La strada La strada

La strada

Letteratura straniera

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Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c'è storia e non c'è futuro.



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La strada 2022-07-06 06:37:56 Francesca Arzuffi
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Opinione inserita da Francesca Arzuffi    06 Luglio, 2022

Evocativo

In un mondo post apocalittico, “arido, nudo, e senza dio”, un padre e un figlio camminano verso il mare, verso l’origine di tutto, verso la fine di tutto.
Un padre e un figlio camminano, e il tempo scorre inesorabile: i passi del padre si fanno sempre più pesanti e il respiro sempre più lento. Il padre sa che la sua fine è vicina e che presto il figlio dovrà proseguire da solo.
Un padre e un figlio camminano e non hanno nome, non hanno una casa, un lavoro, non hanno vestiti. Non hanno nemmeno una storia, solo un carrello, un po’ di cibo in scatola e una pistola.
Il padre e il figlio camminano perché hanno una missione: seguire la strada, ormai sterile, erosa e sventrata, che li porterà al mare.
Un mare che sarà meta per l’uno e inizio per l’altro. Un mare che è solo una parola vuota per il figlio, una storia di speranza come tante altre belle storie di cose che non esistono più nel nuovo mondo; un mare che è un’immagine densa di significato per il padre, che pur avendo perso ogni speranza deve lottare per lasciare qualcosa di buono al bambino, deve fare in modo che continui a credere in qualcosa, che continui “a portare il fuoco”.
E in mezzo c’è il viaggio sulla strada, arida, incenerita, irta di ostacoli, di incontri (pochi uomini e molti cadaveri) e di imprevisti.
La regola è una sola: non allontanarsi dalla strada. Un precetto che ricorre come un mantra nei rari, laconici dialoghi. Ogni sforzo dei due personaggi è teso A tornare sulla strada e procedere verso sud. La trama è questa, niente di più. Ma Cormac McCarty sa che le parole sono lame, e ogni sua frase è una pugnalata al petto. La potenza di questo piccolo libro non sta nella storia, ma nei suoi infiniti significati.
Riprendendo la metafora di Jean Paul Sartre, secondo il quale la letteratura è una trottola che non smette di girare grazie alle continue interpretazioni dei lettori, che riversano nelle pagine dei libri le loro esperienze creando nuovi mondi, mi sento di dire che quello raccontato da mc carty, altro non sia che la storia sublime del viaggio della vita di ogni padre e ogni figlio. Un cammino in una continua tensione verso il bene, o quello che l’adulto ritiene essere tale. Il figlio è un dono, è “l’ultimo degli dei”, ed essere in viaggio con l’ultimo degli dei è terribile. Al padre spetta il compito di proteggere quest’ultimo baluardo di speranza per la specie umana e metterlo sulla strada giusta nel poco tempo che gli resta a disposizione, ha l’enorme responsabilità di insegnare al figlio ad essere un uomo in un mondo che non ha più nulla da offrire. E lo fa, offrendo il suo miglior esempio.
Alla fine del libro una rivelazione, o uno spunto di riflessione:
“Stare sulla strada” era un pessimo consiglio.

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La strada 2022-02-20 22:04:51 cristiano75
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cristiano75 Opinione inserita da cristiano75    21 Febbraio, 2022
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Lasciate ogni speranza o voi che leggete

Cosa sia successo sulla terra non è dato da sapersi. Sappiamo solo che un padre e suo figlio vagano per lande desertiche popolate da ex-uomini oramai cannibali, tornati al tempo delle scimmie antropomorfe e che fame e disperazione regnano laddove una volta c'era speranza e sole.
Ogni pagina del libro è intriso di così tanta disperazione e mancanza di speranza che il vagare di questi due scheletrici derelitti alla ricerca del mare è una lenta inesorabile agonia non solo per i protagonisti, ma anche per chi si pone a leggere l'opera.
Penso sia stato uno dei libri più cupi, nefasti, opprimenti che abbia mai letto.
Lo posso solo collocare al pari di "ultimo giorno di un condannato a morte" di Hugo.....solo che in Hugo essendo Egli uno dei più grandi scrittori della storia, non solo c'è la storia che angoscia dalla prima all'ultima pagina, ma c'è anche l'introspezione psicologia del protagonista talmente profonda e allucinante che ci si trova anche il lettore a vivere questo ultimo giorno prima del patibolo.
In Mc Carthy, sicuramente un ottimo autore moderno, manca però tutta la parte psicologica che ti permette di "fraternizzare" con i protagonisti.

