Narrativa straniera Romanzi L'uomo di Kiev
 

L'uomo di Kiev L'uomo di Kiev

L'uomo di Kiev

Letteratura straniera

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Yakov Bok, uomo mite e un pò debole, abbandonato dalla moglie e senza lavoro, cerca la fortuna in città, a Kiev. Una sera gli capita di salvare dalla morte un piccolo industriale ubriaco che, riconoscente, gli affida un posto di sorvegliante nella sua fabbrica. Questo lavoro attira a Yacov molte antipatie e, quando un giorno viene scoperto il cadavere dissanguato di un bambino, viene accusato di averlo ucciso per compiere un sacrificio rituale. L'odio razziale ha trovato il suo capro espiatorio. Mentre giudici e poliziotti forzano o inventano indizi, il 'caso Bok' diventa un pretesto di speculazione politica. Ma sarà proprio negli spietati meccanismi della persecuzione che Yacov troverà se stesso.



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L'uomo di Kiev 2017-12-21 15:35:57 Renzo Montagnoli
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Renzo Montagnoli Opinione inserita da Renzo Montagnoli    21 Dicembre, 2017
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L’assurdità del pregiudizio

Fra i difetti degli esseri umani vi è anche il pregiudizio, cioè quel voler etichettare negativamente un altro gruppo di individui sulla base esclusiva dell’appartenenza al gruppo stesso. In proposito, ne sanno qualcosa gli ebrei che nei secoli sono stati quasi sempre discriminati e talvolta massacrati per il solo fatto di essere ebrei. Anche Yakov Bok, il protagonista di L’uomo di Kiev, è un ebreo, un uomo tranquillo, un po’ succube, e che, abbandonato dalla moglie, riesce a trovare lavoro come sorvegliante in una fabbrica di un industriale che lui ha salvato da sicura morte. Nel suo nuovo ruolo viene a inserirsi in uno specifico contesto e ambiente, così che provoca invidia, accentuata dal suo stato di ebreo. Ma ciò sarebbe sopportabile, perché da centinaia di anni gli ebrei, pur non essendo diversi dagli altri, sono emarginati, se non accadesse uno di quegli eventi capaci di scuotere e infiammare l’opinione pubblica: vicino alla fabbrica viene ritrovato il cadavere dissanguato di un bambino. Da lì ad associare il delitto a un presunto, e mai dimostrato, sacrificio rituale proprio degli ebrei il passo è breve e quale migliore rappresentante degli ebrei si può trovare se non il sorvegliante Yakov Bok, così invidiato e anche temuto dagli operai? Nella Russia zarista del 1911 il colpevole non può essere che lui, perché è il capro espiatorio ideale, l’essere capace di far emergere le pulsioni più sfrenate e inclementi dell’animo umano. Inizia così una vicenda kafkiana, perché da una parte c’è un magistrato, ammiratore di Spinoza come Bok e perciò improntato al senso della ragione che cerca di contrastare un’accusa impietosa, attirata da un possibile sviluppo di carriera e sostenuta dalla voce stridula del popolo, e dall’altra c’è lui, l’imputato, l’ebreo segnato a dito, colpevole in effetti di aver lasciato il ghetto per immergersi nel mondo dei “gentili”. Ci sarebbe da impazzire, e in effetti poco ci manca, in quella discesa nell’inferno, ma è proprio in questa occasione che Yakov si riscopre ebreo, e trova conforto nella recita dei salmi, ma, soprattutto, nella lettura dei Vangeli, laddove comprende che la sua posizione è come quella del Cristo in croce abbandonato dal suo Dio. Questa consapevolezza di essere l’ultimo degli uomini, senza l’appiglio di una divinità soccorrente, anziché abbatterlo, gli impone la ricerca di nuovo di Dio e questo gli permette di sopravvivere a anni di dura detenzione, di isolamento, di sofferenze fisiche e psichiche, fino a quando, venuta meno quella pressione politica che lo spingeva a confessare un delitto non commesso, viene posto in libertà. Da questa esperienza Yakov Bok uscirà senza danni, oppure no? L’autore volutamente non si pronuncia, lasciando al lettore la decisione; per parte mia credo che quella ricerca di Dio che l’ha salvato, che ha rappresentato un lumicino di speranza, non potrà che essere benefica, perché l’uomo che aveva creduto e auspicato di essere accolto nel mondo degli altri, ha ritrovato se stesso, non in quanto ebreo, ma come essere pensante e dotato di coscienza, il presupposto indispensabile per sentirsi parte non minoritaria del genere umano.
L’uomo di Kiev, premiato fra l’altro con il Pulitzer, è senz’altro un libro da leggere.

