Contro il giorno
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ANARCHISMO E UTOPIA
“Io voglio conoscere la luce, mi voglio protendere nella luce e trovarne il cuore, e portarlo via con me, come la Corsa all’Oro, solo con una posta piú alta, forse, perché è piú facile contrarne la follia, il pericolo è in ogni direzione, piú mortale dei serpenti o della febbre.”
“E’ del poeta il fin la meraviglia”. Cito questi versi di Giovan Battista Marino non perché Thomas Pynchon sia un poeta (quello di più simile alla poesia che gli riconosco sono le canzoncine in rima di cui ama infarcire i suoi romanzi, anche se in un blog dedicato alla poesia ho trovato un’opinione, di Alberto Fraccacreta, che sostiene che la sua letteratura ”rientra probabilmente nel più alto concetto di poiesis”, in quanto “ciò che esagera, rompe, divelle, disarticola, gonfia, insuffla, deterge, polverizza il narrato non può essere circoscritto solo all’ambito della narrativa”), ma perché il meraviglioso, lo straordinario, il fuori dalla norma costituisce uno dei punti nevralgici e focali di “Contro il giorno”. Pynchon ambienta infatti il suo romanzo a cavallo tra ‘800 e ‘900 (più precisamente dal 1893 dell’Esposizione Universale di Chicago al 1920 dell’inizio del Proibizionismo), nell’epoca cioè della seconda rivoluzione industriale, un periodo in cui non solo si diffusero fondamentali innovazioni tecnologiche (la corrente elettrica, il telegrafo, il telefono) e i mezzi di trasporto divennero enormemente più sviluppati (con la costruzione di una rete capillare di ferrovie e la nascita dei moderni transatlantici), ma si creò l’illusione che la scienza potesse avere possibilità praticamente illimitate. Con la sua camaleontica capacità di calarsi in tutti gli aspetti (non solo politici e sociali, ma anche filosofici e tecnologici) dell’epoca narrata, Pynchon diventa così un contemporaneo di H.G. Wells e di Jules Verne e si permette di fare sfoggio di una immaginazione sfrenata, senza per questo mai scadere nella pura e semplice fantascienza, dal momento che in quei decenni, in presenza di sempre nuove invenzioni e scoperte, il confine tra reale e immaginario era quanto mai labile e provvisorio. Ecco quindi fare la comparsa in “Contro il giorno” di macchine del tempo (addirittura viene organizzato un convegno internazionale di viaggi nel tempo), di apparecchi che duplicano cose e persone, di veicoli per spostarsi sotto la sabbia dei deserti, e così via. Il periodo storico scelto da Pynchon per il suo romanzo consente inoltre di far finta che le cose avrebbero potuto andare diversamente rispetto a quanto è poi effettivamente avvenuto. Prendiamo ad esempio l’elettricità. In “Contro il giorno” si assiste alla “guerra delle correnti” tra Tesla ed Edison, con il progetto del primo di produrre energia gratuita e illimitata che viene subdolamente boicottato dal magnate dell’industria Scarsdale Vibe, in quanto rischierebbe di mettere a repentaglio i meccanismi della nascente economia pluto-capitalistica. Si tratta di qualcosa che evidentemente sta molto a cuore a Pynchon, dal momento che già nel 1973, ne “L’arcobaleno della gravità”, aveva raccontato l’irresistibile storia della lampadina Byron, una lampadina praticamente eterna e indistruttibile, la quale si mette in testa di organizzare una ribellione di tutte le lampadine del mondo contro il cartello di industrie che ha la pretesa di farle durare, per ovvi motivi commerciali, non più di 1.000 ore. Se il sentimento anti-capitalistico pynchoniano non è certo una novità per il lettore, in “Contro il giorno” viene messa in scena in modi quanto mai esasperati