Uomini e topi Uomini e topi

Uomini e topi

Letteratura straniera

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Uomini e topi è un piccolo intenso dramma che colloca l'amara vicenda dei suoi protagonisti su uno sfondo di denuncia sociale. Il romanzo affronta in chiave simbolica il problema dell'emigrazione contadina all'Ovest, terra di mancate promesse negli anni successivi alla Depressione: è la storia tragica e violenta di due braccianti che trovano lavoro in un grande ranch della California, il grande Lennie, gigante buono e irresponsabile e il saggio George, guida e sostegno dell'amico.



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Uomini e topi 2021-07-14 14:16:02 andrea70
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andrea70 Opinione inserita da andrea70    14 Luglio, 2021
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Soli e prigionieri dei propri sogni

Romanzo breve ma intenso. Siamo nella California del primo dopoguerra , George e Lennie sono due braccianti stagionali nei ranch. Come molti di loro girano il paese in cerca di un lavoro, George è piccolo e astuto, sa trattare con le persone, Lennie è un gigante con la testa di un bambino piccolo, con la stessa meraviglia e ingenuita ma purtroppo senza la capacità di apprendere "... ti dico questa cosa e domani te la sarai già dimenticata, ripetila Lennie così non te la dimentichi..." , ma ha una forza incredibile che lo rende apprezzatissimo nel lavoro , purtroppo la sua mente debole non è in grado di controllarla e questo gli ha già creato dei guai.
I braccianti stagionali sono per lo più uomini rozzi e solitari che pensano a se stessi, a racimolare qualche soldo per campare e magari un giorno avere un pezzetto di terra proprio. E' il sogno che condividono George e Lennie, un appezzamento di terra da coltivare e una casetta propria , ma il loro è un sogno condiviso in tutto non solo nelle aspirazioni ma anche nella realizzazione "noi ci abbiamo l'un l'altro". Il loro è un rapporto di amicizia che a volte sembra quello tra fratello maggiore e minore , George si prende cura dei limiti di Lennie proteggendolo dalle insidie di un mondo quasi primitivo a livello di rapporti umani, in cui una mente fragile come Lennie potrebbe finire facilmente nei guai. Tutti i personaggi sono descritti con grande abilità, bastano poche righe, pochi gesti perchè il lettore abbia perfettamente chiaro il loro ruolo nel contesto e la loro "anima", tra questi c'è il rissoso figlio del padrone Curley, che cerca ogni pretesto per attaccar briga e la moglie , una giovane donna molto carina e appariscente , insoddisfatta della vita del ranch , dove la polvere ha soffocato le sue aspirazioni cinematografiche. Lei con la sua insoddisfazione, la sua continua pedante ricerca di attenzioni e gratificazioni da chiunque porta guai soprattutto in considerazione dell'indole del marito. Tutti i braccianti vivono nel sogno di potersi un giorno affrancare dal duro lavoro del ranch, qualcuno ha già smesso di illudersi ma c'è chi nonostante tutto ancora ci crede soprattutto quando vede l'affiatamento tra George e Lennie, qualcosa di raro in un mondo dove si è soli con i propri problemi e le proprie speranze disattese, i due braccianti sono l'esempio di come l'unione renda possibile o comunque più probabile ciò che il fare da soli nega. Bellissimo libro sull'amicizia ma non solo, c'è tutto il dramma della dura vita in un mondo dove ad essere ostile è la miseria dell'uomo oltre alla natura. Ad ogni pagina percepisci la povertà di fondo di persone che aspirano a poco perchè non hanno niente, neanche un amico. Finale drammatico e struggente.

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Uomini e topi 2021-05-31 07:04:35 topodibiblioteca
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topodibiblioteca Opinione inserita da topodibiblioteca    31 Mag, 2021
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Uomini e conigli

Il talento, la bravura di uno scrittore la si può rilevare anche in un romanzo corto, di poco più di cento pagine. Perché a Steinbeck bastano queste per partorire un piccolo gioiellino, scrivendo un libro (destinato a diventare anche opera teatrale e cinematografica) fitto di dialoghi serrati ed essenziali ma in cui è ben evidente la mano dell'autore Premio Nobel per la Letteratura. Esattamente come avviene in "Furore" l'ambientazione è quella di un paese che non lascia spazio all'illusione del Sogno americano ma solamente alla dura realtà quotidiana. Steinbeck ci porta in California, nella valle di Salinas, dove il fiume "arriva a lambire i fianchi delle colline e scorre verde e profondo", dove proliferano i ranch e gli uomini sono costretti a lavorare duramente sotto padrone per racimolare pochi soldi trastullandosi nella speranza di un futuro migliore. Qui arrivano centinaia di uomini che se ne vanno per strada, "di ranch in ranch, con i loro fagotti sulle spalle e la stessa dannata idea in testa......E ognuno di loro ha in quella dannata zucca un pezzettino di terra. E mai che uno di quei fessi ci mette sopra le mani".

