Narrativa straniera Romanzi L'incanto del lotto 49
 

L'incanto del lotto 49 L'incanto del lotto 49

L'incanto del lotto 49

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Il romanzo che ha fondato la letteratura post-moderna. A quarant'anni dalla pubblicazione, L'incanto - il più famoso dei libri di Thomas Pynchon - è di nuovo oggi un viaggio di conoscenza, un itinerario segreto nel mistero irrisolto della felicità. Oedipa Maas - una giovane casalinga californiana, laureata in letteratura inglese e moglie di un deejay radiofonico - viene nominata esecutrice testamentaria, e tutto cambia. Una cospirazione mondiale, antica di secoli, getta un'ombra sulla vita di tutti i giorni, sull'America solare e felice degli anni Sessanta, e lancia Oedipa sulla scia di un enigma impossibile. Ma nella sfrenata recita di Pynchon pulsa un cuore di tenebra, e si affacciano il senso religioso dell'attesa, l'ansia della rivelazione, il bisogno di un'umanità nuova.



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L'incanto del lotto 49 2026-03-20 11:58:32 lego-ergo-sum
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lego-ergo-sum Opinione inserita da lego-ergo-sum    20 Marzo, 2026
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Modesta guida all'incanto di Pynchon

Il plot non è complicato. Una donna viene nominata esecutrice testamentaria del suo ex amante Pierce Inverarity, defunto, o almeno così pare (con Pynchon è bene essere prudenti...). Passandone in rassegna i beni ereditari, si imbatte in un simbolo misterioso, quello di un corno da postiglione con la sordina. Non c’è incontro che faccia, passo che muova che non sia accompagnato da quella immagine. Alla fine diverrà una vera e propria ossessione. Viene così a conoscenza dell’esistenza (ipotetica) di una organizzazione segreta, il Tristero, nata in Europa e trasferitasi in America, che utilizza il WASTE (acronimo per “We Are Silent Tristero’s Empire”), una rete postale clandestina, alla quale i membri della cospirazione si affiderebbero per comunicare tra loro. Oedipa, questo è il nome della protagonista, assume così il ruolo di una investigatrice sulle tracce di un complotto. Riuscirà a svelarlo? Mi fermo qui per non spoilerare. Questo è un giallo “metafisico”, ma è pur sempre un giallo e la suspence merita rispetto.
Partiamo dal nome. Come tutti quelli assegnati da Pynchon ai suoi personaggi, è un nome “parlante”, in questo caso dal significato evidente (altre volte il rapporto tra nome e personaggio è più indecifrabile, labile, perfino capriccioso: Inverarity, Gengis Cohen, Mike Fallopian, Hilarius, solo per citarne alcuni). Novella Edipo, la donna è chiamata ad una investigazione che finisce col mettere in gioco la sua intera esistenza, a procurarle come un senso di straniamento, di impotenza, di smarrimento che crescono man mano che la storia va avanti. C’entra molto il mito americano della psicanalisi, specie freudiana.
Esiste davvero il Tristero o è la protagonista a legare tra loro elementi ed eventi casuali in una trama logica che è frutto della sua immaginazione? E se tutto fosse stato predisposto dall'ex amante per costruire alle sue spalle una clamorosa messa in scena semplicemente per metterla alla prova? Siamo al punto nodale. Paranoia o realtà? Complotto o bisogno di credere che ci sia, al di sotto di una realtà frammentaria e priva di senso, una logica, una spiegazione, un significato, come sostiene lo psicanalista di Oedipa, il dottor Hilarius, il quale le consiglia di tenersi stretta quella “fisima” e di non farsela sottrarre “dalla seduzione dei freudiani”, perché perdendola “si comincia a finire di esistere”? Ed ancora, scusandomi per questa raffica di interrogative: ammesso che esista, il Tristero è una forza negativa e malefica, o è espressione, veicolo, canale di una ribellione al sistema da parte degli emarginati, degli esclusi, di un gruppo sovversivo e rivoluzionario che opera all'interno e al di sotto del sistema?
