Narrativa straniera Romanzi Il complotto contro l'America
 

Il complotto contro l'America Il complotto contro l'America

Il complotto contro l'America

Letteratura straniera

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America, 1940. Charles A. Lindbergh, eroe della trasvolata sull'Atlantico, fervido antisemita e filonazista, diventa presidente sconfiggendo Franklin D. Roosevelt. Da quel momento gli Stati Uniti smettono di appoggiare gli inglesi e i francesi contro le potenze dell'Asse, e dietro un'apparente neutralità stringono patti con la Germania di Hitler. Una famiglia ebraica di Newark, la famiglia Roth, scopre di non essere abbastanza americana per i gusti del nuovo presidente e inizia a temere che anche il proprio paese possa trasformarsi in un regno del terrore.



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Il complotto contro l'America 2021-01-07 05:25:40 siti
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siti Opinione inserita da siti    07 Gennaio, 2021
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Oltre ogni immaginazione

Avvincente romanzo non perfettamente riuscito soprattutto nella parte finale, trascinata oltremisura e liquidata in maniera laconica. Quasi uno scritto di fantapolitica, se la realtà di queste ultime ore con l’attacco al Congresso non mi avesse subito fatto ricredere , sorprendendomi ancora una volta, Roth, con le sue intuizioni e in questo caso, oserei dire, proiezioni. Si tratta in poche parole di un romanzo che ipotizza per il biennio 1940-1942 un inframmezzo politico negli Usa che non c’è stato ma che non è poi così sorprendente immaginare.
Le elezioni presidenziali del 1940 non vedono vittorioso per la terza volta FDR ma il celebre aviatore Charles A. Lindbergh, noto non solo per il suo volo transatlantico da New York a Parigi compiuto a bordo di un monoplano in sole trentatre ore o per il triste episodio del rapimento del suo figlioletto di venti mesi ritrovato poi ucciso vicino all’abitazione dei suoi genitori, ma ancor più per la sua affiliazione all’America First Committee, nato per contrastare la linea interventista di FDR e promuovere l’isolazionismo, facendo leva, lui in particolare, sull’idea che i nuovi guerrafondai fossero gli ebrei. È lui ad aver proiettato in campo americano un modello antisemita, storico e di lunga durata e di ancor più di ampia tenuta , tutto europeo. Da qui parte Roth, dall’angoscia storica e reale che gli ebrei americani hanno vissuto davvero quando la destra repubblicana contrastava Rooselvelt che invece si presentava agli elettori come un nemico giurato di Hitler e del fascismo.

Il biennio intenso e sconvolgente che vedrà al potere Lindbergh si accompagna alla storia minuta del piccolo Philip Roth, un bambino di sette anni che vive un’esistenza piccolo borghese nella tranquilla Summit Avenue della sua cara Newark, città operosa e industriale all’ombra della Statua della Libertà, un prolungamento naturale di New York. Una famiglia felice ebrea sì , accomunata nella rete di amicizie e di frequentazioni più dal lavoro che dalla religione, ma perfettamente assimilata e dimentica della propria identità: non praticano la religione, non tramandano le tradizioni, sono americani. Il piccolo Roth non sa nemmeno cosa sia la Palestina. L’avvento di Lindbergh al potere scuote gli animi e genera la rinascita identitaria. La vita della famiglia Roth andrà a intrecciarsi con i nuovi eventi storici in una commistione di storia minima e storia universale sulla falsariga dei percorsi antisemiti già lungamente praticati in campo europeo. La sensazione è quella di assistere a una nota e inarrestabile ripetizione, in campo diverso, di dinamiche generanti odio in un parossismo che Ron Jones nell’esperimento sociale denominato “La terza onda” non ebbe difficoltà a riproporre addirittura in un’aula scolastica.
Un monito oggi visti i nuovi attacchi alla democrazia.

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A me ha ricordato il mitico Bandini di Fante ma anche Malamud.
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Il complotto contro l'America 2019-06-04 06:12:43 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    04 Giugno, 2019
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LA GRANDE MINACCIA

“La paura domina questi ricordi, un’eterna paura. Certo, nessuna infanzia è priva di terrori, eppure mi domando se da ragazzo avrei avuto meno paura se Lindbergh non fosse diventato presidente o se io stesso non fossi stato di origine ebraica.”

