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Delitto e Castigo Delitto e Castigo

Delitto e Castigo

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Raskolnikov, uno studente espulso dall'università, decide di uccidere una vecchia usuraia per dimostrare a se stesso di essere un uomo "eccezionale", al di là del bene e del male. Rimasto travolto dal proprio atto e tormentato dalla coscienza del proprio fallimento, si consegna spontaneamente alla giustizia. Colpa, condanna ed espiazione, questi i capisaldi del romanzo, che trasforma il giallo di un delitto nel mistero insondabile dell'anima umana, esposta alla tragedia della propria libertà. Sullo sfondo una città fantasma: San Pietroburgo, teatro infernale di una umanità degradata.

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Delitto e Castigo 2019-07-17 08:05:40 Molly Bloom
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Molly Bloom Opinione inserita da Molly Bloom    17 Luglio, 2019
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Tenebra e Luce

---Avviso: Contiene SPOILER---

Cosa potrei mai dire su questo libro e nello stesso tempo non rischiare di cadere nella banalità, nel "già detto"? Probabilmente nulla, se si trattasse di una prima lettura. Ma si tratta di una rilettura, gustata fin nei piccoli particolari e piena di novità per me. E' stato come riguardare un bel quadro: inizialmente ci si concentra avidamente su di esso cercando di comprendere e vedere tutti i dettagli ma immancabilmente ci restano impressi gli elementi principali. Prendiamo come esempio "Veduta di Delft" di Veermer, ad un primo sguardo di rado ci si sofferma sulle persone vicine alla barca oppure sulle due signore che passeggiano sulla riva, seppur in primo piano! e ancor di rado su "quel lembo di muro giallo" per citare Proust. C'è la potenza del panorama, le nubi protagoniste che creano ombre e punti luminosi, c'è il fiume, ci sono gli edifici che si riflettono nel fiume, ma nessuno nota i particolari ad una prima occhiata. Poi lo si osserva con calma e si ammira l'insieme. Analoga è stata la mia esperienza con Delitto e Castigo e la presente non vuol essere una "recensione" ma qualche pensiero che prima non avevo fatto.

Ho trovato molte idee comuni con le altre sue opere che poi ha sviluppato più ampiamente e ho rivalutato un personaggio: Svidrigailov. Inizialmente mi sembrava un personaggio di contorno e mi destava solo avversione, ora non più! E' il demone del romanzo, l'affascinante ruba cuori impassibile a tutto, che non ha paura, è colto ed elegante e nonostante i suoi modi falsi usati per intrappolare le sue innocenti vittime, si dimostra nel libro di una disarmante sincerità e su di me ha avuto un certo fascino nella seconda lettura soprattutto nel confronto con Dunia quando affronta la sua arma da fuoco. Certo il comportamento è da condannare, ma la sua passione traspare da ogni parola, non fosse stata così bigotta e pura, Dunia probabilmente avrebbe finito per innamorarsi di lui. Svidrigailov è molto simile a Stravogin di "I Demoni", non trovate? E nonostante tutto il male fatto, tra l'altro inconsciamente solo per puro divertimento o indifferenza, riesce a essere un personaggio affascinante, il "bello dannato" che piace! E' l'"uomo tiepido", presente appunto in I Demoni nella persona di Stravolgin, e hanno la stessa sorte: la morte tramite suicidio. L'uomo tiepido non è ben voluto da Dio, è "il male puro" al quale si preferisce persino il freddo, cioè il cattivo motivato da un'idea, da una convinzione e non dall'indifferenza: "Conosco le tue opere: tu non sei né freddo né caldo. Magari tu fossi freddo o caldo! Ma poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca." (cit.Apocalisse) Quindi per me Svidrigailov e l'uomo tiepido e va incontro alla perdizione, Raskolnikov è l'uomo freddo che fa un crimine ma dettato di una forte convinzione e quindi infine si salva, Dio lo salva attraverso l'amore di Sonia. Rimanendo ancora a Svidrigailov, ho trovato le Lolite di Nabokov: la giovane fidanzata sedicenne di Svidrigailov, che "sta seduta sulle sue ginocchia" manda sguardi non proprio innocenti per non parlare della bimba si cinque anni che lui sogna e che si atteggia da donna di strada.

Passo a Raskolnikov, secondo me, se non avesse incontrato Sonia nel suo cammino e non gli avesse detto di "assaggiare la mela della conoscenza del bene e del male" cioè di costituirsi, probabilmente alla fine avrebbe evitato Siberia e tutto il resto. Infatti dopo la confessione lui si pente di averlo fatto. L'unico suo rimpianto è quello di essere stato debole di spirito e di non riuscire a concludere il piano. Ad un certo punto dice di non avere ucciso una persona ma un principio, cioè con la sua incapacità di tacere ha ucciso il suo principio secondo il quale alcune persone sono autorizzate (dalla propria coscienza e da una legge non terrena) a uccidere per fare grandi cose, per cambiare in meglio il mondo. Credo che solo l'amore per Sonia gli da la forza di accettare questo percorso di cambiamento, di cambiare dal "freddo" al "caldo". L'ho trovato simile a Dimitrj Karamazov, altro noto personaggio dostoevskijano: entrambi pagano e accettano un crimine non commesso (non commesso per Raskolnikov in senso figurato perché lui non lo reputa un crimine, non ha il minimo dispiacere per averlo fatto e lo rifarebbe se potesse tornare indietro) ma questa pena rappresenta per loro un percorso di rinascita e cambiamento di vita, rappresenta il passaggio dalle tenebre alla luce ed entrambi lo accettano con serenità.

