La strada La strada

La strada

Letteratura straniera

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Un uomo e un bambino, padre e figlio, senza nome. Spingono un carrello, pieno del poco che è rimasto, lungo una strada americana. La fine del viaggio è invisibile. Circa dieci anni prima il mondo è stato distrutto da un'apocalisse nucleare che lo ha trasformato in un luogo buio, freddo, senza vita, abitato da bande di disperati e predoni. Non c'è storia e non c'è futuro.

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La strada 2019-09-20 12:27:17 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    20 Settembre, 2019
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Dio è un bambino

Avanzano. Due coaguli di cenere e ossa, due scheletri consunti, scalcinati, esangui. Avanzano. Più magri a ogni passo. È la fame, è il freddo, è la paura. I giorni senza sole, ectoplasma evanescente dietro una cortina di fumo sempiterno. Grigio, gelido, polverizzato. Le notti cieche sotto la pioggia nera, terra sfarinata in vento e vento che si è fatto acqua, tuono, tempesta. Crepata la vita lungo i solchi bruciati del suolo, vuoto d’uccelli il cielo, muto di canti. Smaltati, indifferenti gli dei. Una distesa senza confini, un oceano nero battuto da ronde e cannibali, donne schiavizzate a uso e consumo, ragazzini di scorta per la frustrazione, uomini legati, tagliati, cauterizzati per sopravvivere alla fame. Vecchi orbi, fulminati, bambini che non conoscono i colori, persi, dispersi, abbandonati. Un padre e un figlio, sotto un telo di plastica, a leccare l’ultima stilla di una lattina. Non tagliarti attento. Un carrello, due coperte, una pistola. Per uccidere gli altri, per far finire se stessi. Il padre e il figlio, una bestemmia e una preghiera. Il silenzio che non conosce sorriso. Basta il dolore a far ammalare un uomo, basta la fame a farlo diventare una bestia, cinica, senza scampo. Brina anche l’inferno, scortica i piedi, due scarpe distrutte. Avanzano, verso sud, verso il mare. Verso la vita, in piedi per grazia e misericordia. Una lingua di fuoco sopra i profeti. Un bambino che suona il flauto alla fine del mondo. In lui la speranza, verbo di Dio. In lui la luce di questo mondo in estinzione. Nato postumo, prima e dopo della grandine caustica che ha bruciato i campi, le case, gli uomini, la pietà. Una coperta stesa sopra un cadavere. Il bambino conosce il sacro. Il bambino è il sacro.

Cormac McCarthy costruisce un romanzo lacerante, scuoia e ricuce, lembi di pelle e squarci di scene pronte a spegnersi come un cerino. Li segue, li bracca, li accompagna, la camera stretta, ossessiva, esasperante. Due esseri infinitesimi nell’universo enorme e famelico, una ginestra nel cuore di lava, un abbraccio nella tempesta di nero. E lo fa con una lingua di inaudita forza, fatta di un lessico stretto, che rimbalza nel labirinto claustrofobico delle azioni e si fa grido solitario, gemito inarticolato, canto sospeso sul vuoto. Non è la speranza di un futuro a tenerli in vita, ma una fede tutta immanente, uno spillo inespanso negli occhi del bambino. Il coraggio più grande è alzarsi ogni mattina, portare un bambino in un posto impossibile, proteggerlo, salvarlo, farlo crescere in fretta. Resistere, anche se sputi sangue. Resistere, anche se la pelle è una sagoma d’ossa. Resistere, anche se si è diventati cinici, egoisti. Eppure solo il bambino sa, lui che ha visto l’orrore ma è ancora intatto dal male, che tra uccidere e morire c’è una scelta più dura. Vivere.

Libro meraviglioso. Non c’è da dire altro.

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La strada 2019-09-09 17:48:45 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    09 Settembre, 2019
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PORTARE IL FUOCO, AD OGNI COSTO