e cruenti la contrapposizione tra la classe industriale e finanziaria, ossessivamente dedita alla moltiplicazione della propria ricchezza, e quella lavoratrice, sempre più sfruttata e oppressa. Nell’arguto dialogo tra Merle e Webb, al primo che fa notare come “la chimica moderna fa la sua entrata in scena al posto dell’alchimia nel mentre il capitalismo comincia veramente a prendere slancio”, il secondo risponde: “Forse il capitalismo ha deciso che non aveva più bisogno della vecchia magia. […] La loro magia ce l’avevano, […] anziché trasformare il piombo in oro avrebbero potuto prendere il sudore dei poveri e trasformarlo in dindi, risparmiando quel piombo per mantenere l’ordine”. Agli oppositori del sistema non resta allora che cercare una sorta di anti-pietra filosofale, ossia utilizzare la chimica per creare degli esplosivi. Il libro è infatti pieno di anarchici bombaroli, minatori dinamitardi, terroristi e attentatori, e c’è persino un prete, il reverendo Moss, il quale predica che “la dinamite è l’eguagliatrice del lavoratore americano, l’agente della sua liberazione”. Dove batta il cuore di Pynchon non serve neanche dirlo. Forse il personaggio a lui più vicino è proprio Reef, il quale, per dare un senso alla propria vita, “sente il bisogno di andare a far saltare in aria qualcosa”. Il simbolo del capitalismo nel romanzo è il magnate Scarsdale Vibe, così perfido da sembrare quasi una parodia, soprattutto quando si lancia nelle sue farneticanti tiritere. “Insomma è chiaro che li usiamo, […] li mandiamo a posare le ferrovie e giú nelle miniere e nelle fogne e nei mattatoi, li mettiamo sotto pesi disumani, gli dilaniamo i muscoli e la vita e la salute, lasciando loro nella nostra bontà qualche anno miserando di incerto godimento dei frutti. Sicuro che facciamo cosí. E perché no? Non son buoni a nient’altro. Che probabilità ci sono che crescano fin alla piena virilità, siano istruiti, generino figli, facciano progredire la cultura e la razza? Noi prendiamo quello che possiamo finché possiamo. […] Ci compreremo tutto. […] Il denaro produrrà denaro, crescerà come le campanule nel prato, si espanderà e splenderà e prenderà forza, sottometterà tutto davanti a sé. È semplice. È inevitabile. È cominciato”. Scardale non esita a far uccidere dai suoi sicari il sindacalista Webb Traverse, e poi a “comprare” i talenti matematici di suo figlio Kit, sovvenzionandogli gli studi universitari in una sorta di spregiudicato patto mefistofelico. Scarsdale alla fine morirà, ma non per mano dei figli di Webb, che inutilmente lo inseguono per portare a termine la loro vendetta, bensì per l’inattesa ribellione del suo braccio destro Foley, come a dire che il sistema alla fine distruggerà se stesso. La Storia in realtà è andata diversamente, lo sappiamo, e la stessa Guerra Mondiale ha contribuito a sancire la sconfitta definitiva dell’anarchismo, come con lungimirante preveggenza capisce Ratty (“Gli anarchici uscirebbero piú sconfitti di tutti, sai? Le corporazioni industriali, gli eserciti, le marine, i governi… tutto continuerebbe come prima, se non con piú potenza. Ma con una guerra generale tra nazioni, tutte le piccole e stentate vittorie che l’anarchismo ha ottenuto finora finirebbero in niente. […] Una guerra generale europea in cui ogni lavoratore che sciopera è un traditore, le bandiere sono minacciate, i sacri suoli delle patrie lordati… sarebbe proprio quello che ci vuole per spazzare l’anarchia dalla mappa della politica. Rinascerebbe l’idea nazionale. E tremano i polsi pensando alle forme pestilenziali che potrebbero emergere
dopo, dalla palude dell’Europa in rovina”).