Ho trovato un Dostoevskij visionario, e non solo nel sogno finale di Raskolnikov che assomiglia molto alle due guerre mondiali che sono succedute ma anche nei due sogni che fa prima della confessione: preannunciano il futuro. Ho amato le descrizioni di San Pietroburgo e delle abitudini cittadine e che dire della parte gialla del libro: psicologia che lascia a bocca aperta.

Credo di continuare con "Memorie della casa dei morti" sempre Dostoevskij, magari troverò Raskolnikov tra i detenuti in Siberia, o quanto meno me lo farà sentire più vicino.

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Delitto e Castigo 2017-10-01 08:34:10 catcarlo
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catcarlo Opinione inserita da catcarlo    01 Ottobre, 2017
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il delitto dell'uomo qualunque

Da dove cominciare per scrivere di uno dei romanzi più citati – non importa se a sproposito – della letteratura mondiale? Forse dal fatto che è il libro dello scrittore russo che ho finora amato di meno senza riuscire a capirne davvero il motivo, ma con il vago sospetto che sia la risultante di una somma di cause. L’azione si svolge negli ambienti sovente sordidi di una Pietroburgo soffocata dall’afa; i personaggi faticano a stimolare empatia, anche perché, abbastanza insolito in Dostoevskij, spesso non mostrano approfondite sfaccettature (il buon Razumichin, l’astuto giudice istruttore Porfirij, il volgare Lužin); la stratificazione degli argomenti di riflessione – quello dato dal titolo, le dinamiche tra consanguinei indagate nella famiglia del protagonista, gli spunti legati all’ateismo e quelli di critica sociale, con il rifiuto del socialismo e la disapprovazione per il nascente (per la Russia) capitalismo – inficia a tratti la scorrevolezza della narrazione. E poi c’è lui, Raskolnikov che invece di sfaccettature ne mostra fin troppe in un alternarsi di momenti di esaltazione e altri fortemente depressivi che finiscono per far entrare il lettore nella sua mente, il che non è certo un’esperienza piacevole. La sua parabola ricorda molto quella dell’uomo comune e forse per questo colpisce così tanto: giovane e dai grandi progetti incendiari, il protagonista deve ben presto fare i conti con la realta e le sue più prosaiche caratteristiche, dimostrandosi non all’altezza della sua ambiziosissima immaginazione. A partire dal delitto che commette: nato da una complessa teorizzazione sulla sua minor gravità visto che libera la società dal peso di un’usuraia, si rivela un banale omicidio per soldi in cui, per intervento dell’imponderabile, finisce in mezzo un’innocente. Favorito dalle circostanze, ma incapace di sopportare la drammaticità dell’accaduto, Raskolnikov dissemina indizi e affermazioni in un crescendo paranoico che pare avere l’unico scopo di farlo scoprire – come molti dei moderni assassini senza volto – tanto che il paziente Porfirij può lasciare che sia il tempo a portarlo all’autoaccusa. La sofferenza fisica che tormenta il protagonista – tra febbri e lunghe giornate immobile sul divano della sua miserabile camera in affitto - non è altro che la manifestazione del suo malessere morale, acuito dall’impossibilità di ricambiare l’affetto disinteressato di madre e sorella, nonché dall’amore inatteso di Sofja, figlia dell’ubriacone Marmeladov la cui famiglia viene beneficiata nell’inconscio tentativo di compensare il male fatto. In fondo, il vero castigo per Raskolnikov è il tormento a cui viene sottoposto dalla sua coscienza angosciata sia dal sangue versato, sia dall’incapacità di sostenere la situazione (altro che Napoleone…), tanto che una certa serenità pare farsi largo solo dopo l’arresto e il trasferimento in Siberia. Nella sua affannosa lotta con se stesso in cui solo a sprazzi le figure che lo circondano riescono a farsi spazio, il protagonista è in continuazione al centro della scena spargendo attorno a se l’inquietudine che lo percorre e che il fine indagatore di spiriti Dostoevskij restituisce con poderosa accuratezza: una problematicità che si riflette nell’esperienza di lettura, facendo di Raskolnikov un antieroe indimenticabile al quale però è scomodo sentirsi vicini.