C’è una sequenza molto bella di un vecchio film di Andrei Tarkovskij, “L’infanzia di Ivan”, che mi fa pensare all’universo descritto da Cormac McCarthy ne “La strada”. E’ quella in cui il piccolo protagonista sogna, in un tripudio di immagini di beatitudine e di serenità infantile, la figura della madre, bella e sorridente, ma, proprio nel momento in cui sta per afferrare una stella in fondo a un pozzo, viene improvvisamente svegliato dagli atroci rumori della guerra, e dalle serene immagini oniriche viene brutalmente catapultato in un paesaggio devastato e sconvolto. E’ probabile che in un modo altrettanto traumatico si siano svegliati spesso i due protagonisti del romanzo di McCarthy, un padre e un figlio senza nome, di ritorno da sogni ingannevolmente seducenti per riaffacciarsi in un mondo freddo, scheletrico e ostile, distrutto anni prima da una misteriosa catastrofe (una esplosione nucleare?) e ridotto a una arida distesa di cenere, di rovine e di cadaveri, in cui tutto (il cielo, il sole, il mare, la neve) è grigio e incolore, e lo stesso Dio, pregato, invocato o maledetto, latita al pari degli esseri umani. In questo scenario apocalittico, che non si può immaginare se non in uno sporco bianco e nero, la coppia si sposta incessantemente, raramente concedendosi un po’ di riposo, spingendo attraverso le interminabili strade che portano verso sud e verso il mare (quelle highways viste in tanti road movies americani, laddove erano simboli di libertà e di spazi aperti, mentre qui sono piuttosto l’immagine di un destino che si è condannati a seguire pur senza intravederne il significato e lo scopo) un carrello contenente le poche cose rimaste loro (alcune coperte, un po’ di benzina, qualche attrezzo, un accendino e una pistola con due soli proiettili nel caricatore), alla disperata ricerca di calore e di cibo, e in impari lotta contro le avversità della natura e le insidie dei feroci predoni disposti a tutto, anche al cannibalismo, pur di sopravvivere. L’uomo e il bambino non hanno né identità né passato (solo qualche sporadico e poco esplicativo ricordo si affaccia alla mente del primo), e parimenti viene difficile immaginare per loro un futuro plausibile, eppure i due si muovono stoicamente, senza mai arrendersi alla fatica, alle difficoltà, alle malattie e alla sfortuna, pur di non spegnere quella flebile speranza rappresentata dalla loro fragile e precaria esistenza. “Noi portiamo il fuoco” dice spesso il padre al figlio per motivare quel viaggio insensato, ed il fuoco di cui parla è, metaforicamente, quel patrimonio di umanità che, nonostante la spietata lotta per la sopravvivenza, alberga ancora in loro, soprattutto nel bambino. La pietas dimostrata da quest’ultimo negli incontri con l’uomo bruciato dal fulmine, con il bambino intravisto nella città e soprattutto con il vecchio, al quale cedono contro il loro interesse una parte delle loro preziose cibarie, dimostra con commovente intensità che più importante di ogni cosa è conservare dentro di sé un residuo di senso morale, senza il quale viene meno la spinta e il desiderio stesso di rimanere al mondo. Il fuoco quindi altro non è che il bambino stesso, prezioso residuo di giovinezza in un mondo mummificato, che il padre difende e custodisce con tutte le energie e che porta eroicamente in fondo al suo cammino umano, consegnandolo come un emblematico testimone a una piccola comunità di sopravvissuti “buoni” disposti a continuare a lottare giorno per giorno per dare un senso alla vita.
“La strada” è un romanzo bellissimo, impregnato com’è di una dostojevskijana ricerca di imperativi morali all’agire degli uomini, un romanzo metafisico pur senza essere dichiaratamente religioso (aleggia sotterraneamente nelle sue pagine la domanda “perché Dio ha permesso tutto questo?”), un romanzo profetico in cui ogni frase si configura come un segno destinato a riecheggiare per secoli. Il linguaggio spoglio e secco di McCarthy, fatto di poche parole e molti, lunghi silenzi, brevi domande a cui seguono sintetiche e icastiche risposte, è di una densità impressionante. Sembra quasi che lo scrittore americano abbia lasciato prosciugare, disseccare le sue frasi per distillarne solo l’essenziale, senza una sola riga superflua, senza un solo vocabolo fuori posto, con ciò adattandolo miracolosamente all’apocalittico scenario descritto. Pur non intervenendo mai come “autore”, cioè non andando mai al di là degli scarni dialoghi e della oggettiva registrazione di ciò che fanno e vedono i personaggi, McCarthy è riuscito a mettere in scena una lucidissima riflessione sull’inevitabilità del male e sull’altrettanto evidente necessità del bene e la più potente metafora della vita che mai mi sia stato dato di leggere in uno scrittore contemporaneo, in una visione del mondo che, se pure è manichea, trasuda un’autentica fede nell’uomo e possiede la forza etica e la carica pedagogica dei più ispirati profeti.

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La strada 2019-05-14 12:56:12 Vincenzo1972
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    14 Mag, 2019
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Noi siamo buoni.. e portiamo il fuoco.