L’anacronistica utopia pynchoniana si rispecchia nei tanti personaggi che nel corso del romanzo, a volte ingenuamente, spesso senza neppure avere ben presente il quadro complessivo, combattono per una giusta causa e pagano il prezzo della loro scelta conducendo una vita precaria e peripatetica. Non è un caso che la maggior parte dei capitoli finisce con una partenza, con un addio, spesso triste e doloroso. Per Pynchon però le partenze aprono anche nuove, più promettenti, prospettive esistenziali, perché se nell’arrivo “osserviamo il progressivo restringersi delle possibilità di approdo, fino all’unico molo o scalo deputato, nella partenza senza dubbio si trova una simmetria a specchio, una negazione dell’inevitabilità, […] un allentarsi del destino, […] un espandersi di possibilità”. Sarebbe interessante studiare la contrapposizione nelle opere di Pynchon tra libertà e destino. Qui mi limito a citare un passaggio in cui i Compari del Caso (che nel romanzo assumono una valenza quasi angelica) dall’alto della loro aeronave, quasi in una visione “sub specie aeternitatis”, osservano le enormi mandrie che vagano nelle pianure del West, e “quell’informe libertà razionalizzata in movimenti soltanto a linea retta e ad angolo retto; e in un ridursi progressivo delle scelte, fino alla curva finale di là dalla porta che dava nel macello”. Forse sono proprio queste righe a sancire il fallimento dei personaggi pynchoniani (non a caso gli stessi Mason e Dixon, nel romanzo precedente, vivevano un profondo senso di colpa perché mappare il mondo, ridurlo a una griglia cartesiana, significa imprigionarlo e violentarlo), e sebbene nel corso del libro assistiamo alla nascita di diverse micro-comunità idealizzate, che ricordano tanto le comunità della controcultura hippy degli anni ’60 (c’è addirittura una stazione termale anarchica, dove si giocano partite di anarco-golf e dove si beve il “crocodile”, una bevanda tradizionale anarchica a base di rum, assenzio e grappa!), lo scrittore americano non è così ingenuo da non capire che questi esperimenti sono destinati inevitabilmente a fallire, perché, come dice Stray a Yashmeen, “tanto cosí non funzionerà mai. È un’idea finché durano le riserve di oppio, ma prima o poi subentra la vecchia, semplice cattiveria personale. Qualcuno asciuga il pozzo, qualcuna fa gli occhioni al marito sbagliato… “ La salvezza allora, in un mondo in cui le multinazionali e i potentati economici e finanziari hanno addirittura, grazie alla globalizzazione, surclassato i singoli Stati nazionali, non puo’ che risiedere per Pynchon fuori della Storia. Se la Storia viene pessimisticamente definita come una “patologia del Tempo”, è necessario perciò andare al di là di esso. L’utopia stessa diventa in quest’ottica una sorta di “forma difettiva di viaggio nel tempo”: “Questa è la nostra età dell’esplorazione – afferma Yashmeen - in quel Paese senza mappe in attesa al di là delle frontiere e dei mari del Tempo. Noi vi compiamo i nostri viaggi alla luce bassa del futuro”. Anche i viaggi nel tempo sono però un’illusione ingannevole, tanto è vero che nel romanzo incontriamo dei personaggi, gli Sconfinanti, che sono fuggiti dal futuro, caratterizzato da carestia mondiale, esaurimento delle risorse e povertà terminale, in cerca di un asilo nel più confortevole passato. Il trionfo definitivo del capitalismo e del liberismo (quella che Fukuyama ha chiamato la “fine della Storia”) lascia pertanto come ultima possibilità di scampo il rifugiarsi in soluzioni esoteriche e trascendenti: alterazioni spazio-temporali (come il misterioso portale di trasferimento attraverso cui Kit si ritrova in un mondo dove la mitica città di Shambhala esiste veramente e dove Dally, che nella precedente realtà lo ha abbandonato, deve essere ancora da lui conosciuta), mondi paralleli (l’Antiterra incontrata dai Compari del Caso) o palingenesi di carattere squisitamente metafisico (l’aeronave Inconvenience che, nelle pagine con cui si conclude “Contro il giorno”, diventa sempre più grande, una sorta di universo completo e autosufficiente che da “veicolo di pellegrinaggio celeste si è trasformata nella propria destinazione” e che, come una novella Arca di Noé, vola invisibile agli occhi umani verso la grazia, senza più sforzo, senza gravità, in una sorta di “accettazione del cielo”).