Ne “Il complotto contro l’America” Philip Roth indossa a sorpresa l’abito inusuale del narratore fanta-politico e borgesianamente immagina cosa sarebbe successo nel 1940 se a vincere le elezioni presidenziali, al posto di Roosevelt, fosse stato l’isolazionista Charles A. Lindbergh, il famoso aviatore che anni prima aveva con il suo aeroplano attraversato da solo l’Oceano Atlantico da costa a costa. Il bello dell’esperimento di Roth è che l’ipotesi non è del tutto implausibile: Lindbergh era stato davvero in Germania, dove nel 1936 gli era stata attribuita da Hitler una onorificenza per i suoi meriti aeronautici, e in patria aveva realmente espresso posizioni fortemente isolazioniste e antisemite, pur scegliendo di non scendere mai direttamente nell’agone politico. Quello che fa Roth è invece immaginare che Lindbergh, forte del suo carisma personale, si sia candidato alle elezioni del 1940 e le abbia vinte con largo margine, sfruttando la popolarità delle sue tesi demagogiche. Quello che accade da quel momento, nei due anni della sua drammatica presidenza, ci fa capire come nessuna democrazia sia davvero al sicuro se i valori sui quali essa è fondata non vengono difesi quotidianamente dagli attacchi dell’ignoranza, della xenofobia e del fanatismo. La comunità ebraica americana, che si sente immediatamente minacciata dalla nuova presidenza, non viene infatti direttamente colpita da provvedimenti discriminatori, ma quello che avviene è l’esemplificazione classica del piano inclinato: all’inizio è una questione di semplici sfumature, di atteggiamenti (una stanza d’albergo prenotata con settimane di anticipo dalla famiglia ebrea del protagonista che all’arrivo viene trovata già occupata, un poliziotto ostile e per nulla disposto a prendere in considerazione le legittime lamentele della parte lesa), più avanti subentrano delle misure governative apparentemente messe in atto per favorire meglio l’integrazione della comunità ebraica, in realtà aventi il subdolo scopo di disgregare la sua proverbiale coesione etnica (il campo di lavoro volontario nel Kentucky al quale partecipa Sandy, il fratello maggiore del protagonista, il trasferimento forzato della famiglia in uno Stato lontano e a bassissima densità israelita), e alla fine si arriva ai veri e propri pogrom antisemiti (dei quali rimane vittima la povera mamma di Seldon). C’è una sola parola per definire tutto questo: agghiacciante. Agghiacciante proprio perché assolutamente naturale e credibile, anche senza voler sostenere l’ipotesi (che giustamente Roth lascia nel vago) di un presidente ricattato dai nazisti che gli hanno segretamente rapito il figlio. Bisognerebbe abbandonare la posizione apodittica che nella nostra civilissima società occidentale non potrebbero più ripetersi episodi di dittatura, di sospensione dei diritti civili, di persecuzioni razziali, per riflettere che in fondo (anche se non so se questa sia stata l’intenzione dell’autore) negli anni di stesura del libro siamo andati vicini proprio a questo (ci siamo già dimenticati di un’elezione presidenziale contestatissima, vinta da Bush grazie a un conteggio dei voti da repubblica sudamericana? e di una guerra dichiarata in base a prove che si sono poi rivelate false e inventate di sana pianta? e di Guantanamo?). No, quella di Roth, a ripensarci, non è fanta-politica, ma una versione alternativa della Storia che – per fortuna – alla fine, dopo il fallimento del golpe ordito da Wheeler dopo la scomparsa di Lindbergh, si ricongiunge con quella riportata dai libri di testo scolastici: la riconquista della presidenza da parte di Roosevelt, l’attacco di Pearl Harbour e l’intervento statunitense nella Seconda Guerra Mondiale. Con un’unica, importantissima differenza: che al termine di tutte le peregrinazioni la situazione di equilibrio ripristinata non è più la stessa di quella di partenza, perché negli animi dei protagonisti ebrei, ma presumibilmente anche di gran parte della popolazione americana, si è depositata, dopo quella che Roth chiama l’”eterna paura”, una consapevolezza nuova, quella di non poter più credersi al riparo, neppure nella più grande democrazia del mondo, tutelata da costituzioni, emendamenti, leggi ed organismi deputati ad applicarli, dal risorgere dell’odio atavico e della violenza dell’uomo contro il suo simile.