Una strada da percorrere. Senza inizio e senza fine. Non conosciamo il punto di partenza nè tantomeno dove possa condurre. Attraversa luoghi sconosciuti, irriconoscibili perchè hanno perso la loro identità, tracciati su mappe ormai inutili perchè disegnate su un mondo che non c'è più. Distrutto, incendiato, non è dato sapere cosa sia successo esattamente, quale sia stata la causa, ciò che rimane è l'effetto: una coltre di cenere e polvere che ha avvolto la terra inquinando aria e acqua, persino la luce ha perso le sue tonalità più calde quasi fossero state assorbite dall'unica dominante grigia. E poi l'oscurità: assoluta, incontaminata, l'essenza del buio, senza luna o stelle nel cielo che possano turbare con la loro presenza quella infinità immobile, nera ed avvolgente.
"Oscurità della luna invisibile. Le notti erano solo leggermente meno nere. Di giorno il sole esiliato gira attorno alla terra come una madre in lutto con una lanterna in mano."
Un padre e il proprio figlio procedono lungo la strada, non seguono un percorso, inseguono una speranza: il mare potrebbe essere la loro salvezza, forse il mare è stato risparmiato. Una speranza flebile, tenue, come la forza che li tiene in vita: diventano l'uno il sostegno dell'altro, condividono tutto, da quel poco di cibo che riescono a racimolare per le strade al calore dei loro corpi quando dormono stretti in un unico abbraccio sotto un telo di plastica sul ciglio della strada. Solo i sogni non condividono: perchè non possono, perchè il bambino è nato quando il mondo era già devastato e sfigurato e nella sua mente non ci sono ricordi di un mondo diverso, illuminato dal sole, popolato da animali e piante e in cui gli uomini non mangiano altri uomini per sopperire alla mancanza di cibo, un mondo come quello in cui l'uomo spesso si rifugia per non morire dentro, per non soccombere alla disperazione come già accadde a sua moglie che, abbandonando lui ed il bambino al proprio destino, preferì la morte ad una sopravvivenza fatta di stenti e dolore.
Nella pistola che l'uomo porta sempre con sè ci sono ancora due proiettili, uno per lui ed uno per suo figlio: tante, tante volte è stato sul punto di premere il grilletto puntando la pistola alla testa di suo figlio, per poi fare la stessa cosa su di sè. Ma in quegli occhi c'era una luce, quella stessa luce che il mondo aveva ormai perso, c'era il fuoco dell'amore e dell'abnegazione, unica speranza su cui ricostruire l'umanità:
"Noi siamo buoni.. e portiamo il fuoco."

Il romanzo di McCarthy, vincitore del premio Pulitzer nel 2006, è un capolavoro: la sua potenza espressiva è devastante, lo scenario apocalittico è descritto in modo così efficace da far sembrare surreale il mondo reale, come se case, alberi, strade, tutto ciò che ci circonda fosse destinato a crollare da un momento all'altro, sepolto sotto cumuli di cenere e pioggia. Ma la vera forza del romanzo è nella caratterizzazione dei due protagonisti, padre e figlio, ultimi brandelli di umanità in un mondo in cui ogni principio etico e morale è stato cannibalizzato dall'istinto di sopravvivenza, lo stesso che induce l'uomo a mettere la salvezza del figlio prima di ogni altra cosa, prima della sua stessa vita e, ancor più, quella degli altri. "Il bambino era l'unica cosa che lo separava dalla morte."
Ma il bambino era anche la sua garanzia dinanzi a Dio. Era il fuoco: 'se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato'. Palpabile in tutto il romanzo l'alone di Dio: è il terzo protagonista, invisibile ma onnipresente, nel deserto della Giudea era Satana il tentatore, lungo la strada di McCarthy è Dio che mette alla prova l'uomo: il vecchio viandante in cerca di cibo, il ladro che li deruba di tutto e cerca pietà una volta scoperto e la pistola con i due proiettili che potrebbero porre fine in un attimo a quella sofferenza. Tentazioni. Prove per redimere la propria anima. Ed il bambino è luce, profeta, salvatore. Ma soprattutto è amore. E se nel finale si intravede una seppur minima speranza di futuro, essa si basa proprio sull'amore e sull'altruismo. Altrimenti distruzione e solitudine. Indipendentemente dalle interpretazioni soggettive, la dimensione religiosa che permea l'intero romanzo non porta alla scoperta di Dio, chi o cosa sia, bensì conduce all'unica risposta possibile ai dubbi e alle circostanze che pongono l'uomo dinanzi a scelte difficili, scelte per le quali vacillano tutti i princìpi e le certezze: una risposta di una sola parola, amore.
In quest'ottica, merito innegabile dell'autore è quello di aver scritto un'opera che eleva l'amore a sentimento universale e a speranza unica di immortalità per l'umanità senza retorica e pomposità: sembra quasi che tutto ciò che sia stato sottratto all'umanità, non solo cibo, aria pura, luce ma anche serenità, giustizia, identità (nessun personaggio ha un nome) venga poi restituito, amplificato, nei gesti e nelle parole di amore del bambino.
Allo stesso modo, i dialoghi tra l'uomo ed il bambino, seppur scarni, ridotti ai minimi termini, sono straordinariamente pregni di un'intensità poetica che straborda dalle parole dando piena consapevolezza al lettore della forza di quel legame simbiotico tra padre e figlio in cui l'uno è il mondo intero dell'altro.
"Guardò il bambino addormentato. Ce la farai? Quando sarà il momento? Ce la farai?
Dormirono l'uno contro l'altro fra le trapunte puzzolenti nel buio e nel freddo. Lui teneva il bambino stretto a sè. Così magro.
Angelo mio, disse."

