Narrativa straniera Romanzi La confraternita dell'uva
 

La confraternita dell'uva La confraternita dell'uva

La confraternita dell'uva

Letteratura straniera

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Al centro si erge massiccia, granitica, ingombrante la figura del padre, il vecchio tirannico e orgoglioso primo scalpellino d'America - così almeno lui crede di essere. Fante scrive in questo romanzo la più dissacrante e commovente elegia alla figura paterna: l'immigrato di prima generazione Nick Molise nel quale, come nella ciurma dei suoi indimenticabili compagnoni paesani, Fante ha saputo racchiudere il ritratto più perspicuo della prima generazione italoamericana, quel mondo di uomini di incontenibile e testarda virilità, guardati con inorridita inquietudine dai sangue blu americani persuasi "che gli italiani fossero creature di sangue africano, che tutti gli italiani girassero col coltello, e che la nazione si trovasse ormai nelle grinfie della mafia".



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La confraternita dell'uva 2019-04-04 13:30:27 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    04 Aprile, 2019
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Nick Molise & Co.

«L’asma era fatale? Poteva esserlo. E così sia. Dostoevskij era epilettico, io avevo l’asma. Per poter scrivere bene, un uomo deve avere una indisposizione fatale. Era l’unico modo per avere a che fare con la presenza della morte» p. 82

Classe 1977 “La confraternita dell’uva” (in originale “The Brotherhood of the Grape” e in Italia edito da Einaudi come “La confraternita del Chianti”) è un romanzo che si concentra sulla famiglia Molise e più precisamente attorno alla figura del patriarca Nick Molise; “un montanaro venuto dall’Abruzzo, un nasone dalle mani grosse, basso (uno e sessanta), largo come una porta, nato in una parte d’Italia in cui la miseria era spettatore quanto i ghiacciai circostanti e dove qualunque bambino che fosse riuscito a sopravvivere per i primi cinque anni ne avrebbe campati ottantacinque”, pessimo giocatore costantemente “in debito”, muratore con l’aspirazione che i figli seguissero le sue impronte, rude, rozzo, dai mille sogni irrealizzati, con una difficile e ultima comprensione dei propri limiti, dall’indole riottosa, con una moglie che tante ne aveva dovute sopportare (e ne sopportava) e che alla fine era quel che era perché quello gli era stato insegnato.
Voce narrante dell’opera non è altro che il figlio Henry Molise, un cinquantenne sposato e con due ragazzi che, una volta scoperti i libri, è riuscito a fare delle parole scritte il proprio lavoro. Di fatto, Henry non è altro che l’alter ego di John Fante che, tramite la voce di questi eclettici personaggi, non fa altro che tratteggiare le sorti e le vicissitudini, impietose, della sua famiglia.
Ad affiancare e scortare la figura di Nick vi sono i confratelli (Joe Zarlingo, il macchinista delle ferrovie in pensione, Lou Cavallaro, il frenatore a sua volta in pensione, Bosco Antrilli, ex capo dell’ufficio telegrafi), un gruppo di irascibili individui di origine italo-americana che sono soliti ritrovarsi al Caffè Roma e che sono accomunati da un mix di disillusioni, dall’alcol e dal gioco.
Ragguardato dai fratelli di un serio litigio con tanto di minaccia di divorzio da parte della madre tra i genitori, Henry decide di tornare a San Elmo per ritrovarsi invischiato in una spedizione tra le strade del Colorado (trasposizione del Chianti) per costruire quell’affumicatoio sinonimo di sfida ultima agli occhi del capofamiglia.
Ed è questo punto che l’intero romanzo cambia e muta forma. Perché se nella prima parte inquadriamo la famiglia, conosciamo i vari personaggi, assaporiamo delle loro storie di vita e del come e del perché sono arrivati ad essere quel che ad oggi sono, dell’importanza del lavoro e della realizzazione per la propria personale collocazione nel mondo e nella razza umana, nella seconda l’attenzione si focalizza su quell’esperienza all’apparenza fallimentare ma che di fatto si tramuta in una vera e propria interrogazione sulle proprie origini e sulle proprie radici sino all’inevitabile epilogo e ai dubbi che ne conseguono. Perché in quegli ultimi sforzi che conducono ad una sicura morte, perché in quel cambio generazionale certo e inarrestabile si cela l’essenza dei rapporti umani, dell’essere, del nostro vivere. Tuttavia, nonostante questo repentino cambiamento di registro, lui, Nick, è e resta l’artefice, il protagonista, il primo attore che tira le fila, muove le marionette, imbastisce le trame e tiene la scena.