E qui non si può non citare una delle tante “ storie nella storia” presenti nel romanzo, quella di un manipolo di soldati americani uccisi nel corso della seconda guerra mondiale dai tedeschi presso il lago di Pietà, un altro luogo immaginario, collocato tra Napoli e Roma. Le ossa di questi soldati furono acquistate da una ditta di import-export di proprietà di Inverarity per essere trasformate in carbone e rivendute. Mentre le altre digressioni narrative, ad esempio l’impresa eroica del commodoro americano Peter Pinguid, che sfidò la flotta russa in quello che può essere considerato il primo scontro tra le due superpotenze, sembrano estranee al significato complessivo dell’opera, qui si fa strada una sorta di allegoria di certo capitalismo selvaggio, con la sua inosservanza dell’etica, l’abbandono di ogni senso di umanità, il sacrificio dei valori sull'altare del profitto. Non dimentichiamo che nel suo attraversamento picaresco delle strade e dei locali di San Narciso, la città di fantasia in cui Inverarity costruì il suo impero economico, Oedipa incontra un certo Arrabal, un anarchico messicano, il cui nome in spagnolo vuol dire sobborgo, periferia, baraccopoli: un punto di vista alternativo, dal basso, che Pynchon dunque tiene ben presente nella costruzione del suo romanzo. Potrebbe essere questa posizione antagonistica la ragione fondante del Tristero, sempre che esista. In tal caso non sarà particolare di poco conto il fatto che l’acronimo WASTE precedentemente citato, in inglese significhi “rifiuti”, “spazzatura”, ad indicare un complotto organizzato principalmente da emarginati e reietti.
Una ragazza, ascoltando il racconto dei soldati americani uccisi, si ricorda che nella “Tragedia del corriere” si narra una vicenda analoga. Oedipa decide perciò di assistere a questo dramma shakespeariano (in realtà una parodia) che un certo Driblette ha messo in scena. Anche qui Oedipa trova alimento per la sua ricerca o suggestione: nella scena finale il protagonista cita proprio il Tristero. Ma quando la donna consulterà il testo da cui il regista avrebbe tratto la rappresentazione, non vi troverà cenno alcuno a questa associazione segreta. Ecco, chi legge L’incanto deve abituarsi a questo continuo apparire e dissolversi degli indizi, all'emergere di segnali cui seguono immediati depistaggi: lo stesso regista, che dialoga con Oedipa circa il copione e quella battuta conclusiva mentre fa la doccia ed emerge dal vapore con la sola testa, come un pallone galleggiante sul nulla, la invita a badare non tanto al copione e alle battute, quanto alla performance teatrale.
Domanda: a cosa vi fa pensare questa miscela narrativa di complotti e libri misteriosi, cercati, non trovati, rimandanti l’uno all'altro? La risposta non può che essere: a due topoi ricorrenti nel postmodernismo, da Pynchon a Calvino (Se una notte d'inverno un viaggiatore), a Eco (Il nome della rosa, Il pendolo di Foucault, Il cimitero di Praga), fino a Griffi e al suo Ferrovie del Messico. E si dovrebbe conseguentemente aprire un capitolo relativo al postmodernismo, di cui Pynchon può essere considerato il padre fondatore. Ve lo risparmio: per ora basti questo accenno, non voglio annoiare troppo.
Non posso però lasciarvi senza un’annotazione, questa volta stilistica. Spesso Pynchon affida a Oedipa, indirettamente, attraverso un narratore esterno focalizzato sul personaggio, o direttamente, attraverso il discorso indiretto libero, riflessioni, sensazioni, connessioni difficili da cogliere e da comprendere ad una prima lettura. Ma non è un intralcio tale da compromettere la comprensione globale del romanzo: il treno della narrazione riparte subito e riprende a correre spedito, consentendo di seguire agevolmente la trama. Se avete già letto V. dello stesso autore, questa, al confronto, è una passeggiata ed il filo del discorso non si perde mai.
