Narrativa straniera Romanzi Nel blu tra il cielo e il mare
 

Nel blu tra il cielo e il mare Nel blu tra il cielo e il mare

Nel blu tra il cielo e il mare

Letteratura straniera

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Una saga multigenerazionale palestinese. Il romanzo si apre con una voce narrante, quella di Khaled, bambino di dieci anni la cui morte è vicina. Prima di entrare definitivamente nel blu, lo spazio­tempo degli spiriti, racconta la sua storia e quella delle donne della sua famiglia. Una storia che si apre molti anni prima, a Beit Daras, sulla via diretta che dalla Palestina conduce verso il Cairo. “Loro tre erano le donne della mia vita, il canto della mia anima. Chi in un modo chi in un altro, avevano tutte perso gli uomini che amavano, tranne me. Io rimasi più a lungo che potei.”



Recensione della Redazione QLibri

 
Nel blu tra il cielo e il mare 2015-03-02 23:00:55 annamariabalzano43
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annamariabalzano43 Opinione inserita da annamariabalzano43    03 Marzo, 2015
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La forza dell'amore in una striscia di terra desol

È un romanzo toccante, coinvolgente e commovente pur nella crudezza descrittiva di certi brani, l’ultima opera di Susan Abulawa.
Con un’originale tecnica narrativa che vede ogni capitolo preceduto da una brevissima introduzione affidata al personaggio di Khaled, l’adolescente colpito dalla sindrome “locked in” che non gli permette di comunicare con l’esterno, e che lo lascia sospeso nel blu, tra il cielo e il mare, l’Abulawa ci descrive il mondo dei profughi palestinesi rifugiati nella striscia di Gaza, dopo la distruzione della città di Beit Daras da parte degli israeliani. Una saga familiare che copre parecchi decenni e segue le sorti dei numerosi membri della famiglia. Un romanzo epico, in cui il coraggio e la forza delle donne violate e umiliate dal nemico, la dignità e la fermezza dei giovani presi prigionieri e torturati sono temi fondamentali.
Nella desolazione dei campi profughi, tuttavia, i sentimenti resistono, acquistano nuovo vigore, altre vite vengono a popolare un mondo senza prospettive sicure, in cui persiste una speranza incrollabile in un futuro migliore. Sono le donne la colonna portante di questa società maschilista, che con sacrificio, dedizione e coraggio affrontano la fame e la povertà, mentre i bambini percorrono i tunnel scavati sotto terra per fare contrabbando di ogni tipo di merce. Ed è agli spiriti ginn, a Sulayman, che ci si rivolge nei momenti in cui più si ha bisogno di conforto, o quando si vuole allontanare il malocchio. La superstizione in questo contesto storico e sociale diviene un’esigenza comprensibile, non tanto legata a un sottosviluppo culturale, quanto a un’umana necessità di speranza e fiducia. E la vita non è più facile per quelli che riescono a emigrare, come nel caso di Nur e del nonno che aveva coltivato fino alla fine il sogno di tornare nel suo paese.
Con sobrietà e dignità, Susan Abulhawa descrive la sofferenza collettiva e individuale d’un popolo che da decenni non conosce pace, racconta la sua forza, la costanza con cui riesce a ricostruire ciò che la guerra distrugge : “La speranza non è un soggetto/non è una teoria./E’ una dote.”
Bellissimo è l’ultimo brano affidato alla voce narrante di Khaled, ormai nel blu, nei colori, fuori del tempo, tra il cielo e il mare, nel cielo di Gaza, in Palestina.

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Nel blu tra il cielo e il mare 2022-03-03 18:34:41 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    03 Marzo, 2022
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Questa terra rinascerà