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L'uomo di Kiev 2017-06-22 10:46:09 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    22 Giugno, 2017
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“Nessun ebreo è innocente in uno stato corrotto”

Di recente ho letto una raccolta dei racconti di Malamud, e ne ricordo solo uno.
Ho voluto riprovarci con il celebre pluripremiato romanzo, letto in inglese vista la possibilità di scaricarlo gratis, e sono giunta alla conclusione che la sua prosa non è nelle mie corde, complice forse anche la fatica di affrontarlo in lingua originale.
Basato su una storia realmente accaduta (raccontata in un altro libro meno noto) il romanzo è abbastanza interessante e ben scritto fino a metà percorso.
Notevole, per esempio, l'immagine del protagonista a cavallo di un ronzino, in cerca di una vita migliore col suo sacco degli attrezzi in spalla, il simbolo della sua dignità di uomo.
Ripara ogni genere di cose, Yakov Bok, ha voglia di conoscere il mondo e legge Spinoza, “...ma in tutta la mia vita ho più distrutto che aggiustato”.
Raggiunto l'acme del dramma, vale a dire l'accusa di omicidio, la narrazione si appesantisce: personaggi stereotipati, concetti ripetuti fino allo sfinimento, qualche esagerazione (ho dato un'occhiata alla storia vera).
Il libro ha certamente il merito di aver messo in luce le ingiustizie e i soprusi subiti dagli ebrei durante il periodo zarista in Russia, l'odio antisemita che arrivava fino ai piani alti di una società malsana (“Nessun ebreo è innocente in uno stato corrotto”), e non mancano pagine toccanti, ma sono arrivata sbuffando alle ultime, caratterizzate tra l'altro da tutta una tirata sulle colpe e le negligenze dello Zar Nicola II sotto forma di dialogo immaginario.
Insomma, nessun argomento, per quanto di grande interesse, tiene desta l'attenzione se tirato troppo per le lunghe, e sulla tragedia del popolo ebraico e le origini dell'antisemitismo si può leggere a mio avviso di meglio.

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L'uomo di Kiev 2016-01-24 21:17:09 siti
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siti Opinione inserita da siti    24 Gennaio, 2016
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Nevica Storia

La lettura di questo romanzo origina una constatazione immediata :l’antisemitismo ha radici profonde capaci di alimentare conflitti e opposizioni di varia natura. I libri di storia raccontano l’espulsione degli ebrei dalla Spagna o il caso dell’ebreo Dreyfus, celebre anche per il "J’accuse" di Zola, ma gli episodi ai danni del singolo o del gruppo furono i più vari e come è risaputo toccarono trasversalmente l’Europa e le sue diverse epoche storiche acuendosi notevolmente con le conquiste liberali scaturite dalla Rivoluzione francese e giungendo al loro culmine con la Shoah.

Malamud, ispirandosi al caso di Mendel Beilis ,ebreo ucraino ingiustamente accusato dell’omicidio di un bambino cristiano nella Russia zarista, partorisce il personaggio di Yacov Bok che acquista subito una chiara identità . Entra in scena in un momento storico poco opportuno, le Centurie Nere in Russia hanno appena arretrato di alcuni passi rispetto alla svolta liberale che le concessioni zariste hanno ventilato. La Duma discute inoltre l’abolizione della “Zona di residenza “ degli ebrei quando un bambino cristiano viene ritrovato cadavere. Non c’è dubbio: è un omicidio rituale compiuto con lo scopo di avere cinque litri di sangue cristiano per impastare il pane . Tutti gli indizi vengono fatti ricadere sull’ebreo Yacov Bok che, abbandonato il suo shtelt , è giunto da poco a Kiev dove è riuscito a entrare nelle grazie di un ricco cristiano che si ritrova per caso in debito con lui. La sorte fa allora girare il povero ebreo come una trottola e la spirale lo risucchia nel vortice nero dell’antigiudaismo: capro espiatorio perfetto sul quale si dirottano tensioni politiche e civili all’alba della Rivoluzione di febbraio.