Può essere utile una breve osservazione di carattere storico: il romanzo fu scritto nel 1966, tre anni dopo l’assassinio di Kennedy, un evento traumatico intorno al quale si svilupparono le più svariate tesi cospirazioniste. Questo può aiutare a capire la presenza del tema del complotto all'interno del romanzo, sia come elaborazione di un dato reale, sia come parodia dello stesso.
E d’altra parte la San Narciso del magnate ex amante di Oedipa si allarga fino a trasformarsi nell'intera America, come la stessa protagonista ad un certo punto dichiara.
L’Incanto del lotto 49 è dunque un grande romanzo sulla nazione e forse sull'intero continente, come mostrerebbe la duplice accezione del termine.
E, a proposito di polisemie, il titolo inglese è The crying of the lot 49. Si fa riferimento ad una partita di francobolli falsificati che recano impresso il simbolo del Tristero appartenuti al defunto, che stanno per essere venduti all’asta. “Crying” vuol dire, appunto, in inglese “atto del bandire un’asta “ e viene tradotto con “incanto”, che significa “asta”, ma anche incantesimo, malia, sortilegio: quello in cui Oedipa Maas è immersa e da cui spera di potersi liberare attraverso uno svelamento finale. Un gioco di parole che sarà sicuramente piaciuto a Pynchon, ma possibile solo nella nostra lingua.


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L'incanto del lotto 49 2023-02-23 16:22:01 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    23 Febbraio, 2023
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PARANOIA ED ENTROPIA

“Comunque vada, la chiamano paranoia. Loro, la chiamano così. O senza l’aiuto dell’LSD e altri alcaloidi sei inciampata per caso nella ricchezza segreta e la densità nascosta di un sogno. […] O contro di te è stato montato un complotto, talmente caro e elaborato, […] una maniera così labirintica che deve superare i limiti dello scherzo. O tutta questa congiura te la immagini, nel qual caso, Oedipa, tu sei pazza da legare.”

Pare che Howard Hawks, dopo aver girato “Il grande sonno”, avesse candidamente confessato di averci capito poco o nulla, pur essendo il regista, dell’intricatissima storia tratta dal romanzo di Raymond Chandler. Il lettore de “L’incanto del lotto 49”, di fronte alla sua trama ingarbugliata e labirintica, si trova in una situazione del tutto analoga a quella del famoso regista, in quanto Pynchon sembra divertirsi a confondergli continuamente le idee, disseminando il romanzo di false piste (si pensi al mistero delle ossa trafugate per farne filtri per sigarette, il quale sembra fondamentale nel terzo capitolo, ed invece scompare del tutto nel prosieguo del libro) e di svolte narrative azzardate e inopinabili. Allo scrittore di Glen Clove infatti non interessa affatto la coerenza diegetica, quanto piuttosto portare avanti quello che, con lo scorrere delle pagine, diventa un vero e proprio leitmotiv, ovverossia l’inconoscibilità della realtà. L’universo pynchoniano è distorto, deformato come in un trip allucinogeno, è come una versione anamorfica del mondo che noi tutti conosciamo, e il lettore si trova disorientato di fronte a questa opera survoltata e psichedelica, in maniera non dissimile da come si sente la protagonista Oedipa quando riceve la lettera che la nomina esecutrice testamentaria del defunto Pierce Inverarity, un facoltoso uomo d’affari con cui aveva avuto una relazione anni prima, e non capisce come comportarsi, da che parte iniziare a guardare la faccenda. I tanti, imprevedibili avvenimenti che Oedipa si trova a fronteggiare nel corso del pur breve romanzo rimangono incomprensibili e non riescono mai ad apportare alcuna rivelazione, alcun incremento nella conoscenza della realtà, la quale resta oscura, indecifrabile, impossibile a vedersi nella sua nudità, così come il corpo che Oedipa cela sotto numerosissimi strati di indumenti quando decide di giocare a una sorta di gara di striptease con Metzger. Al centro della trama, dopo che altri potenziali motivi di interesse (come l’eredità di Inverarity) vengono senza alcuna motivazione accantonati da Pynchon, c’è l’enigma del Tristero, una sorta di presunta