Prima di leggere il libro, avevo visto il film da cui è tratto con il grandissimo Viggo Mortensen "The Road" del 2009, una gran bella pellicola, che riprende fedelmente le pagine del libro, con una maggiore ricerca degli aspetti psicologici dei protagonisti, che non sono solo due anime perse in un mondo infernale, ma sono anche descritti accuratamente dal punto di vista cognitivo e comportamentale.

Comunque avendo letto anche altre opere di questo autore, credo che sia una di quelle persone a cui piacere scavare sotto la superfice apparente delle cose, andare alla ricerca delle nefandezze peggiori che possano partorire gli esseri umani, scavare nella disperazione e nella miseria degli esclusi ed emarginati.
Me lo immagino, vagare tra le strade di New York o di qualche sperduta cittadina del Minnesota, ammantata di neve e squarciata dal vento, a cercare tra case diroccate, periferie imputridite i soggetti per i suoi romanzi, poi illuminarli con la sua penna, fanne i protagonisti di una qualche storia e darli in pasto ai lettori di tutto il mondo......perchè non dobbiamo mai dimenticare che sotto il lato scintillante della società si nasconde il cuore di tenebra dell'uomo.

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L'ultimo giorno di un condannato a morte Victor Hugo
Memorie dal Sottosuolo Dostoevskij
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La strada 2021-04-20 08:30:16 Donnie*Darko
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Donnie*Darko Opinione inserita da Donnie*Darko    20 Aprile, 2021
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Perché noi portiamo il fuoco

Trama: Un uomo e un bambino, padre e figlio. Spingono un carrello pieno del poco che è rimasto loro. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni.

Cenere e nebbia, pioggia (quasi) incessante e un grigiore che avviluppa ogni cosa. Città ridotte a cumuli di ruderi marcescenti, gli uomini, ormai liberati dal giogo della legge e dal senso morale, mossi da istinti ferini e primitivi, sono pronti ad uccidere nei modi più brutali per garantirsi la sopravvivenza. Nel futuro credono ancora due emaciate figure, padre e figlio, in viaggio verso il mare, coperti di sporcizia da capo a piedi, sempre all'erta perché il pericolo può celarsi ovunque. McCarthy, con stile ipnotico e minimale ci trascina in luoghi irriconoscibili, dove le persone (prive di nome) abbassandosi ad istinti animaleschi, hanno perso la loro identità umana. Quella dignità perduta è difesa strenuamente da un uomo che vede nel figlio l'ultimo barlume civile da preservare quindi ad ogni costo. La prosa dell'autore tutt'altro che pregna di eventi, è poesia non dichiarata, ammirevole istigazione alla riflessione, elogio luminoso nel buio più pesto.
Apparentemente distaccato eppure amorevole come solo un padre sa essere, l'uomo vede nell'innocenza violentata del figlio il metaforico fuoco (citato più volte), ovvero l'elemento capace di far tornare ad ardere d' amore e altruismo i cuori imbarbariti. Commovente, statico, malinconico con un finale straziante: "La strada" è semplicemente un capolavoro.

-Ce la caveremo, vero, papa'?
-Sì. Ce la caveremo.
-E non ci succederà niente di male.
-Esatto.
-Perché noi portiamo il fuoco.
-Sì. Perché noi portiamo il fuoco.