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Delitto e Castigo 2017-07-03 21:40:12 La Lettrice Raffinata
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La Lettrice Raffinata Opinione inserita da La Lettrice Raffinata    03 Luglio, 2017
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Gli ultimi saranno i primi

Spesso mi è successo di parlare con persone che ritenevano gli autori russi incapaci di scrivere romanzi con l’amore come elemento centrale. Se c’è qualcosa che in “Delitto e castigo” manca non è di certo l’amore, in ogni forma e sfaccettatura: il tenero affetto di una madre, quello di un amico o di una sorella e soprattutto la passione e la devozione per la persona amata.
Nel capolavoro di Dostoevskij c’è poi spazio per moltissime tematiche, che portano il lettore a riflettere su svariate questioni; sembra che ogni personaggio porti con sé uno o in alcuni casi più argomenti, come Katjerìna, con il suo orgoglio imperituro, a dispetto dell’umilissima condizione, e Andrèj che annuncia il prossimo avvento di un mondo senza differenze e barriere, ossia l’utopia del comunismo. La “teoria” più affascinante a mio avviso è però quella dell’arscin, il minuscolo spazio in cui ogni uomo sarebbe disposto a vivere pur di non dover andare incontro alla morte.
La tematica sovrana, e ancor oggi attuale, è rappresentata dal quesito che tormenta il protagonista: fino a che limite ci si può spingere per il bene comune? La morte di un solo essere abbietto trova giustificazione nella salvezza di decine di innocenti? Il delitto che da inizio alle vicende non è infatti dettato da uno scopo meramente materiale, ne dalla semplice cattiveria; il protagonista Raskòlnikov possiede anzi un forte senso della giustizia, seppur non in senso canonico. Questo porterà non solo alla decisione finale di costituirsi, ma anche a moltissime riflessioni sulla legittimità, prima e dopo l’assassinio.
Attorno a questo anti-eroe, si crea un cosmo di personaggi affascinanti e perfettamente delineati, tanto da poter notare il lavoro di caratterizzazione anche nelle comparse. In linea generale, Dostoevskij da’ vita a personaggi maschili viziosi, seppur consci dei propri difetti -in primis lussuria, gola ed ira-, mentre le figure femminili sono quasi sempre pie e devote, in special modo alla famiglia; esempi lampanti sono Dùnja e Sonja, per le quali si configurano delle storie quasi fiabesche, con le eroine vessate ed umiliate che trovano infine il riscatto e il vero amore.
“Delitto e castigo” si dimostra anche tra i capostipiti del genere thriller, non solo per l’omicidio e l’indagine che ne consegue, ma soprattutto per le svolte inattese che sorprendono il lettore e per l’intelligente inserimento di piccoli indizi, destinati a tornare in mente nel momento in cui qualche mistero viene svelato, come nel caso del piano di Lùgin.
La straordinaria abilità dell’autore permette inoltre al lettore di empatizzare con tutti i personaggi, perfino con gli antagonisti o con chi assume dei comportamenti deprecabili come Marmelàdov; d’altro canto, il lavoro d’introspezione focalizzato in gran parte sul protagonista permette di provare le sue stesse ansie ed angosce, oltre a simpatizzare con la sua idea del bene comune che giustifica ogni azione. È interessante notare la presenza di moltissimi riferimenti alla fede cristiana e al valore dei beni, con tanto di cifre enunciate; ciò si può ricollegare all’esperienza diretta dell’autore, che spesso cita dettagli autobiografici.
Per quanto riguarda quest’edizione Newton Compton, oltre agli errori di battitura a cui ormai sono rassegnata, il volume presenta un paio di difetti abbastanza rilevanti: per dialoghi e pensieri viene utilizzato il medesimo segno grafico, causando così inutile confusione nel lettore, e la traduzione in generale sembra un po’ datata, con molti termini a dir poco desueti.

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Delitto e Castigo 2017-04-29 22:06:56 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    30 Aprile, 2017
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Sono un uomo o un "pidocchio"?

Mi sono già espresso più di una volta sulla grandezza di Fedor Dostoevskij. "Delitto e Castigo" non fa altro che confermarla. Un autore che riesce, col suo stile tormentoso e profondo, a indagare nel torbido dell'animo umano, a sguazzarci, alla ricerca di un pizzico di luce nascosto in mezzo alla melma.

"Delitto e castigo" è esattamente quello che ci presenta il suo titolo, ovvero la cronaca di un delitto e del suo conseguente castigo. Questo "castigo" non rappresenta certo il carcere, anzi, quest'ultimo sarebbe una sorta di sollievo, perché è solo per mezzo di esso che la morale umana può avere almeno la percezione di espiare i propri peccati. Il castigo è invece quel tormento interiore, quel delirio incessante che sfinisce il corpo, la mente e il cuore.
Raskol'nikov è uno studente dalle spiccate capacità, dal grande acume, dall'intelligenza fuori dal comune, dalle idee innovative. Ma sarà proprio un'idea, una convinzione personale non ancora dimostrata nel concreto, a diventare per lui un pensiero fisso che gli toglierà il sonno e la pace.
Sono un uomo o un "pidocchio"?
A un uomo geniale, davanti al quale si presenta un ostacolo lungo il cammino che lo porterebbe all'esaltazione, è concesso il diritto di distruggere quell'ostacolo, anche se questo significasse spargere del sangue?
Raskol'nikov sente dentro di sé le capacità per distinguersi dalla massa di uomini normali che popola la terra, di ergersi e donare loro qualcosa di nuovo; eppure cosa possiede? Nemmeno un rublo; una stanza piccola come la cuccia di un cane; patisce la fame; è stato costretto, nella miseria, a lasciare gli studi. Pur di sopravvivere è disposto a dare in pegno gli oggetti a lui più cari, a una vecchia e maligna usuraia. In lei, Raskol'nikov vede la via d'uscita, il punto di convergenza tra le su idee e la loro possibile dimostrazione, il mezzo con il quale la sua ascesa può cominciare. Il momento opportuno e una scure, sono tutto ciò che gli serve. Ma questo pensiero sarà il suo tormento e, dopo l'attuazione, il suo "castigo": un tormento al quale non c'è rimedio, se non l'accettazione della sofferenza, il pentimento, l'amore, Dio.
Ma l'uomo è un essere duro di compredonio, è orgoglioso. E' vigliacco.
"Esiste un uomo tanto codardo da non preferire cadere almeno una volta piuttosto che barcollare in eterno?" si è chiesto Cormac McCarthy tra le pagine del suo "Suttree". Chissà se mentre scriveva quelle parole non avesse proprio in mente il Raskol'nikov di Dostoevskij. Per tutto il romanzo vedrete questo pover uomo vacillare di continuo, cercando di capire se, alla fine, si lascerà cadere, e se una volta che l'avrà fatto sarà capace di rialzarsi.