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La strada 2018-03-06 22:53:36 RadicidiCarta
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RadicidiCarta Opinione inserita da RadicidiCarta    07 Marzo, 2018
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Un piccolo capolavoro

"Ci dimentichiamo le cose che vorremmo ricordare e ricordiamo quelle che vorremmo dimenticare."

La strada è un romanzo apocalittico di Cormac McCarthy, che ha permesso all’autore di conquistare il premio Pulitzer nel 2007. Nello stesso anno è stato pubblicato da Einaudi e ristampato nel 2014. Nel 2009 è uscito nelle sale un adattamento cinematografico con Viggo Mortensen come protagonista.

La strada è un volume breve ma intenso, quasi estenuante, ambientato in un mondo ormai in rovina. La trama in realtà è semplicissima: un padre e un figlio viaggiano verso sud, cercando di arrivare al mare.
Quello che colpisce è, invece, il modo in cui McCarthy sviluppa questo breve horror post-apocalittico: l’autore lascia che i suoi personaggi si scontrino non con un antagonista “canonico”, ma con il bisogno di sopravvivere.

Lo stile essenziale dell’autore, la mancanza di fronzoli e descrizioni dettagliate, sembrano sottolineare la sensazione di morte che permea il mondo dove si muovono i protagonisti, amplificando l’angoscia che l’uomo e il bambino provano dopo giorni senza cibo e acqua.

PERSONAGGI

"Le storie che raccontava erano sospette. Non poteva ricostruire il mondo perduto per compiacerlo senza trasmettergli il dolore della perdita, e pensò che forse il bambino lo sapeva meglio di lui."

I protagonisti del libro sono due: un padre e un figlio. Non hanno nome, non ne hanno bisogno. Il padre è un’ombra, grigia quanto il mondo che li circonda, che cerca di non pensare al passato, ma non può fare a meno di rifugiarcisi, anche solo nelle storie che racconta al bambino. La sua vita, la sua intera esistenza sembra dipendere solo dal piccolo che lo accompagna.

Il figlio, invece, sembra completamente fuori luogo rispetto al mondo circostante: nonostante tutte le difficoltà, non perde mai il desiderio di aiutare gli altri, e soffre ogni volta che il padre è costretto ad uccidere un altro uomo o ad abbandonarlo lungo la strada. Il suo comportamento è talmente in antitesi rispetto al contesto, che più di una volta mi sono irritata, esattamente come il padre. Allo stesso tempo, però, la sua bontà lascia degli spiragli nella storia, la alleggerisce.

CONCLUSIONI

"Ciò che si altera ricordando ha comunque una sua realtà, che la si conosca o meno."

La strada è un libro che a volte ti colpisce come un pugno nello stomaco. Nonostante siano poco più di duecento pagine, la trama sia inesistente e l’autore non spieghi nulla dell’ambientazione, delle origini di tutta quella distruzione, la lotta per la sopravvivenza dei due protagonisti viene descritta in modo talmente realistico e semplice da entrare sottopelle.

Per tutta la lettura ho continuato a chiedermi che cosa avrei fatto io se fossi stata nei loro panni. Sarei andata avanti, sapendo che non c’è più la minima scintilla di speranza? Che cosa spinge questo uomo a continuare a camminare, ad andare avanti ogni giorno quando tutto quello che lo circonda è solo cenere e morte?