cospirazione, che attraversa secoli e continenti (dai tempi dei Thurn und Taxis in Europa fino ai più moderni Pony Express e Wells Fargo dall’altra parte dell’Oceano), legata a un servizio postale segreto, dissidente e alternativo rispetto a quello statale. Non è un caso che abbia citato in apertura “Il grande sonno”, perché Oedipa, come un detective privato, si mette a inseguire le labili tracce del complotto (alcuni strani versi in una commedia teatrale elisabettiana, il simbolo di un corno da caccia con la sordina disegnato in un bagno pubblico, un francobollo falsificato), fino a farsi completamente coinvolgere dalla cosa e dedicarle tutto il suo tempo e le sue energie. Oedipa, con il suo bizzarro ed emblematico nome, sembra essere la versione femminile del personaggio di Sofocle, ma mentre Edipo, messo di fronte all’enigma della Sfinge, riusciva brillantemente a risolverlo, la nostra protagonista fallisce clamorosamente la sua impresa. Le rivelazioni e gli indizi che si accumulano sempre più numerosi, infatti, anziché consentire di risolvere il mistero, lo infittiscono sempre di più. Non importa quante intuizioni Oedipa possa avere, quante epifanie le si possano manifestare, vi saranno sempre ulteriori strati, ulteriori livelli a coprire la verità ultima, e ogni mistero risolto aprirà solo altri sotto-misteri inesplicabili, in una frustrante catena di ermeneutica impossibilità. “L’incanto del lotto 49” diventa così una sottile satira dei romanzi gialli: mentre in questi ultimi gli indizi concorrono a svelare progressivamente il busillis, a sciogliere l’arcano, fino a un finale più o meno catartico, ne “L’incanto” ogni successivo indizio non fa che ispessire il mistero, anziché avvicinare la soluzione riporta solo al punto di partenza (come nel capitolo in cui, dopo una lunga serie di incontri rivelatori, premonizioni, congetture e pedinamenti, Oedipa si ritrova, in una sorta di loop temporale, davanti alla casa di Nefastis da cui si era accomiatata il giorno prima, come se le ultime ventiquattro ore vissute non fossero state davvero realtà, ma un’allucinazione frutto di una immaginazione psicotica). Con beffarda e preveggente lucidità Pynchon è così in grado di portare alla luce quelli che saranno, nei decenni a venire, i problemi legati agli strumenti di una comunicazione sempre più onnipresente e pervasiva, soprattutto nell’attuale era di Internet, Google e Wikipedia: ossia che a maggiori informazioni non corrisponde affatto una maggiore conoscenza.
Il mondo di Pynchon appare disgregato, frammentato, completamente in balia dell’entropia. Ad un certo punto del romanzo Oedipa si trova di fronte a una bizzarra invenzione, la macchina Nefastis, la quale permette, tramite una minuscola intelligenza nota come il “diavoletto di Maxwell”, di produrre energia dal nulla, violando così la seconda legge della termodinamica. L’invenzione si propone di mettere ordine, separando le molecole fredde da quelle calde, nel caos della realtà, ma ha bisogno, per funzionare, di un “sensitivo” capace di collegarsi telepaticamente al diavoletto. Oedipa si sottopone volontariamente a un test in grado di rivelare se lei possa essere una tale sensitiva, ma fallisce miseramente. Tale fallimento però può essere interpretato in due modi: o Oedipa non è una sensitiva o, più probabilmente, è la macchina stessa a essere niente di più che una ciarlataneria. Tutto il libro risponde in fondo proprio a questo dilemma: è Oedipa incapace di risolvere il mistero Tristero, oppure, più semplicemente, il mistero Tristero non esiste? In questa domanda si cela l’essenza stessa del romanzo e, più in generale, dell’intera letteratura postmoderna. L’eroina de “L’incanto” infatti, così come tutti gli altri anti-eroi di Pynchon, si sforza faticosamente di interpretare e dare un senso a un universo sconnesso e caotico (ad un certo punto si dice significativamente che Oedipa “voleva creare costellazioni”), senza capire, o capendolo troppo tardi, che un senso ormai non esiste più. L’entropia fatalmente prevale, come la vegetazione di una foresta vergine che invade e si impossessa delle rovine abbandonate di