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Meridiano di sangue Meridiano di sangue

Meridiano di sangue

Letteratura straniera

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A metà Ottocento, al confine tra Messico e Stati Uniti, una banda di killers professionisti annienta tutto quello che trova sul suo cammino. Un ragazzo del Tennessee, fuggito di casa, si unisce a una banda di cacciatori di scalpi. La banda ha un regolare contratto per sterminare gli Apaches e lascia dietro di sé una scia di sangue che sembra apparire all'orizzonte come un tramonto infuocato. Fino a quando i massacri diventano imbarazzanti per quelli stessi che li avevano commissionati. Trent'anni dopo l'uomo del Tennessee che da ragazzo aveva attraversato il "meridiano di sangue", ritroverà il giudice Holden, uno della banda, chiamato a leggere la sua ultima, definitiva sentenza.



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Meridiano di sangue 2020-06-27 16:44:00 kafka62
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kafka62 Opinione inserita da kafka62    27 Giugno, 2020
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UN ORRORE DIABOLICO

“Quando Dio ha fatto l’uomo doveva avere il diavolo accanto”

Ho percorso la parabola artistica di Cormac McCarthy a ritroso, in quanto dei suoi libri ho letto per primo “La strada”, poi la “Trilogia della frontiera” e infine “Meridiano di sangue”. Da questo approccio anti-cronologico ho potuto evidenziare come l’ultimo McCarthy, per quanto cupo, apocalittico e disperato, è un autore ottimista se paragonato a quello degli esordi. “Meridiano di sangue” è infatti il romanzo più dannatamente atroce che abbia mai letto: quello che McCarthy vi descrive è un mondo maledetto, selvaggio, dominato dalla violenza e dalla sopraffazione, in cui scene di massacri, di omicidi gratuiti e di abiezioni assortite si susseguono con sconcertante assiduità e, soprattutto, senza speranza di redenzione alcuna.
Il protagonista è un ragazzo di 14 anni, che l’autore non chiama mai per nome e che sembra un po’ l’antenato di John Grady e di Billy Parham, i personaggi principali della “Trilogia”. Ma se questi ultimi avevano un codice etico molto preciso e una legge morale incapace di scendere a compromessi, benché – codice e morale – fondamentalmente istintivi e destinati a scontrarsi dolorosamente con la cruda realtà, “il ragazzo” non può a prima vista essere inequivocabilmente considerato un personaggio positivo. Egli scompare per intere pagine, mescolato alla folla di esseri umani che lottano crudelmente per la sopravvivenza per tutte le 340 pagine del libro. Fin da quando egli, poco più che bambino, va via da casa e inizia a peregrinare tra Stati Uniti e Messico non sussistono illusioni di sorta. La vita è una lotta darwiniana per non soccombere, e ciò che più colpisce è che egli la accetti con rassegnazione e apatia, come una cosa ineluttabile a cui non ci si può sottrarre per il semplice fatto di essere nati. Non c’è traccia di psicologia in “Meridiano di sangue”, ma solo bruta animalità, una coazione a ripetere gratuitamente gesti di violenza e a spostarsi senza motivi apparenti per lande ostili e desolate, cosa che è un po’ il tratto caratteristico di tutta la narrativa mccarthyana. Il ragazzo uccide al pari dei suoi compagni della famigerata banda di rinnegati del comandante Glanton (un personaggio, si badi bene, realmente esistito), ma a differenza loro non lo fa mai per bieco sadismo o animalesca crudeltà; quando ha l’occasione di chiudere i conti con il giudice non lo uccide perché si rifiuta di sparargli alle spalle; c’è ancora in lui, fievole ma non spento del tutto, un piccolo barlume di umanità, miracolosamente sopravvissuto ad anni di costante contatto con l’orrore. E’ vero però che opporsi al male non si può, perché il male sembra ontologicamente onnipresente e invincibile. La figura del giudice Holden, uomo enorme in tutti i sensi, diabolico, cinico e senza scrupoli pur nella sua cultura e “savoir faire”, ne è un po’ l’emblema, finendo per diventare il principale deuteragonista.
Il giudice è probabilmente l’invenzione narrativa più notevole di “Meridiano di sangue”. Non è un caso che egli sembri immortale e ubiquo. Il ragazzo lo incontra nelle prime pagine del romanzo, mentre diffama e fa quasi linciare dalla folla un predicatore, lo ritrova nella banda di Glanton, e poi ancora fino agli anni della sua maturità, sempre uguale a se stesso, sia che si aggiri nudo nei notturni bivacchi nel deserto sia che si comporti da cittadino elegante e rispettabile, sempre a suo agio in tutte le situazioni più torbide, mellifluamente amichevole e paternalistico, ma fondamentalmente privo di sentimenti. Con una interpretazione neanche troppo azzardata, il giudice potrebbe essere il diavolo incarnato, e la sua onnipresenza rappresentare l’inevitabilità del male, della violenza e della guerra (la cui necessità egli propugna con appassionata enfasi oratoria). La sua figura è fagocitante, titanica, e il suo contraltare ideale, lo spretato Tobin, il quale cerca di portare il ragazzo dalla sua parte con il velleitario richiamo alla saggezza divina, è troppo debole per sperare di non soccombere nell’impari duello.
“Meridiano di sangue” trae la sua forza dall’essere contemporaneamente sia un romanzo simbolico, che riflette sui grandi temi etici dell’umanità, sia un romanzo estremamente concreto. Delle violenze che il protagonista attraversa al lettore non viene infatti risparmiato nulla. E’ anzi probabile che in nessun altro libro contemporaneo si siano visti tanti cadaveri, di uomini e di animali, e tutto questo con uno stile asciutto e anti-sentimentale, anche quando a morire in maniera atroce ed infamante sono esseri inermi e innocenti come i bambini. Sangue, sudore, odore di polvere da sparo, puzzo di decomposizione: tutto questo è “Meridiano di sangue”, ma anche, come a far da contrappeso, una natura ostica e selvaggia, che scorre inesplicabile e bellissima davanti agli occhi degli uomini, incapaci di coglierne la magnificenza ma anche di sottrarsi al suo enigmatico fascino (di qui la loro ostinazione a rimettersi in viaggio alla prima occasione, non importa per dove o per quanto tempo). E’ un grande privilegio del lettore di McCarthy perdersi con i suoi personaggi per deserti sterminati e montagne impervie, di fronte a tramonti di fuoco o nel mezzo di tempeste terrificanti o ancora nel silenzio di notti stellate trascorse all’addiaccio, sublimando la lentezza e l’apparente ripetitività della narrazione in un’esperienza, spirituale ed esistenziale piuttosto che meramente artistica e letteraria, unica e irripetibile.