Sullo sfondo di questa realtà si collocano George e Lennie: viaggiano sempre in coppia, l'uno ha in qualche modo bisogno dell'altro perché se George è la mente che si è preso a cuore il destino dell'amico, affetto da disagio mentale ed impossibilitato a vivere autonomamente, Lennie è comunque dotato di una forza prodigiosa, un ottimo biglietto da visita che dischiude così tante opportunità di lavoro. Entrambi come tutti gli altri condividono il sogno di mettere da parte quel gruzzoletto che permetterebbe loro di conquistare quell'agognata terra, di mettersi in proprio coltivando ed allevando conigli, quei conigli che Lennie vorrebbe accarezzare e coccolare crogiolandosi in questo sogno nei momenti di difficoltà ("Avremo conigli di tanti colori vero George?).

Uomini e topi è una storia di amicizia prima di tutto ("Noi ci abbiamo l'un l'altro") ma è anche una storia di miserie umane, di grandi solitudini e di disillusioni. Merito indiscusso dell'autore è quello di mettere a fuoco, anche spietatamente a tratti, la realtà umana della provincia americana lontana dai riflettori delle metropoli e dalle opportunità da queste offerte.

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Uomini e topi 2021-05-25 12:42:16 cristiano75
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cristiano75 Opinione inserita da cristiano75    25 Mag, 2021
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Esistenzialismo Yankee, ma non ci siamo

Mi aspettavo di meglio da questo autore, avendone sentito parlare da un diversa gente e vedendo nelle librerie i suoi testi sempre in bella vista, con queste nuove edizioni scintillanti e accattivanti.
Purtroppo il testo si è rivelato una mezza delusione per il sottoscritto.
Già dalle prime pagine si comprende come questa storia, di due emarginati sia un racconto che possa durare da 20 pagine a 2000. Non accade nulla e accade di tutto, in poche righe e pochi giorni si compie il destino di questi sconfitti e si chiude il racconto.
Gli americani, hanno sempre cercato di pulire la loro coscienza attraverso l'arte. Dipinti, scrittura, celluloide.
Hanno una capacità innata di rappresentare tutte le miserie umane di un popolo nomade, geniale, spietato e visionario.
Nelle grandi metropoli, come nelle pianure sconfinate e nei deserti vivono orde di banditi e fuorilegge, di senza fissa dimora e di prostitute. Malati di mente lasciati a marcire dentro qualche granaio o contadini che arano terreni senza fine sotto un sole implacabile.
Provano gusto a descrivere le loro miserie e le profonde ingiustizie e iniquità che serpeggiano per questa società dove si passa dalla scintillio della Down Town neworkese dove gli appartamenti costano decine di milioni di dollari alle catapecchie infestate da topi e parassiti delle realtà suburbane e dei ghetti ai margini delle metropoli.
In questo lavoro di Steinbeck l'attenzione si concentra su un lampo di vita, deprimente e misera di una fattoria ai margini del mondo, dove il tempo trascorre fra violenza, privazioni e desideri sopiti.
Il sottile equilibrio che lega questi braccianti abbandonati a un ingrato destino, non è messo in pericolo dall'arrivo dei due protagonisti del romanzo, che in realtà non sono amici, ma stanno insieme solo per non compiere il loro tragico cammino in solitaria. La vera protagonista del romanzo è invece una creatura femminile che con la sua bellezza e la sua falsa innocenza avvampa le anime di questi uomini-topi, li porta al delirio sessuale e fa riaccendere in loro la fiamma del desiderio che sarebbe stato meglio fosse rimasta sopita nei loro cuori affranti dalla fatica e dalla privazione.
La miccia è accesa, pronta ad esplodere. La donna ne è consapevole, ma la sua piatta e monotona esistenza la spinge a provocare una serie di eventi che segneranno ineluttabilmente il suo destino e quello di tutti coloro che ne vengono fatalmente in contatto.