Tanti sono i leimotiv del romanzo. In primo luogo c’è la luce, che per Pynchon ha un significato ambivalente. Da una parte è un veicolo di progresso, una “luce redentrice”, per dirla con le parole di Merle, dall’altra, al contrario, può diventare un agente di distruzione, tossico e spietato come il fosgene (composto da cloro e monossido di carbonio fatti reagire sotto la luce solare diretta), il gas tristemente noto per essere stato impiegato nel corso della Prima Guerra Mondiale. D’altra parte, se il Cohen Nookshaft afferma la necessità di essere devoti alla luce (“Vede, noi siamo luce, tutti di luce… siamo la luce per cui a fine giornata l’arbitro di cricket propone di sospendere l’incontro, gli occhi scintillanti dell’amante, il balenio del fiammifero alla finestra di città, le stelle e le nebulose in tutta la gloria della mezzanotte, la luna che sorge tra i fili del tram, la lampada a nafta che luccica sul carretto dell’ambulante. […] L’anima stessa è un ricordo che portiamo con noi del tempo in cui ci muovevamo alla velocità e la densità della luce”), il titolo stesso del romanzo mette esplicitamente in guardia dalla “pervicace negazione della notte” sistematicamente perpetrata nell’epoca moderna. Quando i Compari del Caso giungono di notte in vista di Los Angeles rimangono esterrefatti di fronte alla distesa incalcolabile di luci, ma il rovescio della medaglia è che l’avvento della luce elettrica, oltre a rendere le strade pubbliche più sicure e a consentire una vita notturna più intensa, ha anche cambiato i ritmi di lavoro nelle fabbriche, dove ora la manodopera può lavorare in turni ininterrotti di 24 ore e venire pertanto maggiormente assoggettata alle insaziabili esigenze produttive del capitalismo. La luce diventa per Pynchon la “determinante segreta della Storia”: i “cercatori del raggio” sostituiscono i cercatori d’oro di qualche decennio prima, mentre la competizione per accaparrarsi la luce e le risorse elettromagnetiche anticipa quella tuttora in corso per occupare le migliori orbite intorno alla Terra al fine di posizionare satelliti e stazioni spaziali; d’altra parte di “colonizzazione dello spazio”, anche se in una accezione ante litteram, parla espressamente uno dei personaggi del romanzo, il dottor Vormance.
Un altro tema di “Contro il giorno” è quello del doppio. Una delle cinque parti del romanzo è non a caso intitolata “Spato d’Islanda”, che è il nome di una calcite particolarmente pura da generare il fenomeno della birifrazione, ossia lo sdoppiamento dei raggi di luce che attraversano i suoi cristalli. Nell’universo pynchoniano lo spato viene utilizzato per creare canali supplementari di comunicazione ottica, per inviare immagini in movimento a migliaia di chilometri e per poter vedere, attraverso particolari apparecchi, i paramorfoscopi, immagini non altrimenti visibili nella realtà (come l’itinerario Sfinciuno, una mappa che permetterebbe di raggiungere la città nascosta di Shambhala, nel cuore dell’Asia Centrale). Utilizzato improvvidamente dal mago Zombini nei suoi esperimenti di magia, lo spato crea però anche una duplicazione delle persone, le quali da quel momento in poi vivono vite del tutto separate pur essendo a rigor di logica lo stesso individuo. Frutto di un’analoga sperimentazione sono probabilmente anche i due scienziati antagonisti Renfrew e Werfner (il nome dell’uno è non a caso uguale a quello dell’altro letto al contrario), che scopriamo essere la stessa persona. Verso la fine del romanzo fa la sua apparizione un altro apparecchio, l’integroscopio, il quale, partendo da una fotografia statica, permette di ottenere delle immagini in movimento che ricostruiscono le vite future (ma, invertendo il processo, anche il passato) di coloro che sono stati immortalati. Se però non si calibra alla perfezione la macchina, i soggetti nelle fotografie possono intraprendere tragitti esistenziali che divergono anche sensibilmente rispetto a quelli delle loro controparti reali. Si ottengono pertanto degli autentici paradossi logici, ossia quelle ramificazioni che avevano reso “Il giardino dei sentieri che si biforcano” di Borges o “Solenoide” di Cartarescu così affascinanti. In “Contro un giorno” lo sciamano Magyakan può trovarsi in due posti diversi nello stesso momento, mentre la nave da crociera “Stupendica” è contemporaneamente anche una nave da guerra della marina austro-ungarica. Qui Pynchon sfrutta le conoscenze scientifiche dell’epoca, e se in “Mason & Dixon”, ambientato nel XVIII secolo, aveva adottato una visione scientifica essenzialmente newtoniana (sebbene più volte messa in ridicolo da forze magiche e occulte), adesso, ritrovandosi a inizio Novecento, si pone in una prospettiva relativista, anticipando addirittura gli sviluppi della meccanica quantistica e il principio di indeterminazione di Heisenberg.
