Notturno cileno
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Vivere o sopravvivere
«Chi ti ha visto, Sebastián, e chi ti vede?, mi dissi. Mi venne voglia di scaraventare la tazza contro una di quelle pareti immacolate, mi venne voglia di sedermi con la tazza fra le ginocchia e mettermi a piangere, mi venne voglia di diventare piccolo piccolo e immergermi nell’infusione tiepida e nuotare fino sul fondo, dove giacevano come grossi diamanti grezzi i granelli di zucchero.»
C’è un tempo in cui siamo chiamati a tirare le somme di quel che è stato, di ciò che abbiamo vissuto, di ciò che eravamo e di quel che siamo diventati. Padre Sebastián Urrutia Lacroix, è steso sul suo letto, è prostrato dalla malattia e la morte sembra essere pronta a prenderlo e a portarlo con sé. Lì accanto c’è “il giovane invecchiato”, colui che sembra un vecchio anche se formalmente non lo è. Il suo sguardo è quello del disgusto. Un’ombra? Un fantasma? O forse altro non è che la materializzazione di quei sensi di colpa che da tempo immemore lo accompagnano per quel che avrebbe potuto o dovuto fare e che non ha mai fatto? Il suo sguardo, mentre a fatica si solleva sui gomiti, si estende per tutto quello che è l’arco della sua esistenza vissuta fino a quel momento. Ha incontrato uomini di potere, ha osservato il Cile, ne ha visto il mutamento, ha sentito la vocazione appena tredicenne, è seguita l’ordinazione a sacerdote ed ancora l’incontro con il critico letterario Farewell che sempre orbiterà attorno alla sua vita, ha osservato la morte del Presidente Allende, ha provato amore per quella letteratura che gli ha riempito le giornate, ha osservato le lezioni di marxismo impartite a Pinochet, i viaggi in Europa, i giorni di Coprifuoco a Santiago ed ancora le serate letterarie trascorse nella dimora di María Canales e di suo marito ma vivendo sempre osservando. Una vita intera, vissuta e sentita, che si riduce a un sogno, a un incubo fatto di corvi e preti morti. Un presagio? Un ammonimento per quella vita spesa a guardare e a scrutare ma non a vivere?
«Abbiamo l’obbligo morale di essere responsabili delle nostre azioni e anche delle nostre parole e perfino dei nostri silenzi, sì, dei nostri silenzi, perché anche i silenzi salgono al cielo e Dio li sente e solo Dio li comprende e giudica, per cui molta attenzione ai silenzi. Io sono responsabile di tutto. I miei silenzi sono immacolati.»
Un flusso ininterrotto, un sogno, una serie di pensieri che si articolano in monologhi, una confessione, forse è “Notturno Cileno”. Sebastìan si racconta proprio mentre la sua vita sta giungendo al termine. E lo fa con quella stessa caoticità e quello stesso fluire che solo il sogno misto al ricordo e alla riflessione rendono possibile. È uno scorrere controverso, sfuggente, ambiguo, quasi incomprensibile lo strumento usato da Bolaño per narrare, per tramite del suo protagonista, di un paese, il Cile, pieno di luci, ombre, misteri e criticità, che è in cambiamento e di un non vivere che sembra rendere incompleto il fine e il frutto di una esistenza. Per mezzo della sua voce riscopriamo la poesia di Neruda, l’egemonia di un dittatore, fondiamo finzione narrativa con realtà storica e personaggi realmente esistiti.
“Notturno Cileno” è uno di quei libri che “gioca” con i lettori. Non è immediato, per buona parte del suo scorrere si è perplessi su ciò che vuole lasciare e dire, non si riesce ad amarlo ed ancor meno ad odiarlo, è ancora più complesso entrare in sintonia ed empatia con quel protagonista alla fine dei suoi giorni ma che risulta respingente. A tratti ci rimanda a Marai, a tratti a Tabucchi, a tratti, ancora, è sfuggente. Sullo sfondo resta l’immagine di una nazione che sembra aver perso la sua identità, che è stata amata e al tempo stesso odiata da Roberto Bolaño.
Un’opera non banale, introspettiva, intima e conflittuale. Da leggere poco alla volta, che chiede di attendere. Buona lettura!
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Le colpe degli intellettuali
Nell’ultima notte della sua vita, un uomo torturato dalla propria coscienza, quel giovane invecchiato che lo tormenta e gli impedisce di morire in pace, racconta la propria vita per difendersi da quelle accuse ingiuriose che non riconosce come proprie. Si apre con un paradosso questo ultimo, rabbioso e denso romanzo di Bolano: ricordare il negativo della realtà, per suggerire, nel vuoto “viscerale, intestinale” della trama, il grido di sgomento, desolato, di chi non ha saputo opposti alla storia, pur avendone tutte le capacità. Notturno cileno è l’arringa solitaria di un avvocato che difende un assassino e che, obliquo, ne rivela tutte le responsabilità. Perché questo canto del cigno, così duro, così pastoso, così vibrante, è una denuncia senza diritto di replica della codardia e dell’indifferenza degli intellettuali cileni sotto Pinochet. Bolano, che pure non appoggiò mai il regime, avverte una certa “vergogna”, rispetto a se stesso, alla sua nazione, al mondo, la vergogna di chi si sente lacerato dall’ingiustizia, dai crimini, dal puro arbitrio del potere e sembra vivere il romanzo come un gigantesco punto interrogativo: come è stato possibile che nessuno abbia parlato, da dove origina tanta connivenza, tanta collusione, quando le persone muoiono e tutti lo sanno?