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Uomini e topi 2020-04-29 16:49:29 Kvothe
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Kvothe Opinione inserita da Kvothe    29 Aprile, 2020
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DOVE RISIEDE LA NEVE

Non metto trama e non scendo molto nei dettagli per non rovinare la lettura del libro. Questo romanzo nella sua brevità racchiude emozioni e personaggi che nella loro semplicità e schiettezza mettono il lettore di fronte a verità profonde. In questo romanzo tutto è melma e anche chi sta sopra è rinchiuso in questo suo torpore senza fine, ti sembra tutto un mondo immobile e senza speranza: nulla cambia, la scintilla della speranza è una cosa lontana e immaginaria. Questa sensazione la sia avverte ovunque e appesantisce l’animo, ti fa provare con immediate e (apparentemente) semplici immagini la durezza della vita. Ci sono personaggi ciclici che nei loro attimi di lucidità che ci narrano i loro sentimenti, la loro vita e le verità apprese dalla loro esistenza; ci dicono qualcosa. Se delicatamente e umilmente porgiamo le orecchie riusciamo a sentire tutte quelle voci che dal passato ci parlano, ci narrano e ci fanno rivivere quel periodo, con le sue illusioni e con le sue crudeltà di stasi. I romanzi pieni di qualcosa, pieni di un po’ di anima dell’autore rimangono per l’eternità, le dà un significato e una valenza eterna ed è per questo che è attuale. Consiglio questo romanzo a tutti e soprattutto darei una chance a prescindere vista la sua brevità. Sento la polvere dei campi racchiusa in queste parole, sento la polvere arida che entra nei polmoni, sento la polvere dell’aridità umana nelle mie ossa, ma alla fine non si può non sentire la polvere bianca della speranza che aleggia in ogni lettera e in ogni pensiero perché alla fine fine l’illusione è l’unica cosa che ci salva e che brilla in cielo anche se talvolta offuscata dalla nebbia nera -pece- della realtà; dalla nebbia incandescente che prende fuoco e che diradandosi lascia intravedere quella anima coperta di polvere, quella anima coperta di candida neve inquinata da nulla.

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Romanzi di formazione, autori americani, romanzi brevi
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Uomini e topi 2020-04-21 17:34:29 Cristina72
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Cristina72 Opinione inserita da Cristina72    21 Aprile, 2020
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Poche miglia a sud di Soledad

Il contrasto tra la semplicità della trama, per molti versi prevedibile, e il modo in cui i fatti vengono raccontati, con una prosa asciutta e a tratti poetica (la traduzione di Cesare Pavese avrà forse dato il suo contributo) rende questo breve romanzo degno di essere letto.
E' l'unione di due solitudini, agli antipodi per temperamento e apparenza fisica ma legati da un affetto fraterno.
L'istinto di protezione di George nei confronti di Lennie, grande e grosso, con un ritardo mentale, finisce per apparire insensato di fronte a una società inaridita da una crisi economica che ha infranto i sogni di tutti.
Non quelli di George e Lennie però, emarginati sì, ma fieri di esserlo, mentre si tengono strette le loro ingenue ambizioni:
“Per noi è diverso. Noi abbiamo un avvenire. Noi abbiamo qualcuno a cui parlare, a cui importa qualcosa di noi”.
Un refrain pittoresco, il racconto delle loro fantasticherie, il miraggio di un posto in cui poter finalmente porre fine al vagabondaggio per vivere del “grasso della terra”.
Ma per gente come loro la terra è arida in California, poche miglia a sud di Soledad, almeno quanto il cuore degli uomini. Quanto vale una vita laggiù? Più o meno quanto quella di un topo, se non si riesce a cavarne qualcosa.
Il romanzo parla di amicizia e tradimento, di sentimenti puri calpestati, della necessità di dimostrarsi uomini, forse, ma non più esseri umani.
Struggente, il finale, con rapide successioni di immagini e parole degne della migliore arte cinematografica:
“Dimmi come sarà un giorno”.

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Uomini e topi 2020-04-09 16:07:24 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    09 Aprile, 2020
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C'era una volta l'America

E’ proprio il mio respiro che tace, mentre tutto il resto continua a vivere avvolto da questo cielo blu.
Non che ci sia alcun ostacolo alla normale ventilazione, solo sono così, mezza strada tra Inspiro o non Inspiro? Incapace di decidere non faccio alcunché, come se il tempo si fosse bloccato.
Come se l’oscillazione della margherita in altalena col vento si fermasse innaturalmente a quarantacinque gradi, come se quel giovane merlo stazionasse immobile a due metri da terra col ricco bottino nel becco giallo.
Ho appena letto l’ultima riga di Uomini e topi e forse è meglio che mi riscuota da questo strano torpore, che torni a respirare e che tutto ricominci a fluire.