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"Trilogia della frontiera" di Cormac McCarthy
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Meridiano di sangue 2019-02-03 06:31:53 Bruno Elpis
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Bruno Elpis Opinione inserita da Bruno Elpis    03 Febbraio, 2019
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Cento dollari per ogni scalpo

Meridiano di sangue di Cormac McCarthy è un romanzo che fin dalle prime righe dichiara subito i suoi intenti: bellicosi (“La tenda cominciò a ondeggiare e deformarsi, e come un’enorme medusa ferita si afflosciò lentamente al suolo…”), incendiari (“L’albergo stava bruciando e c’era gente intorno a guardare”), orrifici (“Un muso rincagnato e raggrinzito, piccolo e cattivo, labbra nude arricciate in un orribile sorriso e denti azzurro pallido alla luce delle stelle. Si piegò su di lui. Gli scavò abilmente due solchi sottili nel collo e piegando le ali su di lui cominciò a bere il sangue”).

Non è propriamente facile seguire le gesta di un ragazzo che si unisce a masnadieri (“Saremo degli irregolari, ma non vogliamo passare per straccioni, vero?”) ribelli (“Mentre quei bambocci di Washington scaldano le loro poltrone, se noi non ci muoviamo, un giorno sul Messico – e mi riferisco a tutto il paese – sventolerà una bandiera europea”) e mercenari (“Si chiama Glanton, disse Toadvine. Ha fatto un contratto con Trias. Gli pagheranno cento dollari per ogni scalpo e mille per la testa di Gomez”) che seguono un itinerario di morte nel far west (“Andremo nella Sonora”).