«[…] E anch’io risi, perché ero uno di loro, avevo un lavoro, appartenevo nuovamente alla razza umana» p. 90

Un testo forte, mai banale o stereotipato, caratterizzato da un caleidoscopio di situazioni e di personaggi che tra loro si intervallano, avvalorato da uno stile narrativo semplice ma vivido (e quindi capace di rievocare circostanze che sono tangibili con mano e che per questo invitano alla riflessione e all’auto interrogazione), con un perenne senso di malinconia e disillusione a fronte di quel mondo ingiusto che alcunché riconosce, “La confraternita dell’uva” è un componimento che arriva, lascia il segno, e che anche a distanza di tempo dalla lettura, resta. Un libro con tante sfumature che affronta molteplici tematiche che solletica le corde più intime del lettore.

«Ciò che contava era che avevo visto il bagliore della morte sul viso di un vecchio che si aggrappava strenuamente alla vita. Non c’era da stupirsi che fosse cocciuto, capriccioso, egoista e un po’ tocco. Ed era pur sempre mio padre. Se avessi voltato le spalle al suo ultimo grido d’aiuto, sarebbe potuta essere una morte più rapida, e io non volevo che un’ombra rimanesse sul resto della mia vita. In effetti non mi ero mai rifiutato di andare con lui in montagna. Semplicemente, avevo permesso a lui e a mia madre di farmi cadere nella rete. Mio padre aveva diritto a questo ultimo ridico trionfo, questa piccola casa di pietra sulle Sierras.» p. 108

«Volevo chiedergli se si sentiva bene, se per caso era ancora vivo, ma ero troppo stanco, e troppo impegnato a morire per conto mio, e troppo stanco per mettere insieme delle frasi. La domanda riuscivo a vederla sulla carta, battuta a macchina, con tanto di virgolette; verbalizzarla era troppo pesante. Del resto, che cosa sarebbe cambiato? Tutti, prima o poi, dovevamo morire» p. 156

«Ah! Dostoevskij! Fedor sarebbe potuto uscire dalla nebbia, e avrebbe potuto mettermi una mano sulla spalla, e questo non avrebbe significato nulla. Come poteva un uomo vivere senza suo padre? Come poteva alzarsi la mattina e dire a se stesso: mio padre se né andato per sempre?» p. 177

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La confraternita dell'uva 2015-07-15 03:16:43 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    15 Luglio, 2015
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Come poteva un uomo vivere senza suo padre?

“La confraternita del Chianti” di John Fante è una malassortita compagine, che ruota intorno a un fulcro magnetico: Nick Molise, scalcagnato patriarca (“Era un pessimo giocatore, disperato, terrificante… Doveva proseguire fino alla distruzione finale, come uno deciso a sacrificarsi a una passione fatale”) di una famiglia riottosa (“Il nostro era un clan impulsivo, imprevedibile, incline alle decisioni brucianti e a terribili rimorsi”), alla quale appartiene il narratore, il figlio Henry, scrittore (“Reggevo il suo libro tra le mani… e capii che non sarei mai stato più lo stesso… Volevo pensare e sentirmi come Dostoevskij. Volevo scrivere”), alias John Fante in persona!