"Se mi sono torturato per tanti giorni chiedendomi se Napoleone lo avrebbe fatto oppure no, vuol dire chiaramente che lo sentivo di non essere Napoleone [...] Non è per aiutare mia madre che ho ucciso; fesserie! [...] Dovevo scoprire qualcos'altro, qualcos'altro mi spingeva il braccio: allora dovevo scoprire, e scoprirlo al più presto, se ero un pidocchio come tutti, o un uomo. Se avrei saputo oltrepassare il limite oppure no! Se avrei saputo chinarmi a raccogliere oppure no!"

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Delitto e Castigo 2016-11-14 16:56:48 Nuni83
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Nuni83 Opinione inserita da Nuni83    14 Novembre, 2016
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Dostoevskij e i castighi della coscienza

Dostoevskij è il mio mito e Delitto e Catigo è tra le sue opere più apprezzate.

E' una lettura molto impegnativa, 600 pagine circa di delirio, febbre cerebrale, uomini e donne puniti da se stessi e dalla vita.

Ovviamente ne vale la pena! Leggere la storia del giovane Raskol'nikov vi farà capire che non esiste peggiore punizione di quella che noi stessi ci infliggiamo.

Indimenticabili i dialoghi serrati tra il giovane assassino e il giudice istruttore Porfirij Petrovic.

Dostoevskij ci regala come sempre dei personaggi meravigliosi: la sorella e la madre di Raskol'nikov, Sonja e la sua famiglia, Lizaveta sorella dell'usuraia, l'amico Razumikhin.

L'autore ci presenta una storia che ti cattura dalla prima all'ultima parola. Come ho anticipato non è una lettura leggera ma l'abilità dell'autore rende il ritmo per lo più incalzante e veloce.

L'angoscia, la desolazione e la solitudine che Dostoevskij ci racconta è come sempre reale e tangibile, i personaggi sembrano veri con tutte le loro contraddizioni e ognuno con il suo bagaglio di vissuto.

L'animo umano viene sviscerato da questo scrittore che io personalmente adoro.

Lettura imprescindibile per che come me leggerebbe sempre Dostoevskij e non solo.

Consigliatissimo!

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Delitto e Castigo 2016-10-20 08:46:42 FrankMoles
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FrankMoles Opinione inserita da FrankMoles    20 Ottobre, 2016
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Anestesia della coscienza: fallita

“Eccoli gli uomini: vanno avanti e indietro per la strada: ognuno è un mascalzone e un delinquente per natura, un idiota. Ma se sapessero che io sono un omicida e ora cercassi di evitare la prigione, si infiammerebbero tutti di nobile sdegno.”

Annichilimento della ragione: questo spinge il giovane Raskol’nikov a commettere il suo delitto, un omicidio che per uno strano incrocio di premeditazione e casualità diventa duplice. Vittime sono un’usuraia, un pidocchio dell’umanità, e l’innocente Lizaveta, colpevole solo di trovarsi al posto sbagliato nel momento sbagliato. E’ da qui che parte il dramma della coscienza del protagonista. Se fino a questo momento la lotta interiore del giovane si era combattuta essenzialmente tra ragioni economiche e ragioni morali, dunque qualcosa di prettamente personale, ora essa si sposta su un piano trascendente, assumendo connotati più universali con l’entrata in gioco di principi filosofici, storici, religiosi, umani. In una Pietroburgo sfocata, teatro di miseria e depravazione, l’animo di Raskol’nikov diventa un teatro insanguinato da scontri sconosciuti, tanto che il giovane giunge sul baratro di una pazzia – se reale o solo presunta dagli altri non è mai chiarito.