L’autore ci mette davanti alla brutalità dell’uomo, ci fa domandare fino a che punto l’essere umano potrebbe arrivare per sopravvivere: continueremmo a cercare di essere compassionevoli? Oppure diventeremmo dei mostri che rinchiudono in cantina i propri simili per farli a pezzi e cibarsi delle loro carni?
Ma non solo. McCarthy mette in primo piano anche il tema dei ricordi. In una situazione così disperata, quanto i ricordi sono un sollievo e quanto un peso?

La strada è un libro impegnativo e non sono sicura che sia adatto a tutti. Un lettore impressionabile potrebbe rimanere troppo colpito da alcune scene, anche se l’autore non si accanisce mai nelle descrizioni. Eppure ritengo che sia una lettura importante, una di quelle che più mi ha fatto riflettere, nonostante la scelta di non dare spiegazioni sull’ambientazione e sul bambino.
Proprio quest’ultimo è la risposta a molte delle domande che l’autore ci presenta nella sua opera. Sottolinea come, anche in mezzo all’apocalisse, si possa rimanere umani per quanto sia difficile. Non per nulla, sono pochissimi i personaggi che portano il fuoco.

"Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso."

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La strada 2018-02-25 07:18:03 68
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68 Opinione inserita da 68    25 Febbraio, 2018
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Orrore ed amore per sempre...

Una strada, un uomo che tiene stretto a se’ un bambino tremante, l’ uno il mondo dell’ altro, solitari, ostinati, tra le macerie del mondo. Nulla più, solo una oscurità senza nome, freddo e silenzio, il fantasma della sagoma grigia della città, l’ aria cinerea tra i resti di una terra defunta.
Due figure emaciate che viaggiano verso sud, senza meta e speranza, neanche di vita, sospinti da un flebile soffio, sfiniti, assonnati, affamati, quasi morti.
Che cosa è successo? E chi sono i buoni e i cattivi? Difficile dirlo se non che vecchie e spinose questioni si sono risolte in tenebre e nulla. Ormai sopravvive stentatamente il solo presente, un legame indissolubile, un uomo senza nome che spinge un carrello, tenendo stretto a se’ un bambino tremante.
Non ci sono liste di cose da fare, ne’ un dopo, padre e figlio stanno morendo di fame vagando in una oscurità senza nome, dimensione e profondità. Esistono ancora i sogni, confusi con l’ incubo in atto ed i fantasmi che popolano un paesaggio di cenere e morte.
È un ritorno ad una vita primaria, prede e predatori sospinti da un istinto di sopravvivenza ed una misteriosa forza che costringe a rischi incalcolabili per proteggere i propri cari.
E’ una caccia disperante alla ricerca di cibo, braccati da ombre oscure, dalle proprie paure, dalla certezza di una morte imminente. Ma è costantemente presente, tra le pagine, un grande senso di tenerezza, l’ amore sconfinato per il proprio bambino, e guardandolo dormire l’ uomo scoppia in un pianto irrefrenabile legato a bellezza e bontà, concetti in lui dissolti dalle tenebre dell’ oggi..
Il bambino domanda, si interroga, desidera parlare, ascoltare, sapere. Ma l’ uomo non può ricostruire un mondo perduto senza trasmettere anche il dolore della perdita ne’ riaccendere nel cuore del figlio la cenere del proprio sentire.
La paura è compagna costante, insieme ad umana dissolvenza e ad una inverosimile invidia per i morti. Si cerca di ripensare alla propria vita, ma non c’è una vita a cui pensare, ogni attimo è una menzogna, i giorni si trascinano uno dopo l’ altro e padre e figlio camminano oltre, lerci, cenciosi, verso l’ ignoto.
Ci sarà un momento, inevitabile, inderogabile, in cui le forze verranno meno e si sentirà la fine imminente.
È allora che, rimossi egoismo e rimpianto, un padre non potrà’ più tenere a se’ il figlio, pena un cortocircuito evidente, ma, indicatagli la via, dopo averlo guidato, protetto, accudito, curato, sfamato, consolato lo lascerà allontanarsi, per sempre, in un sublime gesto d’ amore.
Nel deserto di una terra ignota e smarrita, di fronte al mare aperto, l’ amore figliale svelerà una speranza di vita in un fotogramma stridente ma ancora più forte.
Il presente, con il proprio sistema affettivo e relazionale, è vissuto strenuamente nella forza delle parole, nei silenzi, nella condivisione, nella sofferenza, nella esperienza e nella trasmissione della eredità genitoriale, in una relazione viva e significante, laddove imperano esclusivamente cenere, disperazione e morte.
E’ la forza di un amore puro, disinteressato, ostinato a precedere fatti e ossessioni e inseguito con tutto se stesso a dare un senso preciso al racconto.
In questa oscurità impenetrabile e nel buio freddo ed autistico, laddove si vive l’ assenza del tempo e corpi e materia si sono fusi indistintamente lasciando la propria essenza e rivelando una fragilità onnipresente, non rimane che questo, e scusate se è poco….

