nessun futuro...è la fine, l'Apocalisse.
La scrittura di Saramago è ipnotica, fluida nonostante la mancanza di punteggiatura nei dialoghi diretti e la totale mancanza di nomi propri, ma è anche claustrofobica, fredda e analitica...non c'è traccia di "emozione" nelle sue parole, nessun balsamo per l'anima.
"Siamo ciechi che vedono"...questa frase racchiude tutto il senso del romanzo.
Posso tranquillamente affermare, senza paura di smentita alcuna, di aver appena terminato la lettura di un CAPOLAVORO.

Indicazioni utili

Lettura consigliata
Trovi utile questa opinione? 
60
Segnala questa recensione ad un moderatore
 
Guarda tutte le opinioni degli utenti
 

Le recensioni delle più recenti novità editoriali

Assolutamente musica
Valutazione Redazione QLibri
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Lo stato dell'unione. Scene da un matrimonio
Valutazione Redazione QLibri
 
3.5
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
La notte più lunga
Valutazione Utenti
 
4.8 (1)
Una vecchia storia. Nuova versione
Valutazione Redazione QLibri
 
3.3
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
La palude dei fuochi erranti
Valutazione Utenti
 
4.3 (1)
Il treno dei bambini
Valutazione Utenti
 
5.0 (1)
La bambina del lago
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
Il pittore di anime
Valutazione Redazione QLibri
 
5.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Rosamund
Valutazione Utenti
 
4.0 (1)
I testamenti
Valutazione Utenti
 
3.6 (2)
L'istituto
Valutazione Redazione QLibri
 
4.0
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)
Impossibile
Valutazione Redazione QLibri
 
4.3
Valutazione Utenti
 
0.0 (0)

Altri contenuti interessanti di QLibri