“Oh, che gli importava ora della propria abiezione, di tutte quelle vanità, dei tenenti, delle tedesche, delle cambiali, degli uffici di polizia, eccetera, eccetera! Se in quel momento lo avessero condannato anche a esser bruciato, neppure in tal caso egli si sarebbe mosso, e forse non avrebbe nemmeno ascoltato con attenzione la condanna.”
Raskol’nikov tenta di anestetizzare la sua coscienza, tra autoconvincimento e inconfessata paura di esser scoperto, tra orgoglio e inettitudine – egli non utilizza mai i soldi rubati alla vecchia, “ufficialmente” il motivo dell’omicidio –, proseguendo ancora sulla strada della prostrazione della volontà. Nel prendere in giro gli altri, egli si assume l’ebbrezza del rischio con la sua teoria degli uomini normali e degli uomini di genio, direttamente ereditata dalla filosofia della storia di Hegel: gli uomini normali sono la maggioranza, ovvero coloro i quali si incaricano di rispettare e far rispettare le leggi della moralità e della società; gli uomini di genio sono le rare eccezioni, ovvero coloro i quali fanno progredire la storia poiché a loro è lecita l’infrazione della legge per un fine superiore e per la propria autoaffermazione, cioè quelli che Nietzsche chiamerà superuomini. E’ così che egli tenta di giustificare a sé stesso la propria azione, convincendosi di aver eliminato dal genere umano un essere inutile e pidocchioso, dannoso. Ma l’idealità di questa teoria cozza esplicitamente con l’umanità sopita del giovane.
“Dove mai ho letto che un condannato a morte, un'ora prima di morire, diceva o pensava che, se gli fosse toccato vivere in qualche luogo altissimo, su uno scoglio, e su uno spiazzo cosí stretto da poterci posare soltanto i due piedi, – avendo intorno a sé dei precipizi, l'oceano, la tenebra eterna, un'eterna solitudine e una eterna tempesta –, e rimanersene cosí, in un metro quadrato di spazio, tutta la vita, un migliaio d'anni, l'eternità –, anche allora avrebbe preferito vivere che morir subito? Pur di vivere, vivere, vivere! Vivere in qualunque modo, ma vivere!... Quale verità! Dio, che verità! È un vigliacco l'uomo!... Ed è un vigliacco chi per questo lo chiama vigliacco.”

A cambiar le carte in tavola intervengono gli altri personaggi: l’affetto cieco e puro della madre e della sorella, donne di sani principi pur nella miseria; il fedele appoggio dell’amico Razumichin, emblema dell’ideologia socialista con la sua praticità e lo spirito altruista; l’infamia di Lugin, il ricco promesso sposo della sorella che rivela la sua ipocrisia e bassezza morale; la pena per la famiglia di Marmeladov, un ubriacone conosciuto in una bettola che ha colpito il protagonista con la storia della sua sfortunata famiglia. Ma sono tre in particolare i personaggi-chiave per il cammino della coscienza di Raskol’nikov. Il primo è Svidrigajlov: uomo abietto e depravato, sospettato di omicidi e pedofilia, oltre ad aver infamato la sorella di Raskol’nikov, in lui il protagonista trova un suo doppio degradato. L’implicito legame tra i due è testimoniato dalla pregnante opacità dei loro dialoghi, laddove l’estremizzato nichilismo di Svidrigajlov riesce a pungere la coscienza ancora solo addormentata di Raskol’nikov, che vede in lui il suo terrificante possibile futuro.
“– Noi ci rappresentiamo sempre l'eternità come un'idea che non possiamo comprendere, come una cosa immensa, immensa. Ma perché dovrebbe essere immensa? E se lassù non ci fosse altro che una stanzetta, simile ad una rustica stanza da bagno affumicata, e in tutti gli angoli ci fossero tanti ragni? Se l'eternità non fosse altro che questo?
– Possibile, possibile che non riusciate a figurarvi qualcosa di più consolante e giusto di questo?, esclamò Raskòl'nikov con un sentimento doloroso.”

Il secondo è Porfirij Petrovi?: giudice istruttore del processo per l’omicidio delle due donne, egli si pone come l’avversario dialettico di Raskol’nikov, rappresentando l’invincibile voce della razionalità. Si tratta dell’unico personaggio che il protagonista realmente teme, l’unico su cui presagisce la sua sconfitta: la sua intelligenza e la sua abilità, infatti, tengono a lungo il giovane sul filo, tra sospetti celati e dissimulazione, in uno stillicidio che alimenta l’esasperazione del protagonista. Porfirij è convinto della colpevolezza di Raskol’nikov, ma non ha prove per dimostrarla, pertanto fa leva sulle sue capacità oratorie per indurlo a confessare, pur non sganciando mai il suo obiettivo da un fine morale: il suo intento non è infatti quello di punire il colpevole, ma quello di far sì che sia il colpevole stesso a richiedere una punizione come espiazione. Porfirij induce Raskol’nikov alla confessione non per sé stesso, ma per liberarlo dalle colpe che evidentemente lo sconvolgono. Dostoevskij è infatti convinto che ogni uomo macchiatosi di un delitto desidera, nel profondo, espiarlo per soddisfare il proprio senso morale. E’ per questo che Porfirij non sfrutterà la confessione di Raskol’nikov, attendendo che sia lui inesorabilmente a confessare, segnando così il fallimento della teoria degli uomini di genio.
“Avete perduto ogni fiducia, e credete che io vi lusinghi grossolanamente; ma quanto avete già vissuto? Quanto capite? Ha inventato una teoria e poi si vergogna che abbia fatto cattiva prova, che sia riuscita una cosa ben poco originale! È riuscita un'infamia, è vero, ma voi tuttavia non siete un infame che non lasci più speranza. Siete tutt'altro che infame a tal punto! Tutt'altro che infame a tal punto! Per lo meno, non vi siete illuso a lungo, siete subito arrivato agli estremi limiti. Sapete come vi giudico io? Vi giudico uno di quelli a cui si potrebbero anche strappar le budella, e continuerebbero a stare in piedi e a guardare con un sorriso i loro torturatori, – purché trovassero una fede o un Dio. Ebbene, trovatelo e vivrete. Voi, anzitutto, già da molto tempo avete bisogno di cambiar aria. Eh, via, anche la sofferenza è una buona cosa. Soffrite. […] Lo so, che vi manca la fede, ma non state a sottilizzare scaltramente; abbandonatevi alla vita senz'altro, senza ragionare; non abbiate timore: vi porterà direttamente sulla riva e vi rimetterà in piedi. Su quale riva? Che ne so io? Io credo soltanto che abbiate ancora molto da vivere.”