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La strada 2017-07-16 07:51:01 Elena72
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Elena72 Opinione inserita da Elena72    16 Luglio, 2017
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il coraggio di proseguire la propria strada

“Freddo e silenzio. Le ceneri del mondo defunto trasportate qua e là nel nulla da lugubri venti terreni. Trascinate, sparpagliate e trascinate di nuovo. Ogni cosa sganciata dal proprio ancoraggio. Sospesa nell'aria cinerea. Sostenuta da un respiro, breve e tremante.” (p. 9)

Polvere e cenere, cielo plumbeo, pioggia, neve e freddo. Padre e figlio camminano con una carrello e una pistola in cerca di cibo, entrano in qualche vecchia abitazione distrutta, il padre prende ciò che trova, mangiano, dormono e riprendono il cammino verso sud, verso un mare che poi si rivelerà anch'esso grigio e senza vita. Il mondo è diviso in buoni (pochi) e cattivi che uccidono senza pietà gli altri uomini e se ne nutrono. Uno scenario post-apocalittico in cui solitudine e devastazione hanno cancellato tutto: spazio e tempo si sono annullati, non esiste la speranza che qualcosa possa cambiare. Solo la presenza del bambino dà al padre la motivazione per non arrendersi, la forza per proseguire:

“Nessuna lista di cose da fare. Ogni giornata sufficiente a se stessa. Ogni ora. Non c'è un dopo. Il dopo è già qui. Tutte le cose piene di grazia e bellezza che ci portiamo nel cuore hanno un'origine comune nel dolore. Nascono dal cordoglio e dalle ceneri. Ecco, sussurrò al bambino addormentato. Io ho te" (p. 42)

McCarthy ci presenta un mondo tornato alla preistoria della civiltà, in cui la fame è la caratteristica dominante, popolato da bande di predoni nomadi pronte ad uccidersi pur di mangiare. Non sappiamo cosa sia accaduto prima, quale catastrofe abbia ridotto il mondo in queste condizioni: il padre ha qualche ricordo, talvolta sogna, ma i sogni non possono dare consolazione né speranza e il padre invita il bambino a diffidare dell'immaginazione:

“Quando sognerai di un mondo che non è mai esistito o di uno che non esisterà mai e in cui sei di nuovo felice, vorrà dire che ti sei arreso.” (p. 144)

L'importante è non arrendersi, andare avanti, qualunque cosa accada. Padre e figlio hanno un'unica certezza: sanno di essere “i buoni” e portano il fuoco che in questo testo ha un potente valore simbolico: in un mondo buio, freddo e senza amore è l'elemento che, forse, consentirà di ricreare una civiltà nuova fatta di luce, calore e solidarietà. Il bambino ha questo ruolo: è lui a portare il fuoco perché è l'unico ad aver mantenuto caratteristiche "umane", non vuole uccidere per mangiare, è terrorizzato dal cannibalismo, vuole sempre aiutare chi incontra offrendo il poco cibo disponibile.

“La strada” è un romanzo molto suggestivo, dal forte impatto emotivo, angosciante. L'autore si esprime con una prosa essenziale, incisiva, in forte sintonia con il contenuto, tanto che a tratti risulta destabilizzante. Il testo è ricco di simboli e significati che il lettore è libero di interpretare, non sono mancate letture in chiave religiosa visto che all'inizio si dice “Sapeva solo che il bambino era la sua garanzia. Disse: Se non è lui il verbo di Dio allora Dio non ha mai parlato.” (p. 4).

“La strada” è un libro che all'inizio mi ha spiazzata, poi coinvolta e alla fine commossa. Appena terminata la lettura ero perplessa, ho dovuto attendere qualche giorno per metabolizzarne i contenuti e le impressioni, per capirne il significato e per apprezzarne lo stile che, al primo impatto, mi era sembrato eccessivamente monotono. Ora posso dire che, alla fine, "La strada" mi è piaciuto; il mondo descritto da McCarthy non è poi così lontano: l'egoismo, la solitudine e la mancanza di speranza da sempre possono rendere la vita un inferno in cui solo l'amore può darci la forza di alzarci e la determinazione per proseguire nella nostra strada.

“Qual è la cosa più coraggiosa che tu abbia mai fatto?
Alzarmi stamattina, disse.” (p. 207)

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La strada 2017-07-12 15:48:54 Giovannino
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Giovannino Opinione inserita da Giovannino    12 Luglio, 2017
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La strada della vita.