una civiltà estinta da tempo. Posto di fronte a questo infausto destino, l’individuo inevitabilmente si sfalda, si disintegra e diventa preda della paranoia. La paranoia circola un po’ dappertutto nelle pagine de “L’incanto”. Manny Di Presso si lamenta “Sempre qualcuno che ascolta, che spia; ti nascondono i microfoni in camera, ti intercettano le telefonate…”; il dottor Hilarius impazzisce e crede che emissari del governo israeliano vogliano ucciderlo a causa del suo passato nazista; il complesso di Miles e dei suoi amici si chiama addirittura “I paranoici”. Tutto ciò suggella in chiave parossistica e grottesca quella che, negli anni ’50 e ’60, era l’atmosfera tossica che si respirava in America, con la guerra fredda, la caccia alle streghe del senatore McCarthy e l’assassinio del presidente Kennedy. Anche Oedipa si trova a riconoscere “la logica con cui tutto si articolava perfettamente, quasi che (…) le rivelazioni si susseguissero a catena”, e si fa catturare dalla psicosi del complotto: le piste da lei seguite si intrecciano, gli indizi si ammassano esponenzialmente e ogni cosa sembra rimandare sempre e comunque (come tutti i corni da postiglione con la sordina che vede dappertutto, sotto forma di tatuaggi, spille, polsini da camicia o scarabocchi) al Tristero. Alla fine del romanzo Oedipa arriva persino a pensare di essere vittima di un gigantesco scherzo da parte di Inverarity, temendo che questi, lungi dall’essere morto, abbia assoldato attori, spiato i suoi movimenti, falsificato libri e documenti, per farle credere nell’esistenza di una cospirazione su vasta scala e prendersi in tal modo gioco di lei. Il finale de “L’incanto del lotto 49” è non a caso un finale aperto: c’è un uomo misterioso interessato all’acquisto della collezione di francobolli di Inverarity, ma non sapremo mai di chi si tratta perché il romanzo si interrompe prima, lasciando il lettore nell’amletico dubbio se Oedipa risolverà finalmente il rompicapo o, più probabilmente, si troverà di fronte a un enigma ancora più grande. In un romanzo stravagante e satirico, caratterizzato dalle consuete canzoncine pynchoniane, da imprevedibili giochi di parole e bizzarrie linguistiche (ad esempio, il nome della radio presso cui lavora Mucho, KCUF, assume, letto al contrario, un significato comicamente scurrile), dalla implausibile stramberia dei nomi dei suoi personaggi (il filatelico Genghis Cohen, lo psichiatra Hilarius, lo scienziato John Nefastis, il regista Randy Driblette), da curiose autocitazioni (il fantomatico concerto di Vivaldi per kazoo, ossessivamente cercato in “V.” dal musicologo Petard e che qui viene suonato del “Fort Wayne Settecento Ensemble”), da anacronistici episodi pseudo-storici (come quello della Guerra Civile americana in cui lo zar di Russia interviene a favore dell’Unione per sventare un attacco via mare a San Francisco da parte dei confederati, oppure quello che coinvolge la setta degli scurvamiti sotto il regno di Carlo I) e dalla feroce presa in giro delle sottoculture americane dell’epoca (dalla droga alla musica rock, dalla liberazione sessuale alle associazioni di sostegno contro le dipendenze più svariate), in un romanzo di questo tipo – dicevo – il tono del finale è paradossalmente di un pessimismo atroce. Al termine della storia infatti una Oedipa sconfortata e disillusa è costretta a riconoscere la propria sconfitta, timorosa persino di veder apparire suo malgrado davanti agli occhi nuove piste e inedite rivelazioni che possano ulteriormente disorientarla e ingolfarla. Il mistero del Tristero, irrisolto e irrisolvibile, la abbandona, come la risacca del mare con il relitto di un’imbarcazione naufragata, a una solitudine desolata e dolorosa, senza più nessuno dei suoi punti di riferimento (il marito Mucho rovinato dall’LSD, il dottor Hilarius impazzito, il regista teatrale Driblette morto suicida, l’amante Metzger scappato con una quindicenne lasciva) e con la propria vita completamente distrutta e senza scopo, in un cul-de-sac da cui, inesorabilmente, non è ormai più possibile riuscire a liberarsi per sperare di tornare alla tranquillità della routine iniziale.