Il terzo è Sonja: figlia dell’ubriacone Marmeladov e della sua moglie tisica, costretta a prostituirsi per mantenere la sua famiglia, è lei la vera e propria responsabile del risveglio e della rinascita di Raskol’nikov. Commosso dalla sua storia, il giovane si innamora di lei, un amore puro, senza alcun accenno di sensualità, un amore delle anime. E’ lei la prima persona a cui il protagonista confessa il suo delitto e, nonostante lei fosse amica di Lizaveta, pur nel suo turbamento gli rimane vicina, risveglia la sua coscienza dandogli qualcosa in cui credere. Sonja si fa incarnazione di entrambe le vie di salvezza costantemente propugnate di Dostoevskij per l’uomo, ossia l’amore e la fede in Dio, a cui avvicina l’ateo Raskol’nikov con i suoi riferimenti alla morale cristiana e alla risurrezione di Lazzaro nel Vangelo. Ella lo porta all’apice della disperazione (“Perché doveva vivere? Quale scopo proporsi? A che tendere? Vivere per esistere? Ma un migliaio di volte egli era stato pronto anche prima a dare la sua esistenza per un'idea, per una speranza, anche per un capriccio. La semplice esistenza era sempre stata poca cosa per lui, aveva sempre voluto di piú. Forse soltanto per la forza dei suoi desideri egli si era allora creduto un uomo a cui piú che ad altri fosse permesso.”) e così lo induce a confessare il suo crimine, aprendogli le porte alla rinascita, alla salvezza attraverso la sofferenza, a una nuova vita che sembrava impossibile, proprio come per Lazzaro. Ma qui comincia un’altra storia.

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Delitto e Castigo 2016-08-29 09:20:25 the boy who read
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the boy who read Opinione inserita da the boy who read    29 Agosto, 2016
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uomini straordinari

Oggi mi appresto a recensire uno dei grandi capolavori di Fedor Dostoevskij, ovver delitto e castigo. Inanzitutto inizio con il dire che é un libro a dir poco impegnativo, non é un libro da leggere così.... ci si deve rimuginare sapere, si deve assorbire il concetto dietro ogni frase, parola,lettera. Detto ciò parto subito con l'analizzare il tutto, ovvero la storia. Essa non è l'elemento chiave per apprezzare delitto e castigo poichè essa si può riassumere proprio con il titolo stesso. Nonostante ciò essa offre dei spunti interessanti come San Pietroburgo.... si la città è "caraterrizzata" così bene che si riesce a sentire il lercio di cui é piena. Inoltre essa è un ambiente claustrofobico che a volte viene da pensare che Raskolnikov è stato costretto dalla città a fare ciò che ha fatto. Contnuando a parlare della storia possiamo vedere come l'arrivo di nuovi personaggi stravolga totalmente l'andazzo della trama..... veramente sbalorditivo.
Ora analizzerò i personaggi ovvero i veri elementi d'interesse del libro, essi sono il simbolo del male, del bene, della luce, dell'oscurità insomma più che persone sono dei simboli. Certo viene analizzato più che altro Raskolnikov ma non mi sento di dargli il ruolo di protagonista indiscusso poiché anche Sonja, Razmuchin e persino il commissario hanno un ruolo fondamentale. Inoltre non tutta la storia è incentrata su Raskolnikov ma ci sono molte sottotrame interessanti.
Ora parlo del significato della trama che é incentrato sulla religione perché essa é vista come ancora di salvezza per l'animo umano, anche un animo torturato e dilaniato come quello di Raskolnikov.
P.s. molto interessante la teoria di Raskolnikov, molto superomistica ma veramente interessante... insomma questo libro ha anche grandi tratti di riflessione filosofica... ma anche in generale il libro offre spunti di riflessioni veramente interessanti