Le scene di sangue (“I selvaggi… li afferravano per i capelli e passavano la lama indifferentemente intorno ai crani dei vivi e dei morti e strappavano via le capigliature insanguinate e tagliavano e mutilavano i corpi denudati, staccando membra, teste, sventrando quegli strani torsi bianchi e levando in alto manciate di viscere e genitali”) e di atrocità (“Inclinarono il recipiente in modo che la testa venisse a trovarsi proprio davanti a lui”) ridiscutono in modo critico lo schema che vede contrapposti buoni/cattivi, indiani/cowboy (“Nella chiesa non c’erano banchi e sul pavimento di pietra si ammassavano i corpi scalpati e denudati e parzialmente divorati di una quarantina di anime che si erano barricate nella casa di Dio per difendersi dai pagani”).

Giudizio finale: western, atroce, rimandato.

Bruno Elpis

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Meridiano di sangue 2015-06-21 10:44:14 Anna_Reads
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Anna_Reads Opinione inserita da Anna_Reads    21 Giugno, 2015
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I sommersi e... i sommersi.

Meridiano di Sangue - Cormac McCarthy

"Andavano avanti come investiti da una missione dalle origini remote, come legatari uniti da un patto di sangue a un ordine implacabile e antico. Perché sebbene fra loro ogni uomo fosse unico e indistinto, la loro unione dava corpo a qualcosa che non era esistito prima, e in quell'anima comune si stendevano plaghe non più esplorabili di quelle regioni bianche sulle vecchie carte geografiche dove davvero vivono mostri e dove non c'è nulla al mondo conosciuto se non venti immaginari."
Anima Lettrice anelante Storia e Storie, dopo la delusione di Butcher's Crossing mi misuro niente meno che con Cormac McCarthy e il suo Meridiano, avendo letto soltanto, in precedenza, "Cavalli Selvaggi".
Basandosi (wikipedia mi informa) su documenti storici, l'autore crea una storia, quasi senza personaggi. O meglio. I personaggi ci sono. Ma del "protagonista" - The Kid - non veniamo mai a conoscere neppure il nome. E più che di un protagonista si tratta di un "filo conduttore", nel senso che, ogni tanto, ci affidiamo al suo punto di vista. Altro filo conduttore (e altro personaggio pressoché senza nome) "Il Giudice" un enorme e glabro individuo, un po' chimico, un po' soldato, un po' naturalista che viaggia con un grosso quaderno in cui riproduce fedelmente tutto quando vede che non conosce. Prima di distruggerlo.
Altri nomi, di tanto in tanto, emergono dallo Stige che il circonda – tipo Iracondi danteschi – Glanton, lo spretato, Brown, Jackson (bianco e nero), Toadvine…
Tutti personaggi dall'esistenza più o meno randagia che vengono assoldati per dare la caccia agli Indiani che, da parte loro, altrettanto crudelmente, danno la caccia ai bianchi. In un crescendo di violenza, morte, sangue, che non risparmia nessuno e colpisce tutti.
Ma non sono i personaggi che contano, in questa storia.
In questa storia abbiamo una natura spietata e a tratti splendida, quasi leopardiana da quanto è "matrigna" e una Storia che muove le sue piccole comparse sulla scena. E qualche volta se le dimentica pure, sulla scena, come la vecchina avvolta nello scialle che The Kid incontra nel "dopo teatro" dell'ultimo grande massacro che incontra.
Diversamente dal solito non ho un commento musicale in testa (ne sto sentendo diversi e in tutti trovo qualcosa che va molto bene e qualcosa che non va per niente), ma ho un'immagine ben precisa da associare a questo romanzo. Si tratta di un bassorilievo di Andrea Pisano e si intitola "La Strage degli Innocenti" (Pulpito di Sant'Andrea – Pistoia). L'associazione non è tanto per il tema degli innocenti uccisi (che nel romanzo si sprecano, letteralmente, come i colpevoli, del resto), ma proprio per la consistenza magmatica della scena, dalla quale si sbalzano fuori, di quando in quanto, figure destinate inesorabilmente a ripiombare nella massa indifferenziata da cui sono per un momento uscite.