I confratelli (“Erano una ghenga di strambi, irascibili, duri individui da previdenza sociale: gente ringhiosa, frontale, vecchi bastardi maligni e aspri, che però se la spassavano colo loro spirito crudele e i modi profani del loro cameratismo”) sono italo-americani (“Joe Zarlingo, un macchinista delle ferrovie in pensione”) dai nomi incontrovertibili (“Lou Cavallaro, un frenatore in pensione; Bosco Antrilli, che una volta era il capo dell’ufficio telegrafi…”), biscazzieri devoti al dio Bacco, che hanno in Angelo Musso - ottuagenario vignaiuolo (“Erano… i suoi schiavi, angosciati quando il raccolto andava male, poiché il suo vino era come il latte della loro seconda infanzia”) - il loro empio, ieratico sacerdote (“Baciai quella mano che sembrava fatta di sole ossa e cartapecora”).
L’equivoco caffè Roma è il loro quartier generale e lì organizzano la bislacca spedizione che ha uno scopo dichiarato (costruire “Un affumicatoio di pietra, su, in montagna” nel motel di Sam Ramponi, profittatore da strapazzo) e un significato più recondito.

Henry, richiamato dai fratelli a San Elmo per sedare una delle tante liti scoppiate tra i genitori, si ritrova invischiato nella spedizione: su un furgone scalcinato (“L’interno faceva pensare a una casa di tolleranza semovente adibita al servizio di un muratore con tutta la sua attrezzeria”), gli intrepidi s’inerpicano per le strade di un Colorado nel quale impropriamente viene proiettato il Chianti, tra i colori di una natura che ha qualcosa di ancestrale: “I fianchi deliziosi delle colline autunnali filavano dietro i finestrini: alberi di manzanita, querce nane e pini, e poi fattorie, vigneti, mucche e pecore al pascolo tra rocce bianche, e boschetti di peri e di peschi. Da quelle parti, l’autunno era una stagione forte: la terra mostrava i muscoli, la propria fertilità, e nell’aria c’era un senso di selvaggia energia”.

Il risultato della spedizione è li da vedere (“Era primitiva, era tutta storta”).
Fallimentare?
Niente affatto. L’esperienza di Henry ha il sapore di un ritorno alle origini e si carica di simboli nel percorso che rappresenta l’accompagnamento dell’indomito, ruggente padre tra le braccia della morte (“Avevo visto il bagliore della morte sul viso di un vecchio che si aggrappava strenuamente alla vita”).

Il romanzo è delizioso: nel rappresentare un’italianità archetipica (“Ma lui era un caprone d’Abruzzo dalle corna iniettate di veleno, e non cedeva”) che mai si banalizza negli stereotipi (“In quell’indecente soprabito da bordello di zia Carmelina”). In un linguaggio apparentemente casuale (“un matto di un dago”), sempre carico di espressioni vive (“i rampolli di quelle vecchie spingarde”), in un clima perennemente in bilico tra l’ironia malinconica e la nostalgia sferzante dell’artista che ha la lucida consapevolezza di possedere quel talento che il mondo, altrettanto pervicacemente, non gli riconosce...

Bruno Elpis

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La confraternita dell'uva 2014-04-19 11:43:07 paola melegari
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paola melegari Opinione inserita da paola melegari    19 Aprile, 2014
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Nome da fuciliere