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L'incanto del lotto 49 2014-06-09 13:42:35 Giovannino
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Giovannino Opinione inserita da Giovannino    09 Giugno, 2014
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Il padre del postmodernismo.

Avete presente il concetto di brain-storming? Ecco più o meno è quello che si prova leggendo questo breve romanzo. Pur apprezzando molto il postmodernismo non avevo mai letto Pynchon e così ho deciso di iniziare dal suo romanzo più famoso, "L'incanto del lotto 49" appunto. Il libro racconta una storia molto semplice a prima vista: una giovane donna riceve una lettera da parte di un avvocato nel quale viene avvertita che un suo ex è deceduto e che le ha lasciato una parte di eredità. Logicamente però, come ben saprete se avete mai letto un romanzo postmoderno, questa trama principale è solo la punta dell'iceberg. Infatti la nostra Oedipa (anche il nome non è casuale...) cercando informazione su questa eredità verrà a scoprire di un'organizzazione lobbistica chiamata Tristero che gestisce un "metodo alternativo" (leggi "segreto") di posta parallela a quella nazionale, la cui istituzione ha origini antichissime. Nel corso del romanzo inoltre compariranno diversi personaggi dai "nomen omen" (uno su tutti, Gervis Khan...) e molte saranno le situazione ambigue, spesso ai limiti del grottesco, che ci porteranno verso una fine-non fine tipica del romanzo postmoderno. La scrittura è complessa, resa ancora più difficile dalla traduzione piena di refusi e spesso non corretta, la trama è solo apparentemente semplice, in realtà è un libro che si presta a mille interpretazioni diverse e non è di facile comprensione, e sono solo 174 pagine... Non è il postmodernismo di De Lillo, quello è più lineare, ha un inizio e una fine, non è il postmodernismo di Palahniuk, che segue sempre un solito percorso, è più quello di Foster Wallace, quasi un realismo isterico, in cui spesso ci si allontana moltissimo dalla trama principale, quasi a perdere contatto con essa, e ci si avventura in digressioni secondarie completamente estranee alla faccenda (o almeno apparentemente). Se avete letto "Oblio" di Foster Wallace avrete subito capito a cosa mi riferisco, d'altronde quest'ultimo ha ammesso diverse volte di essere stato influenzato da Pynchon. In conclusione, se vi piace il postmodernismo leggetelo ma sappiate che non è un romanzo tanto agevole, un solo consiglio: non fermatevi a pensare a ogni digressione su quale sia o non sia il significato, perché non è detto che ci sia, il postmodernismo spesso è un esercizio di stile, l'autore ci mette dentro molto della sua conoscenza su ogni campo, anche cose eccessivamente specifiche, che a volte servono, a volte appesantiscono la storia. Il postmodernismo, a mio modo di vedere, si può riassumere con la frase "La bellezza è negli occhi di chi guarda", ogni lettore può dare ai vari passaggi un suo significato, più o meno giusto, o magari non dargliene alcuno, e credo che sia proprio qui, nell'interpretazione, il bello del postmodernismo. Pynchon nè è il padre, se vi piace o vi incuriosisce lo stile in questione, leggetelo.