"Il suo spirito si esaurisce nel momento stesso in cui raggiunge l'acme. Per lui il meridiano è insieme il crepuscolo e la sera del giorno. Gli piace giocare? Faccia la sua puntata. Ciò che vedete qui, queste rovine che stupiscono le tribù dei selvaggi, non pensate che tutto questo rinascerà? Oh sì. Ancora e ancora. Con altri uomini, con altri figli."

In tutto questo.
La storia la scrive McCarthy.
Con questo materiale e con questi personaggi il rischio di fare un "fumettone" è altissimo. Il rischio con questa crudeltà ovunque, quantunque e comunque è di banalizzare il tutto nello splatter. Invece, secondo me, ciò non accade proprio perché McCharthy non indugia mai e non è mai compiaciuto, tiene sempre "sotto controllo" scrittura e personaggi. Pochissimi dialoghi (qualche monologo) e nessun – a memoria – commento a quanto visto e descritto.
E soprattutto – dopo i pastrocchi di Butcher's Crossing – nessuna ansia di darti un messaggio, di metterci su un'epigrafe e un bel cappellino.
Mi piace pensare che le grandi storie non ne abbiano bisogno.

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Indubitabilmente una lettura "dura", quindi più che consigliarlo, lo sconsiglierei ai lettori che a disagio con la violenza "scritta" e forse anche ai più giovani.
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Meridiano di sangue 2014-12-24 18:58:05 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    24 Dicembre, 2014
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Un essere fatto di carne, sangue e guerra

E’ sempre complicato dare un giudizio su un libro dal quale ci si aspettava tanto, ma che non ha soddisfatto le aspettative. Soprattutto se è stato scritto dal tuo autore favorito. Un retrogusto amarognolo ti pervade le papille gustative della mente quando ti rendi conto che hai un libro di quell’autore in meno da leggere, e che quest’ultimo non ti ha lasciato quel che speravi. E’ purtroppo il caso di “Meridiano di Sangue”, primo piccolo flop nella mia carriera di lettura McCarthyana. Lo stile è quello tipico dell’autore, ma nella sua forma più cruda e pesante. Si va avanti un po’ a fatica nonostante le metafore siano evocative come sempre anche se forse eccessive nella quantità. Descrive i luoghi in maniera eccellente, ma forse scendendo troppo nei dettagli e rendendo il tutto più faticoso di quanto non sia già, a causa della ripetitività palese degli eventi e dei luoghi che si susseguono tra le pagine. Pregno di una violenza stavolta troppo gratuita e non motivata dalla spiegazione di temi più profondi o dal tratteggiamento psicologico dei personaggi, come è consuetudine negli altri libri del caro Cormac. Dei personaggi l’unico degno di nota è il giudice, antagonista silenzioso fino alla fine dell’opera. Non è un libro da gettare via a priori, dipende sempre dai gusti, ma lo sconsiglio assolutamente per chi volesse approcciarsi per la prima volta all’autore. Si rischierebbe di scartarlo compiendo un madornale errore.

Nonostante le mie parole forse un po’ inclementi, non è del tutto privo di temi e contenuti questo libro. Il Far West non è probabilmente come ci viene mostrato nei film, decisamente imbonito e pregno di personaggi eroici, bensì colmo di malfattori e di spargitori di sangue. Il meridiano di sangue è la scia cremisi che si lasciano dietro il fin troppo giovane protagonista e i suoi compari cacciatori di scalpi. Uomini violenti spinti all’azione dall’amore per il denaro e dell’alcool e dall’erronea convinzione di essere superiori agli indiani e ai messicani ai quali faranno lo scalpo senza pietà, senza alcuna distinzione di età, sesso o predisposizione alla pace piuttosto che alla belligeranza. Convinzione la cui falsità contribuiranno essi stessi a rendere nota, portando scompiglio, ubriachezza, violenza e morte nei luoghi che avevano giurato di “purificare”. Essi rappresentano una peste errante seminatrice di morte tra le città già perse nell’oblio della miseria e sui muri delle quali, al loro passaggio, verranno scritte frasi che sfateranno la loro presunta superiorità rispetto a coloro che uccidono a sangue freddo.
Il giudice dice che l’uomo è nato per far la guerra e il mondo stesso è sorretto da quella che è da sempre definita come la sua peggiore piaga. Balliamo tutti una danza priva di senso fino a quando non ci accorgiamo di quello a cui la nostra esistenza è votata, dice. E quel fondo di verità che le sue folli parole nascondono, sono abbastanza da frantumare l’anima del più statuario degli uomini.