“Il complotto contro l’America” non sarebbe quel bel libro che è se si limitasse al suo versante fanta-storico. In realtà esso è anche, e soprattutto, un romanzo di formazione (sulla falsariga di tanti capolavori della letteratura americana e non come “Le avventure di Augie March”, “Chiamalo sonno” e “Le ceneri di Angela”) in cui Phil, un bambino ebreo che nel primo capitolo ha sette anni e nell’ultimo nove, assiste con il suo sguardo infantilmente candido alle peripezie della sua famiglia, fervidamente patriottica, filo-rooseveltiana e interventista e destinata con lo scorrere dei mesi a non riconoscersi più in un’America sempre più intollerante e pericolosamente incline a svendere le proprie tradizioni liberali e democratiche per sposare l’ideologia fascista trionfante in Europa. La scelta di un bambino come protagonista fa sì che le tragedie della Storia si mescolino alle piccole tragedie infantili e la salvaguardia della sicurezza familiare si sovrapponga a quella della propria collezione di francobolli, dando in tal modo alla narrazione un tono lieve e fiabesco, anche se non spensierato, perché l’acuta sensibilità di Roth sa benissimo che l’infanzia è popolata di sogni, fantasie e desideri, ma anche naturalmente piena di terrori, soprattutto se si è un bambino ebreo nell’epoca dei campi di concentramento di Hitler. Phil appartiene a una classica famiglia ebraica americana del XX secolo, né povera né benestante (padre venditore di polizze e madre casalinga), atavicamente portata ad abitare in un ghetto ebraico e sospettosa nei confronti dei goyim, ma per il resto pienamente integrata nelle tradizioni e nello stile di vita americani (non è un caso che per la loro prima vacanza fuori dello Stato del New Jersey il padre di Phil porti la famiglia a visitare la Casa Bianca di Washington). E’ con profondo stupore e inquietudine che Phil assiste al progressivo deflagrare delle tensioni nella sua famiglia e nel suo quartiere: dapprima è lo zio Alvin che, partito volontario con l’esercito canadese per la guerra europea e tornato senza una gamba, porta nella loro casa la presenza fisica e tangibile (il moncherino a cui è intitolato un capitolo del romanzo) della tragedia che si sta consumando fuori della porta di casa; poi è la volta della zia Evelyn, moglie di un influente rabbino che occupa un posto di riguardo nell’Amministrazione e che per questo subisce l’astiosa ostilità del capo-famiglia, ad allontanare gradualmente dall’influenza paterna il fratello maggiore di Phil facendone uno stolido sostenitore di Lindbergh insofferente delle proprie origine ebraiche; infine è il trasferimento nel lontano Kentucky imposto al padre dalla compagnia assicurativa per cui lavora a mettere a repentaglio quel poco di tranquillità familiare che rimane e a costringerlo a licenziarsi per andare a lavorare - di notte e sottopagato – al mercato ortofrutticolo con lo zio Marty. Se a ciò si aggiungono inquietanti interrogatori dell’FBI, amici di famiglia che prudenzialmente si trasferiscono in Canada e ronde ebraiche che si sostituiscono alla polizia per proteggere il quartiere da assalti stile “notte dei cristalli”, è inevitabile che la paura e le tensioni siano destinate a esplodere fragorosamente. E’ in queste pagine indimenticabili, in cui un bambino si trova ad assistere senza più il filtro e le protezioni garantitegli dai genitori a cose troppo più grandi di lui, che si rivela la bravura di Roth: nel descrivere il bestiale litigio tra Alvin e il padre di Phil (“fu così che la grande minaccia ci distrusse – commenta l’io narrante – e l’abominio della violenza entrò nella nostra casa, e io vidi come l’amarezza acceca un uomo”), nel rappresentare l’impotente smarrimento del genitore non più capace di assicurare la sicurezza dei suoi familiari, e soprattutto nel tratteggiare la straordinaria figura della madre di Phil, una madre come tante altre, che proprio per questa sua replicabile e insopprimibile natura materna assurge a connotazioni di epica grandezza (“come un ufficiale di combattimento”, annota Roth) quando aiuta per telefono il piccolo Seldon - il coetaneo di Phil rimasto da solo in casa, con la madre presumibilmente vittima delle violenze antisemite, a settecento miglia di distanza – a mettersi in salvo, Roth dimostra di possedere quella vena drammatica, tolstojana mi verrebbe voglia di dire, che gronda emozioni e sentimenti forti e che il pur pregevole “Lamento di Portnoy”, trentacinque anni prima, non lasciava certo presagire.

