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Un divorzio tardivo Un divorzio tardivo

Un divorzio tardivo

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Nel corso di nove dense giornate si consuma l'estremo soggiorno in patria di Yehudà Kaminka, fuggito da Israele per rifarsi una vita in America e ritornato per sciogliere ogni legame con Na'omi, sua moglie. Nove giorni culminanti nella Pasqua (in ebraico «passaggio») che diventa lo spartiacque tra ciò che è stato, e non potrà mai piú tornare, e ciò che sarà. Ancora una volta Yehoshua disegna con lucidità e poesia la crisi di una famiglia come metafora dell'identità ebraica, divisa tra diaspora e costruzione di uno stato nazionale. E racconta ciò che nessuna ragione o progetto politico potrà mai spiegare: la vicenda semplice e banale di un uomo e di una donna che si amano, vivono una vita insieme, arrivano ad odiarsi, a impazzire d'amore e di odio, e non riescono a scindere il legame che li unisce se non a prezzo della vita.



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Un divorzio tardivo 2020-05-14 13:57:52 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    14 Mag, 2020
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Tutto un equilibrio sopra la follia

“Perché la vita è un brivido che vola via
E’ tutto un equilibrio sopra la follia
Sopra la follia…”
Perdonatemi l’incursione nella cultura pop e la citazione della famosa canzone “Sally” di Vasco Rossi in apertura alla recensione di questo romanzo di Yehoshua. Ma è proprio questa frase che mi sono trovata a canticchiare mentre procedevo con la lettura: eh sì, la vita è proprio tutto un equilibrio sopra la follia, sembra suggerirci la sapiente ed esperta penna del grande autore israeliano. Ed è anche un equilibrio piuttosto precario, dal quale qualcuno facilmente può scivolare e cadere giù.
Israele, fine anni ’70 del Novecento. Yehudà è appena tornato dagli Stati Uniti per ottenere il divorzio dalla moglie Na’ omi: si tratta di una coppia di coniugi di mezza età con tre figli adulti, che già da alcuni anni stanno vivendo separati. Yael, la figlia maggiore, ha già due bambini, quindi Yehudà è già nonno. Perché adesso vuole il divorzio? Lui attualmente vive negli Stati Uniti ed ha un’altra compagna, più giovane. Ha lasciato Israele in seguito ad un fatto gravissimo che ha portato lui ad una specie di fuga e sua moglie Na’ omi in una clinica psichiatrica. Ma ora vuole il divorzio legale, ne ha bisogno.
Così, nella settimana di Pasqua, seguiamo i protagonisti di questa storia, i componenti della famiglia Kaminka, fra Tel Aviv, Gerusalemme ed Haifa, assistiamo agli avvenimenti direttamente dalla testa e dalle azioni delle persone coinvolte. Sì, perché il romanzo è scritto attraverso il flusso di coscienza dei vari personaggi; iniziamo la lettura proprio dal racconto un po’ sconclusionato e sicuramente non facilissimo da seguire, almeno all’inizio, del nipotino di Yehudà, il piccolo Gadi. In seguito, insieme allo scorrere dei giorni, ci ritroveremo ad entrare nei ragionamenti di Yehudà, dei suoi figli, di sua nuora e dei suoi generi, della stessa Na’ omi; faremo anche un salto temporale nell’anno successivo, necessario per comprendere meglio e senza strani dubbi l’evoluzione della trama.
Che commento si può fare sullo scrittore Yehoshua? Credo che ci siano pochi dubbi sul fatto che ci troviamo ai vertici della letteratura di qualità.
I punti di vista dei personaggi sono riportati secondo un flusso di coscienza che può forse risultare un po’ faticoso da seguire ma che ci permette di entrare nella mente degli attori della narrazione.
La vicenda riguarda una famiglia, le complesse relazioni che si intrecciano con le persone che si amano e quindi, contemporaneamente, si odiano anche un po’, persone che si apprezzano e si disprezzano, che si cercano e si sfuggono.
Il rapporto con l’altro è sempre complicato, difficile, mai scontato o banale, in tutti i vari livelli della scala sociale: una tematica che ritroviamo spesso nelle opere di Yehoshua e, oserei dire, un po’ in generale nella letteratura israeliana.
In conclusione quindi, una lettura affascinante, magnetica, potente: sicuramente da non perdere.

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