La Storia permette a Malamud di creare un romanzo dalla portata eccezionale. La rappresentazione della vicenda vive dell’impeccabile stile dell’autore riconoscibile per il suo sguardo emotivamente distaccato, neutrale, per il susseguirsi di pagine mai pesanti in un volume corposo che fa nascere nel lettore un sentimento di ammirazione profonda. Tante parole, pochi accadimenti, una buona sezione dedicata a tre anni di prigionia. Quali elementi allora riescono a vivacizzare quella che avrebbe potuto correre il rischio di essere solo una cronistoria agghiacciante di una prigionia? Un’ambientazione russa impeccabile, un personaggio unico proprio per la capacità dell’autore di evitare qualsiasi empatia immediata, troppo scontata in narrazioni siffatte, un personaggio infine funzionale all’interesse dell’artista per questioni etiche e religiose. Il rozzo tuttofare di cui si parla subisce le conseguenze indirette di un suo atto di volontà, egli lasciato il villaggio dopo il fallimento del suo matrimonio, finisce in prigione, soffre e medita: “ Una volta che te ne vai, sei all’aperto: piove e nevica. Nevica storia, vale a dire che quello che succede a un individuo inizia dentro una rete di eventi che esulano dal personale. Naturalmente, inizia prima che arrivi l’interessato. Tutti siamo nella storia, questo è sicuro, ma alcuni più di altri. Gli ebrei, più di alcuni. Se nevica, non sono tutti fuori a bagnarsi”.
È inoltre ateo, paga in nome di una religione in cui non crede, lui che conosce l’opera di Spinoza e ne abbraccia il pensiero, lui “libero pensatore” i cui pensieri migliori si originano proprio durante l’esperienza carceraria. La sua catarsi sarà positiva ma, come quella di molti personaggi malamudiani , aperta per cui il lettore è lasciato ancora una volta a proiettare la vicenda nelle sue possibili ramificazioni dopo aver assistito agli ultimi vaneggiamenti di un uomo che alla fine vagheggia solo la libertà.

Ho letto l’edizione Minimumfax che riporta questo romanzo in Italia dopo una lunga assenza, lo consiglio anche solo per l’introduzione di Piperno, ottima.

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L'uomo di Kiev 2013-06-15 12:33:25 Mario Inisi
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Mario Inisi Opinione inserita da Mario Inisi    15 Giugno, 2013
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Pogrom. Peggio della vita di Spinoza

"Se vendessi lanterne sarebbe sempre giorno"
Bello, bello, bellissimo questo romanzo di Malamud. Il migliore dei suoi romanzi!
Questo maestro ha un modo di scrivere ipnotico. Dalla prima parola incatena l'attenzione del lettore al personaggio, lo si inizia a vedere con gli occhi della mente e non lo si lascia più fino all'ultima riga.
Ha uno stile unico, essenziale ma evocativo in certe descrizioni, spesso accompagnato da quel filo d'ironia come se il personaggio sorridesse di se stesso e vedesse il mondo con quel divertito distacco che rende la lettura interessante e piacevole. Interessantissimo il rapporto dell'ebreo ateo con il suo Dio. Un Dio che non ha avuto pietà, scoprirà in carcere, nemmeno per il Figlio. In un certo senso, in modo più leggero e accennato ricorda un po' l'ironia in Caino di Saramago.
L'unico difetto che si potrebbe trovare in questo romanzo è l'esagerazione di quanto capita al protagonista Yakov. Se la storia non fosse vera, potrebbe essere un difetto, ma essendo assolutamente vera il personaggio risulta ancora più umano, la sua vicenda coinvolge sempre di più.
Un uomo viene accusato ingiustamente di un delitto efferato, di cui è palesemente innocente, tenuto in prigione per motivi di odio razziale (probabilmente per scatenare un pogrom contro gli ebrei) e torturato per tre anni prima del processo. Tuttavia in una situazione in cui lo zar stesso lo vorrebbe condannato resta un briciolo di speranza e la voglia di non tradire il suo popolo cui non è legato dalla religione. La tortura, l'ingiustizia, la capacità di sopportare senza tradire lo rendono un grande uomo che incute timore ai suoi persecutori.
"La libertà esiste nelle crepe dello stato. Persino in Russia si può trovare un po' di giustizia. Viviamo in uno strano mondo."
"Quando saremo in giudizio qualche testimone mentirà perchè ha paura, qualcun altro perchè è bugiardo.Ed è molto probabile che il ministro della giustizia scelga un giudice favorevole all'accusa. Se ottiene un verdetto di colpa fa carriera. Per giunta sospettiamo che gli intellettuali e i liberali verranno soppressi nella lista dei giurati e non possiamo farci niente. Con gli altri dovremo battagliare. "
(Non fa pensare alle nostre vicende? Ai nostri Falcone e Borsellino?)
"Vi biasimo per tutto quello che non sapete e quello che non avete imparato maestà (Yakov parla nella sua fantasia allo zar NicolaII).
Il vostro povero bambino è emofiliaco, gli manca qualcosa nel sangue. A voi, nonostante certi slanci sentimentali, manca qualcos'altro: quella penetrazione, diciamo, che fa nascere in un uomo la misericordia, il rispetto per i più infelici. Dite che siete gentile e lo dimostrate con i pogrom.
Bellissimo il finale del romanzo, forse surreale ma l'unico che poteva concludere una storia simile. Tanto di cappello a uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi.

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Caino, Primo Levi, Malamud
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