“Ciò che gli uomini pensano della guerra non ha importanza, disse il giudice. La guerra perdura nel tempo. Tanto varrebbe chiedere agli uomini cosa pensano della pietra. La guerra c’è sempre stata. Prima che nascesse l’uomo, la guerra lo aspettava. Il mestiere per eccellenza attendeva il suo professionista per eccellenza. Così era e così sarà. Così e non diversamente.”

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Meridiano di sangue 2012-12-16 16:47:28 Elisabetta.N
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Elisabetta.N Opinione inserita da Elisabetta.N    16 Dicembre, 2012
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Violenza gratuita

Finalmente è finito!
Non ne potevo più, è stata una vera tortura leggerlo!

Iniziamo dalla trama, che è un inutile insieme di violenza a dir poco gratuita, senza alcuno scopo. Si passa dall'uccisione degli Apache, con relativo taglio di scalpo (che schifo!!) allo sterminio di interi villaggi, così per capriccio, solo perchè qualcuno aveva alzato un sopracciglio di troppo... Ma andiamo!
Immaggini troppo crude che mi imponevano di leggere lontano dai pasti, mi ricordo ancora la frase di un personaggio "mi puzza il braccio" e tutte le immagini che ne sono conseguite.

Anche lo stile non mi ha consentito una lettura veloce, anzi l'ho trovato pesante e ripetitivo. Ho letto di qualcuno che ha definito lo stile biblico, per me è un esagerazione, infatti l'ho trovato noioso, scontato e ripetitivo, oltre che inutilmente crudo. L'uso continuo di "e" piazzate in ogni dove all'interno del romanzo mi hanno terribilmente infastidito. Diciamo le cose come stanno, se avessi mai scritto un tema utilizzando lo stile di questo libro avrei sicuramente preso un 3, pertanto perchè dovrei scusare uno scrittore che, a maggior ragione, dovrebbe prestare più attenzione allo stile? Solo perchè viene definito scrittore?

Continuiamo con i personaggi.
Il protagonista è il ragazzo. Era così difficile inventarsi un nome per questo protagonista? Eppure ce ne sono così tanti!!! Lui è l'ignaro testimone delle vicende violente che questo gruppo di persone così diverse condivide. A volte sembra che lo scrittore si dimentichi di lui e più volte mi sono chiesta se non avevo perso un passaggio in cui "il ragazzo" moriva, invece eccolo riapparire qualche pagina più avanti, ancora lui, ancora senza nome.
Se possiamo definire il ragazzo il protagonista, l'antagonista è decisamente il giudice, figura enigmatica, che soffre evidentemente di una grave alopecia universale, dotato di una crudeltà disarmante e di una parlantina capace di confondere anche il più colto degli uomini.
Figura interessante in un contesto grottesco.

Se lo scopo dello scrittore era quello di sfatare il mito del Far West, dei pistoleri dotati di onore, per descrivere eventi probabilmente realmente esistiti, e quello che definisce vero west, mi dispiace, ma a mio modesto parere c'è modo e modo!!
Ho letto altri libri che descrivevano la crudeltà degli eventi senza cadere nell'orrido e nella violenza gratuita..

Detto questo, ho finito il llibro solamente perchè non mi piace lasciare un libro a metà, assolutamente una scelta sbagliata, avrei fatto meglio a riporlo dopo le prime righe.