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Il complotto contro l'America 2016-12-21 07:33:45 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    21 Dicembre, 2016
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Lindbergh Presidente

Cosa sarebbe successo se.... Se Lindbergh, il noto aviatore, si fosse candidato e avesse vinto le elezioni a presidente USA ai tempi di Hitler (anni 30-40)? Lindbergh era infatti noto per le sue simpatie filo naziste e per il suo antisemitismo. E' possibile immaginare un ribaltamento dello scenario mondiale e un deterioramento delle condizioni di vita per gli ebrei in America, un dilagare anche nella buona America delle stesse idee razziste che circolavano ovunque in Europa e certamente, in modo sotterraneo anche oltreoceano.
Questo è il terreno da cui nasce Complotto contro l'America. Devo dire che pur apprezzando Roth moltissimo, questo romanzo non mi ha entusiasmato nè nell'idea nè nei contenuti nè nella forma. Certo Roth scrive bene e rende la vicenda politica e familiare molto credibile.
Ma, non so. Mi sembra di cattivo gusto immaginare i guai della famiglia Roth in un periodo in cui le famiglie ebree nel resto d'Europa se la passavano così male e fantasticare su una vicenda dai contorni tuttora oscuri che ha portato a Lindbergh stesso tanto dolore. Mii sembra un libro abbastanza fuori luogo pur nel suo spirito americano.
Mi sembra anche stupido pensare di essere superiori come paese, come moralità, come gente al resto del mondo e supporre che comunque le cose in America troveranno sempre un argine nel buon senso della gente e nella sua volontà di bene, che certi orrori non potranno mai verificarsi in America, anche se questa idea in un certo senso fa onore a Roth, è tenera in un uomo intelligente come lui. E' un libro troppo vicino alla realtà per introdurre l'elemento Ubik alla Dick. Il Simpatizzante che ho appena letto narra di una vicenda storica, la guerra in Vietnam, ma introduce l'elemento irrazionale e in qualche modo astratto dato dalla follia dei campi di rieducazione che pure sono effettivamente esistiti in tutti i paesi comunisti ma nella loro farneticazione sembrano uscire dal registro del racconto storico.Invece questo romanzo di fantapolitica è troppo realistico, troppo "autobiografico". Non mi piace il fatto che un romanzo con un tema razziale ampio e con una base di fanta politica tocchi soprattutto una famiglia o due. Soprattutto il romanzo suona falso. Insomma, questo non è il mio Roth preferito.
Forse ora sarebbe il momento per lui di riscrivere Un complotto contro l'America sulla base delle ultime news dall'America azzardando un finale alla Dick o riproponendo la sua fiducia a priori al suo paese per rassicurare chi non ha la stessa fiducia a priori.

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Il complotto contro l'America 2015-04-27 10:06:45 Todaoda
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Todaoda Opinione inserita da Todaoda    27 Aprile, 2015
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Moderno immortale

