Narrativa straniera Romanzi La donna gelata
 

La donna gelata La donna gelata

La donna gelata

Letteratura straniera

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Una giovane coppia si sposa, condivide una casa, fa due figli. Anche se animata da ideali egualitari e progressisti, la famiglia presto si sbilancia e tutto il peso delle incombenze di ogni giorno ricade esclusivamente sulla moglie. Un'ingiustizia quotidiana, "normale", che vivono moltissime donne. Con sguardo implacabile "La donna gelata" traccia un percorso di liberazione capace di trasformare l'inconfessabile orrore per la propria vita in coraggiosa e spietata presa di coscienza. Alternando l'impeto di una requisitoria alla precisione di un'indagine, Ernaux ci consegna un'analisi dell'istituzione matrimoniale che non ha uguali nella letteratura contemporanea.



Recensione della Redazione QLibri

 
La donna gelata 2021-02-20 10:30:57 archeomari
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archeomari Opinione inserita da archeomari    20 Febbraio, 2021
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La sisifea condanna delle donne

Del matrimonio o della sisifea condanna delle donne

“Ho cominciato a vivere in un tempo diverso. Niente più ore sospese, indolenti e spensierate ai tavolini dei bar, niente più Café Montaigne nel mese di ottobre. Le ore dimenticate di un libro continuato fino all’ultimo capitolo, delle discussioni tra amici. Morto, per me, il ritmo dell’infanzia e degli anni prima (...)Ma non morto per lui. A pranzo, la sera, il sabato e la domenica, lui ritrova il tempo dilatato, legge Le Monde, ascolta dischi, sistema la scacchiera, si annoia persino. (...)Per me ormai esiste un tempo uniformemente ingombro delle più disparate incombenze. Separare i panni da lavare, ricucire il bottone a una camicia , la visita dal pediatra, è finito lo zucchero. Una lista che non ha mai emozionato né divertito nessuno. Sisifo, con il suo masso da spingere all’infinito, almeno ha un certo stile, un uomo su una montagna che si staglia nel cielo; una donna nella cucina di casa sua, che getta il burro in padella trecentosessanta cinque giorni l’ anno, non è né affascinante, né assurda, è la vita, bella mia”.

L’ultimo libro pubblicato in Italia, dalla casa editrice Orme, della pluripremiata Annie Ernaux, è la storia di una donna che, attraverso i volti di altre donne della sua vita, zie, nonne, la sua stessa madre, si scontra contro la dura realtà della diversificazione dei ruoli maschio/femmina e che impara a criticare solo quando sarà inutile ogni tentativo di ribellione. Perché “è la vita, bella mia” si sentirà dire dalla suocera, dalle amiche già sposate e, infine, se lo ripeterà lei stessa nell’interminabile flusso di coscienza che sta alla base della narrazione, fino a farlo diventare un mantra, per ricordarsi che non c’è scampo.
Chi è avvezzo alla scrittura della Ernaux, riconoscerà dalle prime battute lo stile asciutto, cristallino, scabro ed essenziale, senza orpelli retorici: riconoscerà la fredda lama della sua penna chirurgica.
Scritto in prima persona, una (auto)biografia di una donna cresciuta in una famiglia sui generis dove i ruoli tradizionali sono praticamente capovolti

“Mia madre è la forza e la tempesta, ma anche la bellezza, la curiosità per il mondo, l’apripista sulla strada verso il futuro, che mi dice di non aver mai paura di niente e di nessuno. (...) Si porta in scia un uomo dolce e trasognato, dalla parlata pacata (...) Il mio, di padre, la mattina non esce, e se è per questo nemmeno il pomeriggio. Resta a casa. Sta al bancone del caffè drogheria, lava i piatti, cucina, sbuccia le verdure.”

L’immancabile caffè drogheria, presente nelle altre opere autobiografiche della Ernaux, il voler sottolineare la specificità del padre “il mio, di padre” rivela un non celato paragone con i padri delle altre sue amiche, che invece portano i pantaloni del dominio domestico, non si occupano di faccende e nel weekend si concedono il bicchierino fuori casa.
Non ci mette molto a capire, osservando i padri delle altre amiche e gli uomini della sua famiglia (tranne sue padre) che: “ in me si fa largo confusamente la convinzione che quasi tutti i guai delle donne siano causati dagli uomini”.
Siamo negli anni Quaranta del Novecento e anche qui, senza indicare le date, si annusano le atmosfere, le usanze di un piccolo mondo di provincia ormai scomparso.
La madre le consiglia di studiare, di diventare qualcuno, “essere attrezzate per la vita”, ma la protagonista narrante imparerà che non basta la cultura e un buon lavoro a proteggersi da tutto “incluso il potere degli uomini”.
Indottrinata per dodici anni sulla devozione della donna per la sua futura famiglia e il suo futuro marito, quando poi trova l’amore è già pronta al sublime sacrificio che le impedirà di dedicarsi nei tempi regolari al concorso per insegnanti che tanto agognava da ragazza. La vita di una casalinga madre è una fatica di Sisifo senza gloria alcuna, un continuo e infinito sacrificio, una catena di sofferenza con ben poche soddisfazioni. Una storia in cui si rispecchiano adesso ben poche donne, per fortuna, ma che fa riflettere su quanta strada le donne hanno fatto dagli anni Settanta ad oggi. Almeno in alcuni Stati del mondo.

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Più volte menzionato dall’ autrice “Il secondo sesso” della De Beauvoir
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