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Meridiano di sangue 2010-08-29 07:27:22 ferrarideandre
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ferrarideandre Opinione inserita da ferrarideandre    29 Agosto, 2010
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romanzo di confine

Recensione a “Meridiano di sangue” (1985) di Cormac McCarthy, Einaudi, Torino 1996-1998.
di Alberto Ferrari
Che fare a soli quattordici anni nell’America di metà Ottocento, nel Tennessee rurale dove le montagne si perdono a vista d’occhio, se sei orfano di madre dalla nascita e il padre si sbronza da mattina a sera avendo come una consolazione il ricordo dei versi di vecchi poeti andati? Il ragazzo, protagonista di Meridiano di sangue di Cormac McCarty, un giorno se ne va di casa verso Ovest, dove esiste un turbinio di umanità che vaga nella stessa direzione. Dopo spaventose avventure in cui rischia di morire a ogni istante si trova affiliato a una banda in caccia di apache che agisce al soldo del Messico. Ovviamente la sicurezza del giovane in tale circostante non fa che peggiorare. Questa banda è comandata da un capitano di ventura vittima di crisi di follia, coadiuvato da un essere misterioso che si fa chiamare Giudice, anch’egli un pazzo omicida convinto assertore della bellezza della guerra perché la guerra esalterebbe al massimo grado sia l’azzardo, proprio del gioco omonimo, sia la tensione agonistica, propria di ogni competizione. La banda vaga nei deserti texani-messicani nominalmente a caccia di Gomez, un messicano rinnegato a capo di un gruppo di apache che sta terrorizzando i territori di frontiera. In realtà i “Nostri” si dispongono a uccidere tutti coloro che trovano sul proprio cammino, dopo l’apoteosi sanguinaria ai danni di un intero accampamento apache, con donne e bambini inermi, di cui naturalmente di Gomez e suoi non c’era neanche l’ombra. Questo sembra imporre la legge di chi vive nei territori di frontiera con il compito di fare la guerra, è secondario a chi.
Con gli scalpi apache i “Nostri” tornano in Messico a reclamare mercede. Ma durante il banchetto che il governatore messicano darà in loro onore, complice l’whisky e la fine della lunga astinenza sessuale, i “Nostri” sembrano come impazziti. Ormai incapaci di dominare la sete di violenza, non inferiore al bisogno di whisky, si macchiano di numerosi delitti ai danni di coloro che li acclamavano come liberatori. Costretti a ripiegare verso i deserti di confine, nominalmente sempre alla caccia di Gomez, i “Nostri” mettono a ferro e fuoco tutti i villaggi messicani che incontrano e le carovane dei cercatori d’oro o altro americani.
La violenza per la violenza, così, perché lo vuole la regola di chi si è abbruttito nei territori di frontiera con un compito militare qualunque. Tant’è che dopo aver fatto una carneficina di tutti coloro che hanno incontrato, la furia omicida dei “Nostri” diventa autoreferenziale, cioè arriverà il momento di fare i conti all’interno della banda. Alla fine restano il Giudice e il ragazzo a contendersi la vita. Il primo avendo raggiunto il totale disprezzo per la vita umana, mentre il secondo ancora esitante a colpire alla spalle il Giudice quando se ne presenterà l’occasione, a dimostrazione che nel ragazzo, nonostante gli eventi esterni l’abbiano abbruttito moralmente, c’è ancora una speranza di riscatto etico.
Su questa differenziazione si posa del tempo. Nel senso che passeranno anni prima che i due torneranno a incontrarsi. Il ragazzo è diventato un uomo, non ha smesso di vagare nei territori dell’Ovest, come guida o per fatti propri, mantenendosi ligio a un rigore etico secondo il quale la vita umana ha la sua importanza anche in un contesto in cui, date le circostanze, sembra valere oggettivamente ben poco. Insomma, reagisce solo se provocato, come accade alla fine, quando un giovane, suo alter ego dei tempi che furono, lo provoca fino a costringerlo ad ammazzare.
Un giorno in un saloon incontrerà il Giudice, per nulla cambiato sia nell’aspetto sia nel modi tartufeschi. Siamo ovviamente alla resa dei conti, sul piatto c’è l’atto di clemenza dell’allora ragazzo, dall’altra il Giudice che ha valutato tale atto come un sussulto di debolezza umana del suo antagonista. E in guerra (che fra i due non è mai finita) la debolezza umana si sconta, prima o poi. Ovvero in guerra non c’è spazio per nessuna umanità, sembra volerci ribadire l’autore in questo romanzo di formazione che richiama i romanzi ottocenteschi, per il gran ragionare dei protagonisti sui grandi temi etici, il sale dell’esistenza che ossessiona McCarthy.

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Chi ama i romanzi dove sono le idee sono protagoniste
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