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L'incanto del lotto 49 2014-01-30 10:12:35 Todaoda
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Todaoda Opinione inserita da Todaoda    30 Gennaio, 2014
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Astrattismo letterario

Qual'è quella cosa su cui si regge la società antica e quella moderna, quell'unica imprescindibile prerogativa e insieme caratteristica di ogni assemblea di uomini, voglia essa chiamarsi stato, nazione o società? L'economia, la politica, la legge? No di certo, o meglio sì, in parte, ovvio!, ma tutte loro non sono tuttavia così unicamente essenziali come un'altra (e la recente storia pare anche confermarcelo): la comunicazione, il sistema di trasmissione diretto e indiretto delle informazioni. Se viene a mancare questo, vengono a mancare i rapporti tra nazioni, citta, paesi e infine uomini e non c'è più economia, politica o legge che regga. E quale migliore metodo dunque per rivoluzionare un mondo se non quello di tagliare le vie di comunicazione originali e soppiantarle con delle altre gestite e controllate dai rivoluzionari? Quale modo migliore per conquistare e mantenere il potere se non quello di controllare le informazioni? (Vedasi per esempio i regimi mono o pluri dittatoriali che ancora oggi negano al loro popolo l'accesso ai social network, o la Cina che ha introdotto un motore di ricerca "personale" per far concorrenza a Google e probabilmente filtrare certe notizie) Quale metodo migliore dunque? È presto detto: nessuno.
Ma se il sistema originale è troppo potente, troppo instaurato e affermato sul territorio da essere soppiantato così in quattro e quattr' otto, tutto ciò che possono fare i "sovversivi", gli ideatori del nuovo sistema, è quello di limitarsi ad una guerriglia, ad una guerra fredda fatta di sotterfugi, silenziosi attentati, reclutamenti segreti, e voci contradditorie seminate tra la gente, certa gente, per creare confusione o talvolta, come nel caso della "nostro" romanzo, curiosità e rabbia. E se poi qualche estraneo, qualche innocente, come nel caso della "nostra" protagonista, cade erroneamente in questa sotterranea rete eversiva, be tanto meglio: o una nuova adepta o un nuovo esempio del potere dei rivoluzionari per tutti i nemici, per tutti gli assuefatti al naturale, normale, stato delle cose, o ancora meglio, attraverso la sopraccitata metodica trasformazione dell' informazione, un nuovo martire imolato alla giusta causa, sacrificato da un sistema, quello originale, corrotto, per tentare di mettere a tacere un movimento che in questo modo non è piú soltanto la voce fuori dal coro di un manipolo di pazzi reazionari, ma la voce del popolo, l'unica e autentica voce della verità.
Non c'è come palesare una cosa per renderla dubbia, non c'è come sussurrarla per renderla autentica.
Questo è Il significato, a grandi linee, della storia a cui gira attorno L' Incanto del lotto 49; a grandi linee, poichè di per se stessa la vicenda non è per nulla chiara e lascia molti punti, o argomenti all'oscuro, tipo: perchè tirare in mezzo proprio quella donna, la protagonista? Oppure sarà stata veramente tirata in mezzo o è lei che ci si è infilata, intromessa, occupandosi di cose che non la riguardavano? E poi in fin dei conti cosa vogliono veramente questi reazionari, ammesso che esistano..., questi accaniti e quanto mai concorrenziali rivoluzionari? D'accordo vogliono rivoluzionare... ma perchè, cosa vogliono ottenere? Di cosa esattamente si lamentano? E anche ammesso che sia lecito il loro motivo, sempre che esista..., non c'era un metodo più efficace che tirare in mezzo un opera teatrale di qualche decennio prima, dei francobolli e un benedetto corno da postiglione?!
Certo è tutto figurato, è tutto un meccanismo propedeutico alla narrazione, uno stratagemma per dare il ritmo alla trama grazie ad un sarcasmo di riflesso, da teatrino dell'assurdo, come se noi, lettori, spettatori e membri della società, all'apertura del sipario ci trovassimo di fronte ad un grande specchio che non fa altro che rifletterci, storpiandoci, evidenziando i nostri difetti e la nostra illogicità e, noi, marionette nelle marionette ridessimo di gusto capendo e non capendo. (Viene spontaneo qui il paragone con uno dei primi film del cineasta che crea l'Infinite Jest del romanzo di David Foster Wallace, quello che consiste nella ripresa e riproposizione in tempo reale del pubblico in sala e questo prima si stranisce, poi illogicamente ride ed infine s'arrabbia e se ne va.)