John Fante Alighieri, così lo definisce Vinicio Capossela, nella sua introduzione, che da sola vale il prezzo del libro.
Attraverso questo romanzo , autobiografico, ci possiamo ulteriormente insinuare nella vita di Henry Molise, alias John Fante. Nome da fuciliere!
Romanzo interessante, come dicevo, ci aiuta a conoscere meglio l’autore.
Figlio di Nicola Molise, Henry, divenuto scrittore affermato, viene convocato dai fratelli alla casa paterna, motivo: il divorzio dei genitori. E’ l’ennesimo falso allarme, ma Henry , avendolo scoperto solo dopo il lungo viaggio in aereo, decide di andare a trovare i familiari ugualmente.
Non è a proprio agio, la sua famiglia non è certo l’ideale per nessuno.
Questa è , pregi e difetti.
Il padre, Nick, ingombrante figura di maschio italiano, si autodefinisce come il miglior scalpellino d’America.
Ubriacone, infaticabile lavoratore, spende ogni guadagno in bevute e gioco, nonché in puttane.
La storia si incentra sul coinvolgimento di Henry nella costruzione di un affumicatoio in montagna, presso un amico del padre.
Come sempre , non è la storia in sè ad essere interessante, ma lo stile, l’umorismo e l’ironia, il suo modo diretto di raccontarci la verità. Oh John, sei proprio grande!
La cosa che più mi ha colpito del romanzo , sono le percezioni sulla famiglia, per certi versi come io l’ho vissuta da bimba.
La madre parsimoniosa, che pensa solo al benessere dei figli, cucina per loro, si preoccupa di ogni cosa, ma guai a denigrare il marito, mai un lamento mai una critica verso quell’ubriacone buono solo a fare il muratore, ma per il resto diventato qualcuno solamente grazie al rispetto della moglie e dei figli.
Uomini di una volta, che buttano il loro tempo e il loro denaro con quattro ubriaconi, che hanno in comune i vizi.
Per me assolutamente incomprensibile questo imbruttirsi grazie al vino.
Bere fino a non essere più umani.
Henry, in fondo scusa il padre, quest’uomo, italiano, guardato con sospetto dall’americano, quasi fosse una sorta di sottospecie a sangue caldo, vertebrata, stereotipata, con coltello serramanico in tasca.
Quasi fossero stati partoriti così tutti gli italo americani, neri, armati di coltello e mafiosi.
Henry in fondo sa che il padre è così perché quello gli è stato insegnato, così deve essere un uomo!
Libro che consiglio caldamente a tutti, purtroppo non ho seguito l’ordine cronologico delle pubblicazioni di Fante, mi riservo di completare le sue letture più ordinatamente, anche se non sono ordinata .
Brutto scrivere oggi, Gabo mi manca, era bello sapere che quel vecchietto riccioluto erà là, al caldo a godersi i suoi diritti d'autore.
Pazienza, il bello degli scrittori è che non muoiono mai veramente.
un bacio al grande Gabo

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La confraternita dell'uva 2013-09-29 09:12:25 gracy
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gracy Opinione inserita da gracy    29 Settembre, 2013
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“E’ meglio morire di bevute che di sete”

Parola di Angelo Musso.

Per le strade della mia Sicilia in queste fresche mattine autunnali e soleggiate di giorno è un continuo fermento di trattori ricolmi di grappoli d’uva e cantine fibrillanti che macinano acini di tutti i colori, un tripudio ricco di laboriosa fatica che si trasformerà a breve in quel piacere godereccio che tutto il mondo ci invidia, il buon vino novello.

Anticipo l’uscita del vino dalle tinozze con un brindisi speciale, in alto i calici al nostro Jonh Fante, scrittore americano di origini italiane nato ai primi del novecento, che ha fatto rivivere in maniera straordinaria squarci di italianità, tradizioni e atteggiamenti che spetta solo agli italiani per molte caratteristiche.
Fante ha utilizzato una scrittura marmorea, diretta, nitida e la traduzione ha regalato un italiano elegante, d’altri tempi, ma vivo, vivo perché è realmente il vissuto provato dall’autore come molti italiani che emigrando in America hanno mantenuto tradizioni e costumi, atteggiamenti e modi di pensare. Eppure molti emigrati e figli di emigrati non hanno mai visto le loro terre d’origine.

“Me ne sto seduto nella mia stanza piccola e sudicia a succhiarmi il pollice cercando di scrivere un romanzo…La storia di quattro italiani vecchi e ubriaconi, di Roseville, un racconto su mio padre e i suoi amici.”

"La confraternita dell’uva" è un piccolo capolavoro del nostro Novecento, pubblicato per la prima volta nel 1974 è un inno alla famiglia, un inno alla ricerca della propria identità nel mondo.
Una combriccola di amici che si riuniva al cafè Roma davanti a un bicchiere di vino di troppo e davanti a un mazzo di carte a dissipare tutte le loro risorse economiche guadagnate col sudore della fronte e a sospirare dietro a ogni gonna che passava.
Un idilliaco ritratto per molti versi autobiografico, struggente, divertente e non è difficile rimanere affascinati dal modo di come viene narrato e descritto l’amore per Nick Molise padre padrone dotato di molti limiti e l' affezione verso la madre, vittima e accondiscendente, debole e quasi ridicola nel suo cappotto di seconda mano, ma amabile nel suo insieme. Scritto in prima persona dal figlio Henry, che incarna lo spirito di Fante in persona, scrittore famoso che narra col cuore in mano di come è arrivato a scrivere piuttosto che diventare muratore come il padre, della fatica e degli stenti patiti prima di diventare famoso, non tralasciando il suo ringraziamento a Dostoevskij e ai suoi fratelli Karamazov.
E’ difficile non rimanere deliziati dalla cucina profumata di manicaretti a base di melanzane filanti al formaggio, cosce di agnello e patate al forno, fritto misto di scampi e cavolfiori, tutto innaffiato di vino, quello di Angelo Musso, quello buono per intenderci.