“Contro il giorno” contiene tutti quei vezzi che un lettore esperto è in grado di riconoscere come tipici dell’autore, dalla paranoia e dal complottismo (il libro pullula ad esempio di spie straniere, e chi spia è a sua volta sorvegliato, al punto che non si può più essere sicuri di nessuno, che si tratti di una timida scolaretta o di un innocuo cacciatore di farfalle) alla sessualità bizzarra e non convenzionale (ad esempio l’appassionato ménage à trois fra la disinibita Yashmeen, il rude “cowboy” Reef e l’omosessuale Cyprian), dalle “silly songs” all’ukulele, fino ai personaggi minori di nome Bodine (chiaramente degli antenati del Pig Bodine di “V”). Tipicamente pynchoniane sono anche tutte le stravaganze rintracciabili in “Contro il giorno”, dal fulmine Skip che viene “adottato” da Merle ai “tommyknockers” (strani piccoli esseri che vivono nelle viscere delle montagne) e ai tatzelwurme (micidiali serpenti con le zampe e i denti affilatissimi che terrorizzano i minatori europei), dalle renne parlanti alle lucciole luminosissime che portano ognuna un nome proprio diverso (e che, secondo Frank, non sono altro che le anime dei viventi), ma l’elenco potrebbe continuare a lungo. In confronto a queste eccentricità, il fantasma di Webb che appare di quando in quando al figlio è una cosa tutto sommato normale! Se si è abbastanza attenti è poi possibile individuare diverse citazioni dai romanzi precedenti di Pynchon: per fare due soli esempi, la spedizione nella terra cava dei Compari del Caso ricalca l’analogo viaggio compiuto da Dixon in “Mason & Dixon”, mentre la città segreta di Shambhala riecheggia la mitica terra di Vheissu in “V”.
“Contro il giorno” è con tutta evidenza un romanzo “alla Pynchon”, in cui la trama principale (ammesso che ve ne sia una: sfido chiunque a provare a fare una sinossi del libro) è sovrastata dalle mille linee narrative secondarie e dai milioni di dettagli apparentemente superflui. L’enciclopedismo di Pynchon è come sempre ipertrofico e svaria dall’elettromagnetismo alla mineralogia, dall’occultismo all’antropologia, dalla politica internazionale alla matematica vettoriale e quaternionista, giù giù fino alla maionese belga, alle scale musicali e ai metodi di produzione del caffè. Se la maggior parte delle opere pynchoniane sembrano contenere al loro interno non uno, ma cinque o sei libri, tanta è la mole e la densità del loro materiale narrativo, in “Contro il giorno” tutto è, per così dire, elevato al quadrato. Con le sue 1300 pagine e i suoi 300 personaggi “Contro il giorno” non solo è un romanzo-mondo, ma è un romanzo-mondo che sembra contenere tutti i romanzi-mondo dell’autore, un ipertesto che più di qualsiasi altra opera letteraria è asintotico all’infinito, un libro che si sviluppa come un rizoma di deleuziana memoria, in cui ogni punto della trama si collega con qualsiasi altro, senza un vero e proprio centro gerarchico. La sua struttura è simile a un sistema di radici sotterraneo (e non è un caso che i Compari del Caso, che sono creature celesti, si inoltrino nel sottosuolo per cercare carsicamente la città di Shambhala) o a una mappa non lineare (proprio come l’itinerario di Sfinciuno di cui ho parlato più sopra): ogni avvenimento, ogni personaggio può riemergere a distanza di centinaia di pagine dalla sua prima apparizione, e ciò rende difficile trovare un senso univoco, un’interpretazione definitiva. E’ un gigantesco puzzle tridimensionale (se non addirittura un tesseratto), un complicatissimo cubo di Rubik, in cui è obbligatorio munirsi di un metodo organizzato di lettura per non smarrirsi del tutto, e forse anche così non si può mai essere sicuri della riuscita dell’operazione. E’ però allo stesso tempo un libro che, se non ci si lascia vincere dalla stanchezza e dalla sfiducia, sa ripagare il lettore con un piacere straordinario e sopraffino, raramente sperimentabile nella letteratura contemporanea.