Notturno Cileno è un libro sulla responsabilità civile di quegli intellettuali che nulla fanno della propria cultura, se non ostacolano o denunciano il male estremo. Bolano ci ricorda che l’intelligenza non serve a nulla, è davvero vuota, se non accompagnata da un profondo senso morale, ci ricorda che la poesia ha senso solo se sa cambiare le persone, solo se gli uomini riescono a vivere quel bello e su quel bello costruire le proprie azioni. Penso a filosofi grandissimi, come Heidegger, che pure appoggiarono, per lungo tempo, il nazismo: a che serve la realtà di carta del pensiero se poi il mondo brucia nel consenso di chi più di tutti dovrebbe capire?
Bolano sceglie una tecnica difficile, quella del soliloquio lungo oltre cento pagine, una scrittura tanto appassionata, tanto necessaria, da violentare la punteggiatura, che scompare per lunghi periodi e annulla i confini del testo: le immagini si sovrappongono e mescolano, in uno sguardo che non è più quello cubista de La Pista di Ghiaccio, suo primo romanzo, ma surreale, sinestetico, visionario, con la consueta grazia delle immagini, con la meravigliosa capacità di creare scene poetiche e stranianti. Così il narratore insegna il comunismo a Pinochet, gli recita Leopardi, così assiste al dialogo cristallino di Neruda con la luna o si perde tra i falchi dei parroci europeri, indaffaratissimi nella lotta contro gli escrementi dei piccioni che consumano le cattedrali. Certo Bolano rischia, scrive sul punto di equilibrio scivoloso fra la bellezza e il patetico, fra quello che qualcuno definirebbe indie e la commozione latinoamericana per la vita., in una tensione miracolosa, quasi perfetta. A volte, specie nella parte centrale, sembra quasi che la trama di scardini e il libro precipiti, ma Bolano sa recuperare, ricucire, ricomporre la matassa in un quadro che alla fine lascia la consueta, magica malinconia, di cui lui è capace.
Chiudo con un pensiero di Gaetano Salvemini, storico e politico italiano, che all’avvento del Fascismo ebbe a dire: “Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti: cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialit?. L'imparzialit? è un sogno, la probità è un dovere.”
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L'immortalità letteraria: chi era Sordello?
Notturno cileno è un romanzo bellissimo come stile e profondo come contenuti ma non di facile comprensione sia per il fatto che ci sono molti riferimenti alla situazione politica e culturale cilena sia perché il romanzo sfugge già di per sé alla comprensione razionale sfociando in un fiume di immagini a volte oniriche e simboliche o di pensieri semi inconsci o anche in flussi di riflessioni filosofiche che svicolano dalla stretta razionalità. Molte immagini/scene/discorsi oltre che tingersi di surrealismo sono anche carichi di ironia.
Il libro parla dell’arte e dell’immortalità letteraria e il protagonista, l’io narrante è un prete-letterato-critico -modesto poeta ma uomo di grande cultura. Certe scene, anzi la maggior parte si svolgono nei salotti o a casa di critici famosi. Bellissima quella in cui il prete si trova a discutere con il critico di immortalità (letteraria): una immagine piena di ironia ma anche di senso di stanchezza per un mondo che spesso appare, pur nella difficile interpretazione delle pagine di Bolano, staccato dalla vita vera in modo doloroso e confinato in una specie di limbo che tende all’eternità. Tale eternità brilla in lontananza sullo sfondo della sua luce lunare come noia eterna. In un certo senso c’è per tutto il romanzo la sensazione di qualcosa di sbagliato. Di qualcosa di dolorosamente sbagliato che non è mai spiegato ma resta impresso come un’immagine o una sensazione onirica. Per esempio il giro del protagonista per le Chiese a valutarne lo stato. Le Chiese sono tutte protette dai piccioni e dalle loro pericolose deiezioni da un falco. L’immagine del falco è molto forte e suggestiva. Il falco che ghermisce il piccione /colomba fa un riferimento evidente allo Spirito Santo che viene ucciso e cacciato dalla sua dimora naturale. Altro riferimento è l’immagine dell’albero di Giuda in cui è appollaiato il falco nel sogno del prete-protagonista che rafforza e definisce meglio l'immagine simbolica del falco. Tradimento è il messaggio sottinteso. Ma tradimento da parte di chi e di cosa? Tradimento della vita, il continuo non vedere e tacere da parte del letterato (e anche del religioso) come se ci fosse una separazione tra letteratura/religione e realtà (Pinochet), che diventa avvallamento della menzogna e servilismo, cosa che rende la finzione letteraria ancora più falsa e vuota. Tradimento anche della religione (da parte di chi la rappresenta) nel suo vero spirito o comunque rinnegamento da parte dell’uomo di Cristo e del Vangelo ( il messaggio cristiano usa la bussola della verità). In questo senso Cristo sarebbe visto come centro e essenza della realtà e dell’umanità. Simbolica oltre che di un’ironia surreale la scena delle lezioni di marxismo impartite dal protagonista (che è un prete) a Pinochet e bellissime le righe in cui Pinchet e il protagonista guardano la notte e il prete-letterato spiega a Pinochet Leopardi traducendogli e spiegandogli L’infinito.
Pena di tutta questa vacuità è certamente la noia, la non esistenza, la scomparsa in una lapide marmorea che avviene dopo la morte e già prima attraverso le pagine di libri che sono già monumenti funebri di per sé.
Il libro è percorso dal ritornello: Sordin Sordello, ma chi era Sordello. Alla faccia dell’immortalità letteraria: pare che Bolano alluda a una doppia morte con quel ritornello: per sopravvivere (evidentemente per poco tempo) come mediocri letterati si muore pure preletterariamente come uomini.




