Un romanzo che cattura l'attenzione del lettore poiché gode dell' indiscusso fascino delle storie ben concepite e ben narrate. È quella del Complotto contro L'America infatti una storia estremamente interessante poiché tratta di accadimenti, sì veri, ma rivisitati, ribaltati e descritti in maniera del tutto speculare, quasi parossistica rispetto a quello che poi è stato il naturale corso degli eventi. E se già altri autori s'eran cimentati con questo genere di chiamiamole "analisi per assurdo" con risultati incerti (tra i vari vedasi il grande Philip K. Dick con “la svastica sul sole”, libro geniale, potente, intimo ma davvero troppo disordinato e quell’ oscuro scrittore che è Matt Ruff, sempre a cavallo tra serio e faceto, con “Le False Verità”, libro che ad oggi non mi è stato ancora possibile recensire per la sua ormai difficile, e forse per questo significativa..., reperibilità) come se la sarebbe cavata uno come Philip Roth, uno cioè che più che gli effetti speciali e l'azione predilige la razionalità, il ragionamento e l'introspezione?
Bene, Philip Roth, come era logico aspettarsi, qui non se la cava per nulla male! Pur non snaturandosi con balzi nel vuoto e sfavillanti sparatorie infatti riesce a creare una realtà del tutto opposta a quella raccontataci dai libri di storia, una realtà che malgrado l'elemento assurdo gli concede la possibilità, forse ancora più che in altre sue opere, di sondare la profondità dell'animo umano, delle sue pulsioni, dei suoi istinti e soprattutto delle sue contraddizioni.
La storia narrata nel “Complotto” si rifà anche qui alla seconda guerra mondiale, ma non viene affrontata dal punto di vista dei prodromi come in Dick, ma da quanto accadde, o meglio sarebbe potuto accadere, subito prima in America; sfruttando infatti il reale vociferare che all'epoca si faceva di Lindberg, l'asso dell'aviazione, e della sua vicinanza agli ambienti filo nazisti, Roth ci presenta un America alla rovescia, un America sull'orlo di una seconda guerra civile, dove l'odio razziale grazie al presidente neoeletto si trasforma in odio anti semitico e l'unione dell'opinione pubblica invece che condannare le gesta del gerarca nazista d’oltre oceano quasi le approva, e se non la approva almeno le giustifica come estrema conseguenza di una situazione ormai giudicata insostenibile, facendoci insomma vivere (o ri-vivere per i più longevi) più che l’orrore che si era consumato in quegli anni in Europa, la tensione e la paura di un qualcosa che non era ancora accaduto ma che tutti sapevano che era li li per succedere e al quale sapevano di non potersi opporre, un orrore la cui unica soluzione insomma era o la fuga o la morte.
Ma davvero in Europa non potevano, davvero non c’era nulla che potessero fare per evitare lo sterminio di milioni di ebrei? E in America? Persino gli americani, gli americani di Roth, saranno impotenti di fronte a questa strage che si sta per compiere, e per giunta, questa volta, sul proprio suolo?
No, stavolta no, o non è detto, non è così necessariamente scontato, poiché se una cosa succede in un luogo, con un popolo e una cultura, non è automatico che accada in ogni luogo e con ogni cultura e l'Europa è l'europa, sembra sottolineare l'autore, ma l'America... è l’America! E la testardaggine yankee, che sopperisce talvolta alla faciloneria, il civile senso comune del bene del patriota che ogni tanto fa da scudo e talvolta da sprone all'ingenuità, potrebbero persino essere sufficienti a non far degenerare una situazione ormai già più che drammatica. Perché infatti arrendersi all'inevitabile, perché darla per vinta a qualcuno che non la pensa come noi, e sul “nostro” suolo? Certo sarà dura, sarà difficile, ma che fine han fatto lo spirito di sacrifico, l'eroismo, l'aspirazione al bene dell’ onesto cittadino made in USA?! E dunque secondo Roth per quanto, la stupidità, l’ignoranza e il terrore in cui sta per sprofondare l'Europa è di facile trasmissibilità anche oltre oceano non è detto che debba finire per forza così anche in patria, non fin tanto che esisteranno almeno brave anime pronte a combattere per i propri valori, anime di gente qualunque, di gente diversa, culturalmente e ideologicamente, ma che da sempre ha incarnato la forza di un popolo che malgrado le proprie umili origini si è ritrovato su un territorio comune, un territorio che è stato sì di conquista, che è stato sì ignorante e violento, ma che da sempre è stato anche un territorio di libertà e un territorio di coraggiosi,” the land of the free, the home of the brave!”