Vero dunque, come in Infinite Jest anche ne L' Incanto del lotto 49 è tutto allegorico, ma proprio come in quello se l'allegoria è illimita e costante si rischia realmente di perdere il significato di fondo, e con esso il senso della realtà. E qui del resto certo non si lesina sull'irrealtà: l' autore apposta crea una vicenda fumosa e caotica, dove ogni propsettiva viene costantemente rivoluzionata attraverso contradditori giochi di specchi e di parole che rimandano alle incertezze della protagonista e del mondo che pare, solo pare, aprirsi di fronte ai suoi occhi; e più che raccontare la storia ce la dipinge (a tratti da vero maestro) con scorci disordinati di vissuto su un annuvolato sfondo esistenzialista e minimalista, davanti al quale noi non possiamo far altro che rimanere ad osservare beandoci dei colori e delle forme, senza tuttavia riuscire a comprendere il significato delle immagini.
Sorge dunque spontanea una domanda: in soldoni, "L' Incanto" è un bel libro oppure no? E Pynchon scrive bene oppure no?
È impossibile rispondere poichè come ogni opera d'arte che tocca profondamente chi l'osserva il giudizio non puó mai essere assoluto ma solo personale e ogni lode è lecita e giustificata quanto ogni critica. Ma se il giudizio sulla singola opera e sulla piacevolezza dello stile di Pynchon è soggettivo, una cosa oggettiva rimane, e certamente gli va riconosciuta: l'autore nel bene e nel male ha sconvolto e rivoluzionato la recente letteratura più di ogni altro suo collega e ha creato un movimento a se stante che, come per certa arte moderna che si discosta dai normali canoni di perfezione di quella classica, si pone come altro estremo della visione e comprensione umani. Pynchon ha creato la letteratura astratta, dove i soggetti narrati non sono più chiari, le vicende non più lineari, ma solo l'idea di base che si ha di esse, l'idea che viene esposta dall'autore dopo essere stata masticata, digerita e metabolizzata dalla sua fervida mente.
E come ogni movimento anche questo ha i suoi adepti, vedasi per esempio, come si diceva prima David Foster Wallace che, pur essendo la sua bibliografia ahinoi troppo scarna per poter essere portato ad esempio, a tratti pare proprio un Pynchon mondato e ripulito dall'eccessiva caoticità, o il "recentissimo" Tom McCharty col suo C (il cui titolo sembra un talmente ovvio omaggio al V del Nostro da rasentare l' inverosimile), o i critici letterari come Bloom (che consiglia addirittura di leggere L' Incanto due volte). Sì, ha i suoi adepti, ma anche suoi detrattori, coloro che criticano l'eccessività del suo stile, coloro che vorrebbero ma proprio non ce la fanno ad apprezzarlo, come per esempio il sottoscritto (lo so come esempio lascio un po' a desiderare) coloro che, pur riconoscendo l'immensa creatività e l'audacia dell'autore, non reggono allo sforzo di tirare le somme ad una vicenda che tende all'autocompiaciuta incomprensibilità in meno di 150 pagine.
Per concludere, è vero: sì legge, si evidenzia, la grandezza di Pynchon tra le righe, tra le parole e soprattutto, a mio parere, nella perfetta caratterizzazione delle atmosfere, ma i meccanismi attraverso cui si giunge a queste vette letterarie rimangono incomprenibili, così come volutamente incomprensibile è il filo logico che sottende alle sue vicende.
Genio e sregolatezza, si dice per descrivere certi grandi dell'arte e questo è anche il caso di Pynchon, ma al pari dei più grandi artisti dell'astrattismo figurato, checchè ne dicano i veri critici e i presunti esperti che si adeguano al coro delle loro risonanti voci, affrontando "un Pynchon" viene sempre umilmente da chiedersi dove veramente finisca il genio e dove comici la più totale, dissoluta, e involontaria sregolatezza.

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Lettura consigliata
Consigliato a chi ha letto...
Altre sue opere, i grandi della letteratura contemporanea e chi ha una propensione per il masochismo....
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