Uno scenario post apocalittico stile The Walking Dead, un uomo/padre, un bambino/figlio, un carrello con un pò di cose, nient’altro. E’ questo in sostanza tutto quello che troverete in questo romanzo, che essendo stato pubblicato per la prima volta nel 2006 può essere considerato forse fonte di ispirazione per certi film o serie tv venute dopo.
Il romanzo parte subito molto stretto sui due protagonisti e non ci viene mai spiegato perché o come il mondo sia stato ridotto ad una landa desolata. Allo stesso modo non ci viene mai detto il nome dei due protagonisti che vengono sempre indicati come “l’uomo” o “il papà” ed “il figlio” o “il bambino”. La storia si svolge molto lentamente, tra una visita in cerca di cibo in un paese abbandonato ed un sogno del padre che spesso ci ricorda com’era la vita prima “dell’armageddon”. Gli unici personaggi che si incontrano nel racconto sono degli altri disperati, che il papà divide in buoni (sostanzialmente delle vittime sacrificali), ed in cattivi (predoni, ladri, pirati ma soprattutto cannibali). L’obiettivo è quello di arrivare al mare e cercare una presunta via di fuga da questo mondo, d’altra parte è significativo quello che dice spesso il bambino: “Noi siamo i buoni Papà, noi portiamo il fuoco”.
Alla fine non andrà tutto come previsto ed il romanzo lascerà la storia aperta così che a questa il lettore possa dare diverse interpretazioni o più semplicemente finali. L’impressione che mi ha dato è stata quella di voler raccontare tramite un’allegoria il percorso padre-figlio, dalla formazione, all’incontro delle difficoltà e relativo superamento, al lasciare il figlio andare per la propria strada quando ormai non si ha più nulla da potergli dare/insegnare.
La scrittura è semplice, i capitoli e i paragrafi sono spesso corti e spezzettati, il linguaggio scorrevole e ricco di dialoghi. La storia in sé non è brutta ed è stato anche molto bravo l’autore a non esagerare con il numero di pagine vista la continua ripetizione di scene, paesaggi e personaggi che avrebbero potuto ala lunga risultare ripetitivi e noiosi. In conclusione è un libro breve e che si legge velocemente anche se a tratti rischia di diventare un monotono. Una lettura leggera di qualche giorno.

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La strada 2017-05-22 11:01:26 Meredith
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Opinione inserita da Meredith    22 Mag, 2017

ATTENZIONE! MANEGGIARE CON CURA!

Approcciatevi alla lettura di questo libro con molta delicatezza. Entrateci in punta di piedi.
Alla fine di questo viaggio vi sentirete diversi, con una consapevolezza nuova verso il mondo che ci circonda e gli esseri che lo abitano. Penserete: in fondo ciascun libro, al suo epilogo, ti lascia qualcosa dentro. È vero, non lo nego. In questo caso, però, l'impatto è forte, tanto forte.
La scrittura di McCarthy è di fronzoli, è "pane al pane, vino al vino", non prevede descrizioni e dettagli che, a volte, possono risultare estenuanti e smorzano il ritmo della narrazione. Non ci sono sfumature nel suo modo di vergare: o è bianco o è nero.
In questo caso è tutto nero, il buio pesto cala come un manto su una cittadina americana, colpita da una catastrofe. La gente del luogo è stata decimata quasi totalmente. È come se la catastrofe avesse spostato l'asse temporale fino all'era primitiva, dove governano gli istinti, soprattutto quello di sopravvivenza. I pochi sopravvissuti sembrano viaggiare a ritroso nel tempo e ne tornano cannibali. Vagano in cerca di vite umane da spezzare per poi nutrirsi dei loro corpi straziati. Che siano adulti o bambini, non fa differenza.
Solo un padre e il suo bambino conservano un animo buono e affrontano l'impervio paesaggio tra pioggia, neve, freddo, fame e febbri da cavallo, stando accorti a nascondersi dai cannibalj nei boschi. Frugando nelle case ormai disabitate, tentano di racimolare cibo, coperte, indumenti, teli di plastica e un po' di benzina per accendere il fuoco. Raccolgono il tutto in un carrello del supermercato.
La natura della catastrofe non viene specificata, l'uomo e il bambino non hanno un nome. Queste omissioni non tolgono alcun valore alla storia.
Vi ho consigliato di entrarci in punta di piedi, perché, è inutile nasconderlo, questo è la disperazione fatta libro. Avrete l'esigenza di sospendere per un po' la lettura, perché farà troppo male, perché vi sembrerà di ingoiare tanti piccolj pezzetti di vetro, perché alcune immagini sono davvero crude.
Vi chiederete se mai arriverà qualche spiraglio di luce in tutta quella cenere, in quel mondo monocromatico. La luce arriva, ma a piccole, piccolissime dosi e sarà come respirare ossigeno a pieni polmoni dopo un tentativo di soffocamento.
Fate attenzione al bambino, fate attenzione ad una frase che l'uomo pronuncia parlando del figlio: "Se non è lui il verbo di Dio, allora Dio non ha mai parlato."
Vi ci imbatterete nelle prime pagine, ma l'apprezzerete fino in fondo solo alla fine.
Il bambino è la chiave, è l'oasi nel deserto, è "colui che porta il fuoco", è il simbolo di una speranza che ancora non si è spenta. Non posso dirvi altro su di lui. Rischierei di non farvi vivere a pieno questa esperienza, perché, si, questo libro è un'esperienza di vita, nella quale, ancora una volta, è un bambino ad indicarti la strada.