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La strada 2021-03-28 10:35:28 Endlesslybooks
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Endlesslybooks Opinione inserita da Endlesslybooks    28 Marzo, 2021
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Ai limiti del nichilismo

SPOILER

Due individui privi di identità: un uomo e un bambino. Due persone come tante al'apparenza, eppure speciali. Non sappiamo molto del loro passato né quello del mondo circostante, ma siamo consapevoli di quel duro presente che ci viene sbattuto in faccia dall'autore. Lo scenario è post apocalittico, spettrale: la natura e i suoi animali sono ormai morti da un pezzo; l'aria è grigia, piena di smog; la cenere si posa ovunque; il freddo; il silenzio; la morte e la strada. Non vi è nient' altro che una strada infinita, simbolo del destino a cui i due vanno incontro.
Riusciranno a sopravvivere anche solo un altro giorno? Ha senso continuare a percorrere passi senza una vera meta? Ha senso patire la fame al punto da non avere più forze? O non è forse meglio morire abbandonandosi all'oblio? Dov'è Dio in tutto questo?
Questi due essere umani, i cosiddetti buoni, si ritrovano a combattere per la propria sopravvivenza armati di qualche straccio, un telo di plastica, un carrello con scarse provviste. Un ritorno al primordiale, all'essenziale. Si ritorna animali, arrampicandosi a quel poco di umano che ancora c'è. Ma tutt'intorno vi è una brutalità shockante: cadaveri ovunque, cannibalismo: sono gli estremi di una generazione appartenente a un mondo pazzo, isterico, psicotico dove non vi è più nessuna cura.

La scrittura di McCarthy ipnotizza; parla di tutto pur parlando dell'essenziale, fa toccare picchi emotivi estremi, disturbanti con un linguaggio che sfocia nel poetico, seppure triste e disruttivo. I dialoghi scarni, come l'ambiente, eppure essenziali, non c'è molto da spiegare, c'è solo da vivere e proseguire la strada verso l'oceano, verso un clima più mite, verso un po' di pace, dove ancora la natura sembra essere viva.

Che mese è? Che anno è? Il tempo si è fermato, gli astri si alternano con i loro giochi di luce per illuminare o oscurare il cammino. La morte è sempre più vicina, eppure riescono a scappare da lei. Hanno dei colpi di fortuna in quell'inferno: cibo nascosto e mai trovato da altri, un rifugio in cui nascondersi nel sottosuolo e per avere una breve illusione di stabilità. Ma la strada si straglia infinita, all'orizzonte e si deve proseguire: i cattivi prima o poi arriveranno .
Incontri, pochi, pericolosi, innocui ma sempre sofferti. Il bambino è colui che tiene ben salda l'umanità, quel fuoco che portano. Sono le parole tristi del piccolo empatico a tenere il padre con i piedi per terra, affinché non si trasformi in un'oscura bestia. Dopotutto, è il padre che ha la responsabilità di guidare, di dare ogni strumento possibile al figlio per superare la vita. Egli si è dovuto sostituire a una madre che ha preferito la morte. Il bambino e il viaggio esistono perché vi è lui come guida, ma egli vi è spinto dalla speranza rappresentata dall'ingenuità, dalla purezza, dalla fragilità del piccolo.

Per questo, quando il padre morirà, lo spingerà a "portare il fuoco" da solo, sopravvivendo grazie a tutto ciò che ha imparato durante quel lasso di tempo confuso. La figura paterna prepara il figlio alla brutalità della vita, cerca di ammorbidire il trauma con tutto ciò che ha a disposizione nelle sue mani.
Oltre a un racconto con un forte simbolismo, vi è una componente psicoanalitica, come Massimo Recalcati descrive in un suo testo: "Una vita e i suoi libri".
E' stato un viaggio duro, devastante, importante, fondamentale, necessario per un'epoca come questa in cui tutto si sta perdendo.


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La strada 2021-03-07 10:03:03 Belmi
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Belmi Opinione inserita da Belmi    07 Marzo, 2021
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L'uno il mondo intero dell'altro

"Ti posso chiedere una cosa?
Si, certo che puoi.
Tu cosa faresti se io morissi?
Se tu morissi vorrei morire anch'io.
Per poter stare con me?
Sì. Per poter stare con te.
Ok."