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Fante, un autore da scoprire!
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La confraternita dell'uva 2010-12-19 11:21:07 Frax90
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Frax90 Opinione inserita da Frax90    19 Dicembre, 2010
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"Che dreadful imbroglio!"

Fante in questo romanzo ha racchiuso la più micidiale e tormentosa elegia, non solo della figura paterna ma anche dell'immigrato italoamericano della prima generazione.Nick Molise(uno dei protagonisti del romanzo)rappresenta l'archetipo di dissoluzione e dissacrazione di qualsiasi volore cristiano e familiare:vino(di Angelo Musso naturalmente), donne e gioco d'azzardo sono le colonne portanti del suo "curriculum vitae".Questa figura , che si erge massiccia,tirannica, ed ingombrate per tutta la durata dell'opera, non rappresenta soltanto l'atavico padre di famiglia ,granitico e perennemente legato ai valori trasmessi dal lavoro manuale(infatti non considererà mai il mestiere del figlio,lo scrittore, come una vera e dignitosa professione per guadagnarsi il pane), ma è anche l'emblema della prima generazione di italiani emigrati in America, generazione infangata, oppressa e sommersa dai biechi pregiudizi dei sangue blu americani :"creature di sangue africano, che girano con il coltello, figli di una nazione nelle mani della mafia".
Accanto alla figura paterna, si snoda lungo tutto il corso della narrazione, l'immagine di Henry Molise,scrittore e uomo "arrivato nella vita"(considerando gli standard di arrivismo e lo status societario della famiglia Molise posso proprio permettermi di definire Henry come "uomo arrivato"), che tuttavia non riesce a scrollarsi di dosso le radici intricate della sua famiglia, che lo riporteranno a rivivire sensazioni ed emozioni di cui ormai era diventato profano.Riportato a "casa" a causa di un imminente e velleitario tentativo di divorzio tra i genitori, Henry verrà coinvolto dal padre(ah già ,quasi dimenticavo, "il più grande scalpellino d'america"),in un disperato , orgoglioso, malsano e grottesco tentativo di rivalutazione della propria autostima,tramite la costruzione di un affumicatoio destinato alla cottura della carne di cervo. Restio e disgustato dal pensiero di riunirsi a quella "sgangherata" famiglia, Henry, cercherà di fuggire dai luoghi e dalle persone che sono state i tratti somatici della sua infanzia.Questo tentativo di fuga sarà un buco nell'acqua,infatti la riscoperta di suoni, emozioni , odori e sentimenti archiviati nel dimenticatoio, trascinerà il nostro protagonista, in un gorgo di squallida passione(signorina Quinlan)e fino ad allora rimosse virtù, che lo porteranno a sentirsi sempre più vicino alle proprie radici e concezioni, dalle quali risulterà essere eteronomo ed inseparabile. (questo punto si comprenderà meglio durante la morte del padre). La grande ed immagignifica capacità scrittoria di John Fante ci riporta in un'epoca passata, di vecchie bettole, di amore per la materialità e di uno smisuarato(alle volte quasi ridicolo) senso del dovere. In tutto ciò, si coglie distintamente,come ,nonostante le avversità che la vita para di fronte a questi uomini,valori come l'amicizia, l'unione ed il rispetto(nonostante tutto)siano il collante dell'anima delle persone, malta senza la quale le nostre esistenze crollerebbero come muri (o affumicatoi se preferite) mal costruiti.

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