Per concludere, in “Contro il giorno” Thomas Pynchon sembra aver voluto varcare le colonne d’Ercole della sua immaginazione, in una superfetazione di avvenimenti storici (senza quasi mai soffermarsi sugli episodi più conosciuti, tanto è vero che la rivoluzione messicana e la Prima Guerra Mondiale vengono condensate in pochissime pagine), di località geografiche (a fare da sfondo alle vicende narrate sono Chicago e il Colorado, l’Islanda e New York, il Messico, la Siberia e i Balcani, Londra, Venezia, Ostenda, Gottinga, Trieste, Vienna, Parigi, Los Angeles, e altre ancora) e soprattutto di generi letterari (dal romanzo di avventura alla Tom Swift alla spy story, dal western alla fantascienza e persino alla tragedia shakespeariana). Di fronte a questa profusione illimitata di temi e personaggi, è quasi un miracolo che Pynchon sia potuto arrivare alla fine a una quadratura del cerchio, anche se alle volte si può percepire la fatica dell’autore di tenere insieme tutti i molteplici fili narrativi dispiegati (alcuni, come la creatura estratta dai ghiacci artici che semina distruzione a New York o l’evento di Tunguska non hanno una vera e propria necessità diegetica, anche se forse sono utilizzati in chiave di attualizzazione, giacché sembrano rimandare all’attentato delle Twin Towers e all’esplosione della centrale nucleare di Cernobyl). “Contro il giorno” non è l’ultima opera di Pynchon, ma un giorno, retrospettivamente, potrebbe a mio avviso essere considerata la chiusura del cerchio dell’intera bibliografia dello scrittore americano. In questa ottica assumono un’importanza particolare le sue parole finali (“la gloria di quello che sta arrivando a dividere il cielo”), le quali sembrano legarsi subliminalmente con quelle di apertura de “L’arcobaleno della gravità” (“Un grido si avvicina, attraversando il cielo”), cosa che fa di “Contro un giorno” una sorta di prequel, e allo stesso tempo di epitaffio, dell’epocale romanzo di 33 anni prima.
Indicazioni utili
"Solenoide" di Mircea Cartarescu
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Magistrale e multiforme
Pynchon non è un autore affatto semplice e anche questo imponente romanzo (tradotto magistralmente) lo riprova.
Non certo per la mole fisica di 1127 pagine, ma poiché ogni pagina, paragrafo, parola racchiude tutta la complessità della vita, un prisma di metafore e rimandi (interni ed esterni al romanzo stesso). Da un fievole nucleo si dipartono storie di personaggi e nazioni, relazioni politiche internazionali e rapporti umani segnati da tutto lo spettro dei sentimenti, vicende labirintiche e aggrovigliate delle quali spesso non è subito comprensibile il senso comune. Solo procedendo nella lettura, le fila vengono un poco dipanate. Solo un poco, sì. Infatti, in questo universo multiforme, nel quale ? proprio come nel nostro ? è facile perdersi (o smarrire se stessi), nemmeno nel finale si ha una chiosa rassicurante, risolutiva, consolatoria (perché, per dirla con Pirandello “la vita non conclude”).
Intrecciando storia reale e fittizia, in una miriade di collegamenti intratestuali e richiami a fonti esterne, seguendo lo scorrere del tempo storico ma non dando mai per scontata la possibilità di sovvertire le leggi della scienza e del tempo stesso, lasciando intravedere possibili utopie, con la consueta ironia venata d’amarezza l’autore racconta sotto metafora del nostro mondo e dei rapporti umani, cercando di svelarne i vizi più corrotti, le debolezze, le contraddizioni che mai possono separare nettamente bene/male o giusto/sbagliato, ma anche quegli spiragli di autenticità che danno la speranza e il coraggio di mettersi in gioco, di credere, di esistere.
E i perni simbolici di tutto questo gioco sono rappresentati dalla Terra rispetto l’aeronave della “Compagnia del Caso”, dalle città reali rispetto all’utopica città di Shambala.
Su tutto, simbolo dell’intera opera, il mitico Spato d’Islanda, minerale che è varco verso la conoscenza in tutta la sua complessità e sfaccettature, via mistica e scientifica tanto dei piani reali che di dimensioni altre, lente che svela la duplicità di tutte le cose (lo stesso Spato ha valenza positiva e non), le quali in sé però mantengono sempre un cuore imperscrutabile, di fronte al quale si rimane smarriti, senza risposta conclusiva. Forse a questa verità ultima può dare senso soltanto ogni singolo uomo, conferendole la sua propria interpretazione personale (mutevole e forse errata), che corrisponde alla rotta e al senso che ciascuno decide di dare alla propria vita.




