Vero, forse questa è un interpretazione un tantino retorica della realtà di Roth, ma come non rimanere colpiti dalla tenacia di quella famiglia ebrea attraverso la quale si vive tutta la vicenda, e come non rimanere sorpresi e per certi aspetti rispettosamente intimoriti da quel bambino, il protagonista, la voce narrante, attraverso i cui occhi, prima ingenui e poi fin troppo consapevoli, si vive il disagio, la paura, l'odio e in fine, come diretto insegnamento di suo padre (a suo modo padre della patria), il coraggio, l'abnegazione e la forza di volontà?
E l'ultima parte del libro, quella forse più interessante, quella dove vengono riportati cronologicamente i fatti come sono invece realmente accaduti suonano proprio come un monito, come a dire: attenzione poiché la follia umana non conosce davvero confini e basta un nonnulla perché un idea, per quanto stupida, per quanto assurda, possa trasformarsi in tragedia, basta di fatto che “gli altri”, tutti gli altri, non ci facciano caso, basta di fatto “lasciare che sia”; ma ancora attenzione però perché qui non è accaduto, qui non è successo, qui, da noi, la razionalità e il bene (come sempre...) hanno trionfato, perché ciò avvenga però non e semplice, occorre crederci veramente, occorre combattere sempre per quegli ideali in cui si crede e assolutamente, ma proprio assolutamente, non arrendersi mai!
E questo insegnamento, l’insegnamento finale del libro, se in tempi di guerra si focalizza su chi fa rispettare i diritti degli oppressi e trionfare il bene, in tempi relativamente pacifici, come quelli di quando è stato scritto il romanzo, si estende a tutta la popolazione che suole, e vuole, definirsi civile ed evoluta, e non tanto per evitare che fatti simili si possano ripetere (gli inizialmente giusti ma ormai poco più che retorici “Mai più” sono stati talmente tante volte ripetuti da aver purtroppo perso quasi tutto della loro iniziale genuina forza), ma per far capire che ognuno, nel suo piccolo, conta, è importante, e da solo, o, meglio, con altri, può avere la forza di cambiare la propria vita e quella di molti suoi simili. Basta appunto crederci, combattere e non lasciarsi “fannullonescamente”(e, da studenti a politici, e talvolta persino disoccupati!, quanti fannulloni oggi giorno si trovano in ogni ambito e società...) trasportare dalla corrente.
Dunque, in sostanza, come giudicare, o anche solo definire, un libro che partendo da un falso storico, attraverso un ragionamento per assurdo, e una dichiarazione d’amore nei confronti della sua patria, riesce a raccontare lo spirito di un popolo e, forse utopisticamente, ma pur sempre in maniera pura e cristallina, a insegnarci come dovremmo, e forse potremmo, vivere? Un libro insomma che partendo dal singolare raggiunge l’universale trascendendo tempo e luogo?
Bene, a mio modesto parere (scusate è tutta la vita che sogno di dirlo!) solo in un modo: trattandolo con il riguardo con cui si trattano alcune delle più grandi opere di ogni epoca e talvolta anche gli scrittori che le hanno scritte; se Roth infatti forse è ancora troppo presto per paragonarlo ai grandi, anzi agli immensi, del passato per una fondamentale mancanza (nostra) di prospettiva storica, almeno questo suo romanzo, Il complotto contro l’America, non lo si può definire in altro modo che un’opera immortale.
Peccato che lo stile iniziale sia vagamente piatto, ma chi ha mai detto che gli immortali non abbiano difetti? Highlander insegna...