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Delitto e Castigo 2016-06-24 19:34:08 tris73
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tris73 Opinione inserita da tris73    24 Giugno, 2016
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“A volte l’uomo è straordinariamente, appassionata

La trama basilare è nota a tutti quindi procedo direttamente con la mia opinione.
Innanzitutto è fondamentale che questo libro vada letto in un momento di tranquillità perché richiede davvero impegno, è una storia basata essenzialmente sulla vita di Raskolnikov, alla quale però si intrecciano tantissime storie secondarie. Conosciamo infatti in un secondo momento quelli che diventeranno i personaggi essenziali nella vita del protagonista (come per esempio Sonja o Razumichin) e ci saranno dei momenti in cui la nostra attenzione sarà completamente sviata da Raskolnikov, perché come ho già letto anche in diverse recensioni, loro non saranno solo delle comparse, ma dei veri personaggi a tutto tondo. L'intento di Fedor comprendeva qualcosa di più dell'analizzare semplicemente la mente del personaggio principale e le cause che lo hanno spinto a oltrepassare il limite, lo scrittore è riuscito a dipingere un quadro così realistico della società russa ottocentesca da far sentire il lettore stesso parte integrante della storia.
Il cuore del libro è rappresentato dall'evoluzione di Raskolnikov, dal momento in cui capisce che si credeva erroneamente un uomo eccezionale, capace di compiere anche l'azione più oltraggiosa se essa era opportunamente giustificata e convivere con essa. Il bello di "Delitto e castigo" è rappresentato soprattutto dalla visione e dalla mentalità di Raskolnikov, ho trovato infatti interessante e sorprendente il fatto che lui non si pentirà mai di aver ucciso due persone (nonostante abbia spesso dato dimostrazione di essere una brava persona), ma si pentirà di non essere riuscito a convivere con questa azione.
Libro intenso e impegnativo anche se inizialmente ad alcuni tratti mi sembrava lento nella narrazione, ma poi questa impressione è scomparsa. In ogni caso ho amato in particolare l'ultimo centinaio di pagine, e il finale non mi ha affatto delusa.

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Delitto e Castigo 2016-01-13 08:49:40 charles
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charles Opinione inserita da charles    13 Gennaio, 2016
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il circo dei freaks

tutto è già stato detto fatto e scritto su questo volume, cosa mi è rimasto:

- mi sarebbe piaciuto averlo letto prima. nei lunghi ingenui pomeriggi dopo scuola o nelle sere oziose quando il tempo tra la cena e l'ora di andare a dormire non scorreva mai e perdersi nelle pagine era un piacere così a portata di mano da risultare quasi noioso. Letto invece adesso, di corsa, rubando tempo al sonno, in piedi su un regionale stipato, aspettando su un binario gelato alle 7 di mattina, interrompendo capitoli pensieri ed azioni, mi ha talvolta snervato e fatto perdere il sapore della pietanza. Mi sarebbe piaciuto averlo potuto leggere con un pezzo di carta vicino e con la possibilità di segnarmi i personaggi, il corollario di persone che ruota attorno a rodja è la cornice che rende il quadro ancora più memorabile.

- pietroburgo doveva essere davvero un posto orrendo. ed accidenti se erano già belli pervertiti nell'ottocento.

- la lunghezza di queste opere è ancora adatta ai nostri tempi? non sento un intero album penso da dieci anni. i film, i video, tagliati tra skip e buffering. diventa un grande privilegio astrarsi da tutto e dedicarsi "ad una sola cosa".

- la questione della "febbre celebrale" come un'allucinazione reale, per catalizzare un fiume in piena troppo difficile da gestire?

- "l'essere destinati ad opere grandiose" e nello stesso tempo una grande volontà di autodeterminazione. Anche un senso di auto-ineluttabilità: metto un'ipoteca così pesante sul mio destino, rendo il mio futuro talmente presente, che non potrò più sfuggirgli.

- eppure anche la dimostrazione che il miglior modo per perdere qualcosa è desiderarla troppo. Far uscire il carretto dai binari, impossibile arrestare il deragliamento.

- accettare con passione la mediocrità delle nostre esistenze? scambiamo per mediocrità quello che in realtà è il massimo stato a cui ambire, l'equilibrio nonostante tutto?

-+++spoilier++++ forse nel finale, nelle ultimissime pagine, c'è un bivio accennato, che fedor forse vorrebbe imboccare ma non ne ha il coraggio: rodja è seduto presso il fiume, vicino alla capanna dove si estraggono gli alabastri. Sonja arriva vicino a lui, e la guardia si allontana. Davanti a lui la steppa e laggiù in fondo i puntini neri delle tende dei nomadi, vivi e liberi come ai tempi della creazione. Corrì Rodja libero. Invece no. forse anche qui è mancato il coraggio di svoltare, di prendere il frutto che la vita aveva messo lì così a portata di mano? fatto sta che preferisce piangere ai piedi della neo-amata.
"Solo sette anni". Mica cazzi. Solo sette anni per ritrovarsi ex-detenuto in siberia senza una lira. e la chiamano redenzione?++++fine spoiler++++

- il genio, il precursore del giallo moderno nel colloquio con l'ispettore giudiziario, che aveva capito tutto fin dal principio. Abbandonando la paura di perdere, ha ottenuto proprio quel che voleva. Ha smesso di inseguire, e la preda ha smesso di correre. Una grossa chiave di volta nel romanzo a mio avviso.

