Mrs Bridge Mrs Bridge

Mrs Bridge

Letteratura straniera

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Mrs Bridge è una donna come tante. Una donna che ci assomiglia, magari di cui siamo figli. Nulla sembra rendere particolare la sua vita. Come quella di tutti è una vita piena di «ma». Moglie premurosa di un marito taciturno e distratto che passa più tempo in ufficio che a casa: ma le hanno insegnato a essere una sposa devota e a non lamentarsi. Madre ansiosa di tre figli a cui dedica tutte le energie: ma, pur così amati, paiono condurre una vita segreta e più felice lontani dallo sguardo materno. Le vicine occhiute sono sempre pronte a criticare a mezza bocca, magari con una battuta apparentemente benevola: ma Mrs Bridge non mostra mai il minimo cedimento, la più piccola debolezza. E così, giorno dopo giorno, Mrs Bridge riempie con mille, piccole, necessarie incombenze il vuoto che si spalanca nella sua esistenza. Man mano che il racconto procede, i capelli si ingrigiscono, i figli escono di casa, la solitudine aumenta, quella che all'inizio sembrava quasi una benevola satira della «casalinga perfetta» diventa una discesa affettuosa e commovente, partecipe e tragica, nel mistero dell'esistenza, al fondo di ciò che ci rende tutti umani.

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Mrs Bridge 2018-06-13 22:12:10 Antonella76
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Antonella76 Opinione inserita da Antonella76    14 Giugno, 2018
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Cara India...



Cara, insopportabile, adorabile Mrs Bridge,
ti hanno insegnato ad essere una moglie devota e una madre premurosa, ti hanno insegnato a seguire le regole, a fare le cose "giuste" e a non chiederti mai perché...
Hai tanti soldi e un marito assente.
Tanto rigore e tre figli ribelli.
Tu così rigida, formale, ingessata nel tuo ruolo di donna alto-borghese, hai trascorso una vita ad apparire in un certo modo, a fingere di essere realizzata, a fingere di essere felice delle tue giornate piene di nulla, a fingere di essere interessata (ed informata) sui fatti.
Fingere, fingere, sempre fingere...
Ma non è colpa tua.
Sei figlia dell'educazione ricevuta: ti hanno detto di portare le calze anche d'estate e tu l'hai fatto, ti hanno detto di andare in chiesa e tu ci sei andata, ti hanno detto di votare per quel partito e tu l'hai votato.
Tu, cara Mrs Bridge...
Sei una donna perbene, e perbenista.
Una donna di classe, e classista.
Un po' bigotta.
E un po' razzista.
Sei una donna che non usa la porta di servizio come le cameriere, una che fa sedere la lavandaia sul sedile posteriore dell'auto, una che separa la sua bambina dall'amichetta "negra" (figlia del giardiniere).
Ma non sei cattiva, sei solo prigioniera.
E infelice.
Anche se tu non sai di esserlo.
E allora scivoli sulla superficie di un'esistenza che ti sfiora senza mai colpirti.

Io ti ho voluto bene cara India, (che nome insolito per una come te...)
A volte ho sentito un po' mie la tua noia, il tuo senso di vuoto, la tua solitudine, quella paura della vita che passa senza averla vissuta davvero.
Ho fatto il tifo per te...ho sperato tanto in un guizzo di vita, in un lampo di felicità, in un terremoto emotivo che facesse crollare tutti i muri che ti eri costruita intorno.
Ma, niente...la tua stessa vita ti ha intrappolata.
Letteralmente. Fisicamente.
Nessuna via d'uscita.

"C'è qualcuno là fuori?" (Brividi...)

(È un libro costruito sui dettagli.
È misurato, elegante, sussurrato e disperato...esattamente come la sua protagonista.
Il finale è perfetto. Proprio perfetto.
Non so se si sia capito, ma l'ho trovato davvero bellissimo!)

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Mrs Bridge 2017-10-11 09:12:26 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    11 Ottobre, 2017
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“C’è qualcuno là fuori?”

Profondo è il senso di solitudine e d'impotenza dinanzi alla ineluttabilità del tempo che trasmette la storia di Mrs Bridge. Una storia, in verità, di ordinaria quotidianità, una come tante, ben lontana dai clamori e dai colpi di scena eclatanti. Senza infamia e senza lode, potremmo forse aggiungere.
Pubblicato negli Stati Uniti alla fine degli anni Cinquanta, il libro racconta, sullo sfondo dell’America dei decenni precedenti, la vicenda di una donna che da figlia diventa moglie e madre seguendo i normali e prevedibili percorsi della vita. Una grande casa, un marito avvocato per lo più assente e tre figli a cui consacrare, con amore e forte senso del dovere, ogni singolo istante delle proprie giornate sempre così piene, ma in realtà vuote di qualcosa difficile da spiegare. Così trascorrono gli anni, all’inizio lenti, poi via via sempre più impietosi, senza che lei riesca per davvero a trovare tempo per se stessa; non bastano i cocktail e feste varie, gli incontri con le amiche, le attività nel sociale a dare un senso al quotidiano vivere; e l’incosciente consapevolezza di appartenere a quella categoria di persone che esistono senza aver vissuto (“ignare fino all’ultimo della vita”) si rivelerà infine un peso decisamente opprimente da sopportare. È vero: di una donna come questa potremmo essere figli, così come in ogni giovane donna c’è una potenziale signora Bridge.
Quest’opera di Evan S. Connell è un buon romanzo dallo stile narrativo semplice e dal contenuto denso di significato. Il mio giudizio complessivo è di tre stelle e ½, poiché diversi capitoli risultano forse troppo lenti e poco coinvolgenti e la stessa Mrs Bridge, con quel suo modo di pensare d’altri tempi e – impossibile non notarli – quegli atteggiamenti un po’ razzisti e classisti (secondo i quali i neri si possono frequentare solo entro certi limiti e la porta sul retro deve essere riservata alle donne di servizio), a tratti non si rende troppo apprezzabile, tant’è vero che sono anzitutto i figli a mal sopportarla. La storia, nel suo complesso, genera però riflessioni e interrogativi che nessuno credo possa eludere e in questo consiste la forza del romanzo. La penna dell’autore è stata abile ad allargare, a piccole ma inesorabili dosi, il baratro del vuoto interiore in cui spesso si precipita, a far esplodere d’improvviso l’inquietudine di fronte a certi atteggiamenti incomprensibilmente estranei da parte di chi si crede di conoscere bene e invece non si conosce mai fino in fondo, a dipingere una sorta di grigiore che si nutre di noia, solitudine, insoddisfazione e infelicità mai confessate a cui la vita sembra rassegnarsi per inerzia, fino a quello sconsolato e sconsolante “C’è qualcuno là fuori?” della scena finale…
Veramente tremendo rendersi conto del fatto che, pur essendoci sempre stati per gli altri, anche a scapito di noi stessi, nessuno alla fine ci sarà per noi.

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