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La strada 2016-10-24 07:58:13 CortaZur
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CortaZur Opinione inserita da CortaZur    24 Ottobre, 2016
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Una lunga e grigia delusione

Premio Pulitzer per la narrativa 2007, scritto da uno dei maestri contemporanei della lettaratura americana autore di molti altri scritti di successo, incensato dalla critica trasversalmente.

Con queste premesse ho iniziato questo libro convinto di leggere un sicuro capolavoro, purtroppo la realta` e` stata contraria alle mie aspettative. Un romanzo ambientato in un grigio e nebbioso futuro post-apocalittico dove i due protagonisti, padre e figlio senza nome entrambi, sono gli unici personaggi che appaiono accompagnati da un carrello da supermercato, nella loro costante ricerca di cibo per sopravvivere.
Pochissimi altri personaggi fanno capolino tra le pagine e questi sono perlopiu` accessori ignorabili che aggiungono poco al totale. Un mondo disabitato, dove il cannibalismo e` pratica comune e dove i valori sono stati rovesciati per sopravvivere ad una totale mancanza di ordine.

Lungo la strada, da cui il titolo, si accompagna la coppia e pagina dopo pagina si realizza che il vero protagonista del libro e` il rapporto bellissimo tra padre e figlio; un padre che nonostante tutto continua a instillare un'educazione ai principi sani e giusti del genere umano, attraverso i modi piu` disparati, che conferiscono alla storia i momenti di climax piu elevato visto la tenerezza ed empatia che suscitano.
Oltre a questo poco altro, si continua a leggere aspettando che succeda qualcosa, aspettando un picchio di emozioni, un destino, un qualcosa che non arriva e che lascia quella sensazione di incompiutezza per la quale probabilmente e` stato scritto il romanzo, dove forse lo scrittore ha voluto evidenziare l'importanza dei rapporti familiari piuttosto che distarre con trame accessorie.

Lo stile di McCarthy non mi ha entusiasmato, l'uso costante della terza persona singolare, la descrizione ripetitiva di paesaggi sempre uguali, il non dare nome ai personaggi sono tutti elementi che hanno contribuito a non farmelo piacere e a rendere la lettura pesante.

In definitiva un libro che a mio parere e` sopravvalutato, che promette piu` di quello che mantiene e che mi ha deluso non poco.

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La strada 2016-10-24 07:37:14 martaquick
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martaquick Opinione inserita da martaquick    24 Ottobre, 2016
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Mai è un sacco di tempo.

Una storia triste e tetra da immaginare in bianco e nero, un papà e suo figlio che cercano la salvezza in un mondo in cui non ce n'è.
Non sappiamo i nomi dei protagonisti ma sappiamo che c'è un forte legame tra i due, il padre che cerca con tutte le sue forze di far sopravvivere lui e il suo bambino, unica purezza e ragione della sua attuale vita.
Sporadiche scene del passato raccontate dal padre che il bambino non può ormai più capire perchè il suo mondo è quello che vivono alla giornata, distese di cenere e paura, tanta paura che corrode la loro vita ma fortunatamente non riesce a uccidere il loro lato umano.
Incontri sfortunati con altri sopravvissuti che sono quasi difficili da leggere e concepire, la scena della botola mi ha lasciato del male dentro.
Una storia che potrebbe riguardare chiunque in un mondo devastato dagli eventi ed il finale è davvero troppo veloce per un libro così sentito.
Lo consiglio a tutti anche se è un romanzo che ti lascia la disperazione addosso.

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