"A quei tempi non ero ancora nato. Ma quando entrai nel blu, quando diventai quello che diventai, Sulayman mi rivelò ogni cosa. Non lo capisco appieno, né pretendo che lo facciate voi. Ma forse potrete convincervi, come ne sono convinto io, che esistono verità che sfidano altre verità e spingono il tempo a ripiegarsi su se stesso." Beit Daras, ridente cittadina adagiata sulle colline palestinesi cullata dal dolce brusio del fiume Suqreir che la attraversa, è il luogo dove comincia la storia raccontata, con una dolcezza malinconica e uno stile impeccabile, da Susan Abulhawa. È qui che conosciamo Umm Mamduh, la "pazza" posseduta dal benevolo e potente ginn Sulayman, la capostipite di una generazione di donne che, in un arco temporale di circa settant'anni  ci porterà fino ai giorni nostri ripercorrendo le vicende di una famiglia che viaggiano parallele a quelle di un popolo sottomesso, usurpato, derubato della terra, della storia e della dignità come quello palestinese. La guerra, l'esilio, la resistenza pesano come macigni su ogni pagina, ma lo spirito di sopravvivenza, la voglia di vivere che si può trovare anche nelle piccole cose, la forza dei sentimenti non può cessare, non si può impedire alle persone, ai popoli, di vivere. Allora, anche con Beit Daras rasa al suolo, anche confinati in quella prigione a cielo aperto che è diventata la Striscia di Gaza, anche se la cieca furia degli israeliani ha sconvolto la vita della matriarca e dei suoi tre figli, violentando la bella e focosa Nazmiyeh, azzoppando e poi costringendo ad emigrare il rispettoso e laborioso Mamduh, stroncando in tenera età la vita della dolce ed eterea Mariam, si va avanti. Si supera l'embargo con tunnel sotterranei attraverso i quali si contrabbandano ogni genere di prodotti, si costruiscono case usando macerie, oggetti con materiali di fortuna, si combatte con le fionde contro le armi più sofisticate, con l'orgoglio contro l'arroganza, con la resistenza contro l'oppressione. "Nel trasporto di quella solitudine, potevamo vedere quant’eravamo minuscoli, quant’era piccola e indifesa la nostra terra. E da quella terribile dignità, sentivamo sgorgare il sussurro delle parole di un’anziana donna dei tempi passati: Questa terra rinascerà." Si vive, si ama, si soffre, si gioisce. Nascono altre generazioni, nuove donne si trovano a doversi sobbarcare il peso della famiglia. Alwan, la cugina Nur rientrata in patria dagli Stati Uniti, la piccola Reth Shel, sono gli ingranaggi di quel ciclo infinito che mette sempre una donna al centro della vita. Quella vita sofferta il cui il male è ripagato da gioie semplici, che trascorre in un'atmosfera tragica ma colorata di quel tono di blu che tinge la Palestina delle gradevoli sfumature del cielo e del mare. Quello stesso blu in cui è immerso Khaled, voce narrante e vero filo conduttore di questa epopea familiare, quel blu che caratterizza una zona al confine tra la vita e la morte, dove il bambino si trovava all'inizio di questo racconto, amico immaginario della tenera Mariam ai tempi di Beit Daras, e si trova alla fine, immobilizzato dalla malattia in un mondo incorporeo dal quale osserva e racconta il passato e il presente, immaginando un futuro migliore, in cui il suo popolo possa uscire da questa condizione di vita "non-vita", così simile alla sua, in cui è costretto nella pressoché generale indifferenza del mondo. "In quegli attimi tutto sembrò possibile. Le incertezze e le precarietà della vecchiaia, la malattia in remissione dentro il corpo di una madre, padri e fratelli senza lavoro, un figlio che tornava dopo una vita dietro le sbarre, un bebè nel grembo di una donna non sposata, le potenzialità di una bambina. Tutte queste cose – rinchiuse e sbarrate dal mare e dalle navi da guerra a ovest, dai reticolati elettrici e dai cecchini a est, da formidabili eserciti alle due estremità, nord e sud – potevano essere superate. Si fece tardi e, mentre si preparavano a tornare a casa, un canto familiare prese a danzare nel midollo delle loro ossa per poi vibrare nelle gole. Hajja Nazmiyeh fu la prima a intonarlo, e gli altri la seguirono.

Vieni da me
Sarò nel blu
Tra il cielo e il mare
Dove il tempo si ferma
E noi siamo l’eternità
Che scorre come un fiume."

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Nel blu tra il cielo e il mare 2017-08-19 07:02:49 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    19 Agosto, 2017
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Blu speranza

Dopo il grigiore e il fango dei campi profughi dei Territori occupati della Cisgiordania e del Libano, la delicata scrittura di Susan Abulhawa ci conduce nel blu di Gaza. Nel blu del suo mare, del suo cielo, della sua speranza. Già, perché se questa ha un colore, laggiù si tinge proprio di blu: quello profondo e scintillante del Mediterraneo che accarezza le spiagge di una striscia di terra tra le più densamente popolate al mondo, promettendo crudelmente libertà e suscitando strazianti desideri d’altrove e normalità. A Gaza, infatti, non si è liberi né si vive in condizioni normali: è una prigione a cielo aperto, una dimensione d’esilio perenne, un limbo che ogni giorno precipita nell’inferno della sopravvivenza all’occupazione militare israeliana.
Ma il blu, quello tra il cielo e il mare che il titolo evoca, è anche quel luogo di silenzi dove la vita e la morte si confondono e passato e futuro s’incontrano, così come vi si ritrovano insieme uomini e spiriti. È proprio quest’elemento magico dal sapore dolcemente onirico a impreziosire il romanzo che, ancor più che nel precedente “Ogni mattina a Jenin”, ci racconta una storia pressoché al femminile: una storia di donne unite tra loro da indissolubili legami di sangue, terra e disperazione sullo sfondo della Nakba, l’immane e ininterrotta catastrofe che da quasi settant’anni vivono gli arabi della Palestina nel disinteresse del mondo (“fratelli” arabi compresi) e dell’ipocrisia della diplomazia internazionale. E così le vicende delle donne di una famiglia palestinese come tante, dalla matriarca forte come una roccia alla nipotina dall’infanzia stravolta dalla guerra, s’intrecciano a quelle inferte dalla Storia alla loro terra, fino ad avvenimenti non lontani nel tempo come i bombardamenti su Gaza tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009 o la liberazione del soldato israeliano Gilad Shalit da parte di Hamas nel 2011.
Grandi protagoniste del romanzo, la forza e la fragilità delle donne si alternano tra queste pagine, mentre dalle ormai croniche macerie di Gaza emergono non solo brandelli di vite spezzate e sogni recisi, ma anche tanta voglia di un nuovo inizio e, soprattutto, la speranza che si veste immancabilmente di blu.

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Consigliato a chi ha letto...
... il precedente romanzo di Susan Abulhawa ("Ogni mttina a Jenin"), ma anche altri libri (narrativa / saggistica) sulla drammatica e irrisolta questione israelo-palestinese.
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