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Libri di storia, altri romanzi di Roth e dei più grandi di ogni epoca
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Il complotto contro l'America 2014-10-01 17:55:12 f.martinuz
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f.martinuz Opinione inserita da f.martinuz    01 Ottobre, 2014
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IL COMPLOTTO CONTRO L'AMERICA

Il titolo di questo bellissimo libro potrebbe trarre in inganno qualunque lettore suggerendo una trama banale e ovvia, tipica di un buon thriller o romanzo spionistico.
Il complotto c'è ma appare evidente solo nella conclusione del romanzo; esso incide inevitabilmente sulle vicende del piccolo Philip Roth e della sua famiglia ma l'autore preferisce porre l'attenzione del lettore sull'evoluzione psicologica dei vari protagonisti che appaiono sulla scena, adottando inoltre punti di vista differenti e alternando con estrema abilità una storia frammista di realtà e utopia alla vita quotidiana di Philip e dei suoi parenti.
L'ambientazione in cui gran parte della vicenda si svolge è Newark, una ridente e gioiosa cittadina del New Jersey che viene mirabilmente descritta dall'autore. Quest'ultimo, grazie alla sua infinita capacità letteraria, riesce a trasportare il lettore nel teatro dell'azione; ci si trova quindi improvvisamente immersi in un tranquillo quartiere periferico con parchetti, strade ben asfaltate, case con giardini ben tenuti, chiese e sinagoghe. Si sinagoghe perchè il quartiere è di fatto un rione ebraico popolato quasi esclusivamente da ebrei. La famiglia Roth stessa è di origine ebraica sebbene in tutti i membri sia ben saldo l'orgoglio americano, la fiducia nella nazione e nello Stato; temi questi molto ricorrenti nel libro che sono perfettamente impersonati dal padre di Philip.
Stando a quanto ho appena scritto sembrerebbe si tratti degli anni '80 o '90; invece la vicenda prende le mosse dagli anni 30' e si prolunga nei turbolenti, fumosi e violenti anni '40 in cui l'essere ebreo o il non esserlo poteva, in alcuni casi, fare la differenza tra la vita e la morte.
Ed ecco che cosi Roth ci fa turbinare tra decine di personalità e figure politiche, religiose, mediatiche. Veniamo a conoscere il leggendario Lindbergh, autore del primo volo transatlantico della storia da New York a Parigi e accanito antisemita, legato al Terzo Reich di HItler e portabandiera dei repubblicani; ci imbattiamo in FDR (Franklin Delano Roosvelt), baluardo democratico e interventista nella Seconda Guerra Mondiale, Walter Winchell, speaker radiofonico e acerrimo nemico del nazismo e dell'antisemitismo e tanti altri personaggi che animano l'universo americano di quegli anni.
Questi personaggi e gli eventi a loro legati hanno l'effetto di un violento tornado sulla famiglia Roth composta dal piccolo Philip, amante della filatelia, da Sandy, il giovane fratello che, nella sua acerbità, cade nella trappola di Lindbergh, il padre Herman, personificazione dell'orgoglio americano, la madre Bess, angelo del focolare e infine il cugino Alvin che parte volontario per la guerra ma ritornerà fisicamente e psicologicamente devastato.
L'incidente di Sandy è solo il primo passo verso la catastrofe che si abbatte sulla famiglia Roth ma anche sugli ebrei di tutta America. Lindbergh prende il potere, la democrazia inizia a vacillare, Hitler continua a mietere vittorie, lo spirito antisemita, su cui soffia il governo, si diffonde lentamente, la paura serpeggia, diplomatici tedeschi vengono accolti in pompa magna al Casa Bianca, cuore pulsante e simbolo della democrazia americana, i mass media vengono gradualmente zittiti.
Tutto ciò si riverbera sui Roth: le certezze decadono, la sicurezza va in pezzi, il padre perde il lavoro, Sandy non è più se stesso, Bess perde la sua forza; tutto crolla e la vittima di tale disfacimento è il piccolo e fragile Philip Roth la cui innocenza infantile deve far ben presto i conti con il mondo reale e Roth (l'autore) riesce a trasmettere l'evoluzione di Philip.
Il libro non possiede il ritmo incalzante dei thriller di Ken Follett ma è estremamente coinvolgente e scorrevole, le parole si susseguono come una melodiosa sinfonia che solo Philip Roth, tra tanti autori che ho letto, riesce a suonare creando periodi stilisticamente complessi ma incredibilmente ficcanti, precisi, esaustivi e comprensibili. E' questa forse la vera grandezza di questo libro: lo stile!
In conclusione questo libro si potrebbe definire come un romanzo di formazione, storico e psicologico insieme e lo consiglio vivamente a chiunque ami la lettura.

P.S: lo consiglio in edizione Einaudi in quanto fornisce dettagli sulle vite dei vari personaggi.

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