Un padre e un figlio, una strada e un carrello, un passo dopo l'altro, si può pensare solo all'adesso, il dopo è un lusso e loro di lussi non ne hanno.

Dopo aver iniziato la lettura una sensazione di malessere mi ha accompagnata per tutta la serata e non ne capivo il motivo, poi analizzando bene le cose mi sono resa conto che McCarthy lascia il segno e questa storia mi era entrata dentro.

Uno stile asciutto, senza fronzoli ne digressioni per raccontare un mondo morto, un mondo difficile per chi ha visto il prima e difficile anche per chi non sa cosa c'era prima.
Un amore così profondo e intenso che rimanere distaccati è molto difficile.

"Per niente al mondo.
No. Per niente al mondo.
Perché noi siamo i buoni.
Sì.
E portiamo il fuoco."

Potente, riflessivo e non facile da dimenticare, su quella strada li ho accompagnati per tanti km e su quella strada è rimasta una parte del mio cuore. Questo è un autore che libro dopo libro sto apprezzando sempre di più. Il suo stile è così particolare e originale che mi lascia incantata.

Lo consiglio, mi raccomando va affrontato in un momento di serenità altrimenti questo aggiunge il carico.

Buona lettura!!!

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La strada 2020-10-10 04:38:14 siti
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siti Opinione inserita da siti    10 Ottobre, 2020
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PIANETA MONDO

Nel romanzo post apocalittico che valse a Cormac McCarthy il premio Pulitzer nel 2007 è sparito il mondo inteso come l’insieme delle sovrastrutture mentali che necessitano all’uomo per decodificare, paradossalmente, le infrastrutture che ha costruito per gestire al meglio (?) il suo passaggio transitorio in questo spazio.
Lo scenario dopo la fine del mondo, parola da intendersi nella sua accezione più ampia, necessita di un nuovo processo di adattamento, di nuove abilità, di un codice che permetta celermente di distinguere nelle ceneri del vecchio pianeta Terra l’utile necessario alla mera sopravvivenza.
Il mondo è fatto terra cosparsa di cenere, deposito involontario delle scorie di una civiltà tanto avanzata quanto marcia: metropoli saccheggiate e perse nel loro groviglio artificioso di beni e servizi, ora del tutto inutili; spazi rurali, che un tempo avranno perfino assolto la funzione purificatrice di ricordare all’uomo il primitivo spazio al netto dell’antropizzazione eccessiva, capaci ancora di restituire un residuo di armonia: a volte cibo, altre volte sapiente uso delle proprie risorse, mai vita animale.
L’unico animale è l’uomo, alle prese con un nuovo processo di ominazione, non ha però questa volta da difendersi da nessun predatore, se non quelli della sua stessa specie, privi di un’etica ora più che mai necessaria. L’uomo però è stato colto impreparato dalla catastrofe: non aveva maturato un’etica, tantomeno ambientalista, ancor meno aveva sviluppato una morale condivisa. L’uomo si era perso nella pseudo etica individualista.
Recita un proverbio africano: “per far nascere un bambino bastano un uomo e una donna, per farlo crescere ed educarlo occorre l’intero villaggio”. Ed ecco che Cormac McCarthy ci riporta a questa condizione: un padre e un figlio, l’assenza della madre dettata dall’abbandono del nucleo famigliare per limite di sopportazione ( dopo il parto in pieno disastro e il primo tentativo di sopravvivenza cede alla disperazione più nera). Un padre che ricorda un mondo che non c’è più, che educa il bambino alla decodifica della complessità del reale che il piccolo non potrà più esperire ma che gli è utile per comprendere il prodotto di quelle convenzioni: suo padre prima, tutti gli esseri umani poi. La decisione di mettersi in viaggio verso sud per trovare gli altri all’insegna di una visione prettamente pragmatica e nettamente manichea, il resoconto del viaggio, le tappe randomizzate, gli incontri fortuiti, le battaglie, la fine del viaggio stesso.
Un susseguirsi di episodi la cui struttura fissa e ripetitiva potrebbe essere, nello stile sapientemente secco, minimalista, affidato a continui dialoghi, una piccola pecca nell’economia generale del breve romanzo che riesce però a farsi perdonare con un finale catartico che spazza via la dimensione individuale e apre uno spiraglio alla collettività intesa come accoglienza, speranza, fratellanza e soprattutto interdipendenza.