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autori russi.
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Delitto e Castigo 2015-08-30 14:12:34 Francj88
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Francj88 Opinione inserita da Francj88    30 Agosto, 2015
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Hybris

Raskolnikov, giovane avviato agli studi giuridici, era intimamente convinto di essere un individuo eccezionale, superiore a molti per le sue doti intellettuali e quindi incline al disprezzo per gli individui da lui considerati inferiori. Non solo, egli aveva teorizzato che al mondo vi fossero due categorie di esseri umani: la “materia grezza”, ovvero la maggior parte delle persone, gente comune senza particolari meriti e gli “eletti”, degli individui eccezionali per i quali è lecito venir meno alle comuni leggi della morale e dell’etica. Ad essi è tutto concesso affinché possano portare avanti le loro idee ed i loro progetti in quanto da essi ne potrebbe trarre giovamento tutta l’umanità. La posizione del giovane è talmente estrema che egli arriva ad ammettere che a questi individui sia concesso superare anche uno dei più grandi tabù dell’uomo, ovvero l’omicidio. Egli per supportare la sua tesi prende ad esempio la figura di Napoleone, individuo appartenente alla schiera degli eletti, che per raggiungere le vette del potere ha dovuto superare molti ostacoli macchiandosi di diversi misfatti tra cui l’omicidio. Nonostante ciò il generale francese ha conquistato onori e ricchezze, dimostrando la necessità, secondo Raskolnikow, di agire senza scrupoli morali. Così Galileo e Newton, a loro volta, per dare un fondamentale contributo alla scienza moderna hanno dovuto infrangere le vecchie leggi e credenze su cui si fondava la società a loro contemporanea. Ma, il nostro protagonista, non si ferma alla speculazione intellettuale, egli decide di dimostrare a se stesso di essere realmente un individuo eccezionale e quindi passa all’azione macchiandosi di un duplice omicidio. Quello che Raskolnikov non ha calcolato è il peso reale che tali azioni avrebbero avuto sulla sua coscienza e si trova a doversi confrontare con la consapevolezza della colpa e con il lacerante pentimento che lo porta al delirio. Tuttavia a ben vedere, come dimostrerà il giovane più volte nel corso del romanzo egli non si è mai pentito realmente e pienamente del gesto compiuto. Non è l’omicidio in se che egli condanna, non pesa tanto su di lui l’aver privato della vita due persone ma il fatto di non essere stato in grado di convivere con tale fardello. Egli quindi capisce di non essere il genere di individuo che ha sempre decantato. Quel tipo, una sorta di oltreuomo nietzschiano, avrebbe avuto la forza non solo di accettare la gravità delle sue azioni, ma di andare avanti superando di volta in volta tutti gli “ostacoli” posti in essere dal destino. Egli inoltre rimprovera a se stesso la mancanza di coraggio nell’agire, il fatto di non aver avuto abbastanza perseveranza da dover confessare il misfatto e un “ridicolo” attaccamento alla vita che non gli ha permesso di scegliere il suicidio. Questo romanzo ci dimostra la fallacia e in alcuni casi la pericolosità di chi, con presunzione, crede di essere superiore agli altri e quindi si sente in diritto di ergersi a giudice e carnefice. I poemi antichi ci hanno insegnato che gli esseri umani che si macchiano di hybris, di quell’arroganza che li ha portati ad oltrepassare determinati limiti, vengono puniti dagli dei. Qui non è la giustizia divina a punire il protagonista, e prima ancora che intervenga la giustizia umana sotto forma di carcerazione, ci rendiamo conto che Raskolnikov vive già in una prigione ben più dolorosa che egli stesso si è costruito.
Attorno al giovane protagonista poi ruotano altri personaggi memorabili che presentano tutte le sfaccettature dell’animo umano, personaggi le cui vite si trovano intrecciate sullo sfondo di una fredda e insensibile San Pietroburgo. La virtuosa Dunja, sorella del protagonista, l’amico fidato Razumichin, l’orgogliosa Katherina Ivanovna, costretta ad una vita di stenti sempre ancorata al doloroso ricordo della ricchezza passata, il libertino Svidrigalov, il ligio ispettore Petrovic, il meschino e narcisista Lugin, la piccola Sonja, costretta a prostituirsi per il sostentamento della famiglia e che tuttavia conserva un cuore casto e una purezza d’animo che il degrado delle sue condizioni di vita non è riuscito a scalfire. Sarà proprio l’amore incondizionato della giovane a dare a Raskolnikov un barlume di speranza per il futuro, nonostante la difficile situazione, e che lo fa uscire poco alla volta da quella logica deviata e malsana che ha guidato le sue azioni. Forse non è ancora tutto perduto.
Delitto e castigo è uno di quei romanzi “universali”, che riesce così bene a scandagliare i recessi dell’animo umano ed i suoi tormenti, da trascendere lo spazio ed il tempo. Un pilastro della letteratura mondiale.

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