Narrativa straniera Romanzi Quando eravamo orfani
 

Quando eravamo orfani Quando eravamo orfani

Quando eravamo orfani

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Shangai, inizio del '900: un bambino, un padre che lavora nel commercio dell'oppio fra Inghilterra e Cina, una madre che si batte per i diritti civili. Londra, anni Trenta: Christopher Banks il bambino di allora, cresciuto nei colleges inglesi dopo la misteriosa sparizione di entrambi i genitori, è diventato il detective più famoso del Regno Unito. Ma l'enigma sulla sorte dei genitori non gli dà pace: ritorna in Oriente per indagare sul doppio rapimento, prima che il mondo precipiti nel baratro del conflitto mondiale. Però la verità che alla fine giungerà a scoprire è molto più banale, e drammatica, di ogni possibile supposizione

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Quando eravamo orfani 2018-05-12 21:30:56 pierpaolo valfrè
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pierpaolo valfrè Opinione inserita da pierpaolo valfrè    12 Mag, 2018
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Londra-Shanghai, un secolo fa

Quando i fantasmi dell’infanzia danno il senso e la missione di una un’intera vita: li insegui ossessivamente per liberartene, salvo poi sentirti improvvisamente stanco, svuotato, leggero, inutile, solo e spaesato.

Questo mi sembra ci voglia dire Kazuo Ishiguro tramite la storia di Christopher Banks, figlio di inglesi trasferitisi a Shanghai all’inizio del ‘900, divenuto detective di professione per poter indagare un giorno sulla loro misteriosa scomparsa.

Christopher trascorre un’infanzia felice a Shanghai, completa ottimi studi a Londra e costruisce una carriera di successo che gli apre le porte dei ricevimenti più esclusivi e gli regala fama in tutta l’Inghilterra; eppure rimane prigioniero di un’ombra che si porta dentro, che lo rende irrequieto e insoddisfatto fino a quando non riuscirà a fare piena luce sul passato.
Dovrà guardare in fondo all’abisso, tornare nella Shanghai martoriata dalla guerra tra Chang Kai-shek e i comunisti, attaccata e occupata dai giapponesi, violentata dai signori della guerra, sfibrata dal traffico di oppio, tradita, sfruttata e venduta dagli opulenti occidentali, lasciata alla mercé di ogni più turpe malaffare.

Ishiguro segue uno schema già sperimentato con “Quel che resta del giorno”: il protagonista ricorda e racconta avvenimenti appena trascorsi e partendo da questi apre ampie finestre su un passato più remoto. In questo modo ogni avvenimento trova un suo ordine naturale e ogni emozione viene filtrata, rivista e modellata dalla memoria. E’ una tecnica che consente di ottenere un gradevole equilibrio tra emozione e riflessione, che mi sembra la cifra stilistica dell’ultimo premio Nobel per la letteratura.

Le prime pagine hanno un andamento lento, l’ambientazione è la società stanca, appesantita e avviata al tramonto dopo la Grande Guerra, società che costituisce il terreno fertile nel quale gli spiriti animali di Christopher e di altri giovanotti emergenti affondano unghie e denti e conquistano il loro spazio vitale.

Le pagine finali, nella Shanghai degli anni trenta, di grande interesse anche per il contesto storico, sono concitate e affannose come un incubo, un’allucinazione al termine dalla quale ci si sente spossati, svuotati e attoniti. Le ombre si diradano, il male emerge nitido e nauseabondo e colpisce con ferocia.
Dopo, ogni cosa, ogni attimo di vita sarà un trascurabile dettaglio privo di importanza. Si potrà vivere da sopravvissuti, più o meno serenamente fino alla fine dei propri giorni.

La netta frattura tra i primi due terzi del romanzo, con pagine morbide, eleganti e precise come un prato inglese, e le ultime concitate, allucinate, inverosimili cento pagine lascia in prima battuta piuttosto perplessi. Il sapore arriva subito e non dispiace, ma il senso?
Il senso e l’unità dell’opera arrivano dopo, almeno per me è stato cosi, e qui ho cercato di spiegare il messaggio che ho colto.
Non so se queste siano state le vere intenzioni dell’autore e mi interesserebbe molto conoscere le opinioni di altri lettori.

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Quel che resta del giorno
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Quando eravamo orfani 2011-01-31 09:34:23 gracy
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gracy Opinione inserita da gracy    31 Gennaio, 2011
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Quando eravamo orfani

E' il primo libro di Ishiguro che leggo, scrittura sottile, all'inizio un pò frammentaria, lenta e ricca di perplessità, solo verso la fine si ragguagliano tutti dubbi, ma è troppo tardi. Secondo me la storia di fondo è straordinaria: ritrovare i genitori spariti nel nulla in una incantevole Shangai degli anni trenta, dove il conflitto mondiale, l'Inghilterra, la Cina ed il Giappone fanno da sfondo in una struttura che nasce come giallo e poi si perde per strada.

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