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La strada 2020-10-08 11:14:47 Mian88
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Mian88 Opinione inserita da Mian88    08 Ottobre, 2020
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Padre e figlio

«Ricordati che le cose che ti entrano in testa poi ci restano per sempre, gli disse. Forse dovresti rifletterci.»

Un padre e un figlio, un luogo chiamato Terra ormai disastrato e lasciato completamente a se stesso, un luogo dove regna la violenza e dove è venuto meno qualsiasi ordine precostituito e ogni forma di legge, un luogo dove devi stare in guardia dalla tua stessa ombra perché quei pensieri che ti si affacciano in mente possono essere i tuoi peggiori nemici nonché coloro che possono portarti alla fine della tua esistenza. Perché hai quegli ultimi due proiettili, lei il suo lo ha già usato e tu sei solo con quel piccolo te ormai ridotto a pelle e ossa. La vostra meta, il sud. Il pericolo di quei cattivi, dei non buoni. "Noi siamo ancora buoni, papà?"

«Dobbiamo cercare un altro po', disse. Dobbiamo continuare a cercare
[...] Ok. È così che fanno i buoni. Continuano a provarci. Non si arrendono mai.»

Tante le domande che restano sospese, tante le risposte che non vengono trovate, tanti i tasselli del puzzle che trovano il loro posto per mezzo di una ricostruzione fatta di ricordi, dialoghi, pensieri che si susseguono. Perché è sin dalle prime pagine che il lettore si rende conto di trovarsi in una dimensione di non luogo, in un mondo che non riconosce, che non è il suo ma che potrebbe diventarlo da un momento all'altro. Con pochi semplici passi è trasportato in un universo che giunge con tutta la sua forza grazie a un linguaggio evocativo che vince nella sua semplicità e nel suo essere scarno.
Le stesse ambientazioni sono percepite con grande intensità proprio grazie a questo minimalismo soltanto apparente. Il desiderio di sopravvivenza, di andare avanti è una costante che si dipinge nel cuore e nell'anima del conoscitore e che mai lo abbandona.
Ecco perché "La strada" è un titolo che va gustato poco alla volta, che va fatto proprio, che sorprende e che scuote, che emoziona, che impaurisce, che muove le fila dell'io più intimo e radicato. Ecco perché "La strada" è uno di quei romanzi che arrivano durante la lettura ma che soprattutto restano dopo questa, perché tu lettore sei chiamato a interrogarti su quegli interrogativi che essa ha sollevato e che non sempre trovano risposta e ancora meno immediata. Un titolo che merita di essere letto e riletto.

«Ma quando si chinò a guardarlo in faccia sotto il cappuccio formato dalla coperta temette seriamente che qualcosa fosse andato perso, e che sarebbe stato impossibile riparare il danno.»

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La strada 2020-10-04 14:01:46 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    04 Ottobre, 2020
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Viaggio attraverso un mondo morto

“Erano poche le notti in cui, sdraiato nel buio, non provava invidia per i morti.”

E’ la mancanza della vita ciò che colpisce fin da subito il lettore che si immerge nelle prime pagine del romanzo “La strada” di Cormac McCarthy.

Attraverso uno stile evocativo ed ipnotico, caratterizzato da abbondanza di frasi nominali e dialoghi basici, l’autore ci conduce sulla strada di un mondo morto, insieme ad un padre e un bambino che non vogliono arrendersi al niente che li circonda.

Il cielo è grigio ed un sottile strato di cenere si posa su ogni cosa. Pini, aceri, erba, meli, felci, ortensie e orchidee: tutto è rigorosamente, inevitabilmente morto. Nessun uccello che vola più nel cielo, nessuna forma di vita animale che si aggira in quella terra desolata e lugubre. Anche il mare ha perso per sempre il suo colore. Sono rimasti soltanto alcuni esseri umani, la maggior parte dei quali si trascina su strade deserte e città spopolate pronti a macchiarsi di qualsiasi abominio pur di continuare la loro squallida esistenza.

E’ in mezzo a questo terrificante scenario che i due protagonisti, padre e figlio piccolo, camminano, cercando di raggiungere una meta ideale, vagando fra case disabitate e rifugi sotterranei alla ricerca di scatolette di cibo dimenticate, coperte ed altri oggetti utili per sopravvivere ancora qualche giorno. I due non cedono alla barbarie di chi ha dimenticato di distinguere il bene dal male. Non vogliono e non possono darla vinta alla morte che li circonda e preme per inghiottirli nel suo nulla eterno.

“La strada” rappresenta un’esperienza di lettura che, una volta ultimata, lascia più interrogativi aperti rispetto a quelli che ci si potevano aspettare. E’ un romanzo costruito con l’obiettivo di portarci ad elaborare una riflessione, a formulare dei pensieri. Ci avvolge nella sua cupa e fredda atmosfera di cenere e morte per far risaltare ancora di più il bisogno che abbiamo di calore, di vita, di umanità.


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La strada 2020-04-07 19:44:52 Tomoko
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Tomoko Opinione inserita da Tomoko    07 Aprile, 2020
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Un uomo e un bambino

Un vasto contenuto in 218 pagine.
Questo libro, seppur di piccolo spessore, ha un contenuto importante.
La copertina ti introduce ad un mondo grigio cenere.
Grigia è la strada che percorrono i due protagonisti per andare a sud. Grigia è la pioggia che cade sopra le loro teste.
Persone come tante altre: l’uomo e il bambino. Magri e consumati dalla stanchezza, dalla fame, dalla sporcizia, dal freddo pungente di un inverno senza anno e senza mese.
L’inizio della lettura ti porta subito alla malinconia. Il testo è elaborato, io l’ho trovato come una lunga poesia.
Una lotta per la sopravvivenza, un papà che rischia la morte per salvare le proprie vite contro uomini cattivi.
“Siamo ancora noi i buoni?”Disse
“Sì siamo ancora noi i buoni e lo saremo sempre”
“Sì lo saremo sempre
Ok”
Forse un finale stroncato, ma ciò che è importante in questo libro è La strada. Il percorso fatto da quest’uomo e un bambino che crede che possano esistere ancora uomini buoni nonostante tutto quello che ha visto lungo la strada.

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La strada 2020-03-25 13:11:09 zonauefa
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zonauefa Opinione inserita da zonauefa    25 Marzo, 2020
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Lasciate ogni speranza voi che sopravviverete

Preso sull’onda delle entusiastiche recensioni, suggestionato dal periodo che stiamo vivendo, non lo avrei mai finito senza avere l’obbligo di rimanere in casa, con conseguente impossibilità di tornare in biblioteca per sostituirlo. Terminarlo è stato un esercizio di volontà.
Ma la forza è forza, la volontà è sforzo.
Costantemente lento, troppo descrittivo, inverosimilmente ripetitivo, stessi dialoghi stesse situazioni, tanto che le pagine sembrano un copia e incolla dell’altra.
Forse sarà proprio questa la forza del libro, dimostrare come sarebbe la vita, anzi la sopravvivenza, con tutti i dubbi, le paure, le speranze (quasi nulle), in uno scenario post apocalittico.
In tal senso il libro ha senz’altro una sua identità.
L' unico vero protagonista della storia è questa antieroica sopravvivenza, del resto non si sa nulla, non ci sono nomi, date luoghi e non si capisce a cosa sia dovuta la catastrofe. E alla fine non succede niente.
Lascerà aperti degli interrogativi, è un monito per il futuro,ma per me non è stato graffiante,non è riuscito a trascinarmi nella problematica. È mancato il piacere della lettura e non sono stato in grado di recepire altro. Forse il genere non mi si addice.
Una noiosa odissea, fredda,cupa, grigia

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