Breve ed intenso romanzo di penna scorrevole, la scrittura semplice non e’ formalmente elaborata, eppure che potenza e che empatia e che realismo Steinbeck in questo splendido affresco americano in cui l’amicizia diviene fratellanza e la fratellanza sprofonda tra le sabbie mobili, tragedia dell’ultimo gesto di un amore delicato e viscerale.

Sono due braccianti stagionali George e Lennie, il loro sogno è lì, a portata di ognuno di loro.
Io pure riesco a sfiorarlo questo desiderio che si sta avverando, come gli altri disperati che chiedono un angolo e si aggrappano alla scia di una cometa che scivola lentamente a sfiorargli le dita.
Basterebbe stringere la mano e spedire una lettera, aggrapparsi a lei con quel sorriso ebete, con quel moncherino al polso, con quella vecchia schiena curva dalla pelle nera, con quei quattrocento dollari sudati per una vita intera.
Basterebbe, ma forse sarà l’eclissi, stanotte.

Bellissimo, mi ha ridotta a una felice creatura triste e afona, a lungo.

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Uomini e topi 2019-12-09 00:18:50 Vita93
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Vita93 Opinione inserita da Vita93    09 Dicembre, 2019
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Perchè io ho te e tu hai me

Pubblicato nel 1937 e tradotto da Cesare Pavese l’anno seguente, “Uomini e topi” è il libro più venduto, insieme a “Furore”, dello scrittore statunitense John Steinbeck. Nativo di Salinas, celebre centro agricolo della California.

Un testo divenuto in breve tempo leggendario, senza età.
In America, perché con questa opera di denuncia l’autore mostrò un lato del paese che gran parte del pubblico non conosceva ancora.
In Italia, perché queste furono alcune delle pagine che consentirono a molti scrittori di alienarsi e sognare un continente giovane e vergine ma già epico e ruspante, lontano dalla visione chiusa e rigida fornita dalla cultura fascista che considerava la letteratura americana sovversiva e pericolosa per la propaganda e la creazione del consenso popolare cui mirava il regime.

I protagonisti sono due lavoratori stagionali nella California del primo dopoguerra. Una terra arida, sommersa dalla galoppante crisi economica e descritta con poche ed efficaci pennellate.
Lennie Small, che a dispetto del nome è un gigante e ha la forza di un toro, ma la mente di un bambino. E George Milton, che oltre a pensare a se stesso deve preoccuparsi costantemente di Lennie, e che mostra la tipica risolutezza di chi già conosce l’amara lezione della vita.
Sono personaggi veri, umili. Abituati alla fatica, allo sfruttamento, alle ingiustizie sociali, alle discriminazioni razziali.
Ma che nonostante tutto, conservano un profondo senso della dignità. E un sogno. Quello di mettere da parte dei soldi per potersi comprare un pezzo di terra e non dover più lavorare per nessuno.

George, Lennie, gli altri lavoratori, sono perdenti. Ma desiderosi di riscatto.
Sono figure dotate di un fascino eroico, assimilabile al mito. I perdenti che soccombono di fronte ad imprese al di fuori della loro portata, gli uomini onesti sconfitti dal destino ineluttabile della loro esistenza, ma che acquisiscono un’aura immortale e inscalfibile grazie al coraggio e alla dignità dimostrati.

Lo stile di Steinbeck è misurato, affilato, ricco di dialoghi. Si attiene semplicemente ai fatti riportati senza ridondanti commenti personali, come in un articolo di giornale. Tanto è che il titolo in origine doveva essere semplicemente “Something that happened”. Qualcosa che è successo.

Le pagine finali, nella loro semplicità e brevità, sono perfette. Amare e dolorose, ma stupende e commoventi. Indimenticabili.
Come stupenda è la storia di amicizia narrata in questo breve romanzo, un rapporto vero ed autentico tra due persone che fino alla fine non hanno niente e nessuno e possono contare soltanto su se stessi e sull’altro.

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Uomini e topi 2019-03-19 08:54:17 Valerio91
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Valerio91 Opinione inserita da Valerio91    19 Marzo, 2019
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L'INCOMUNICABILITÀ DEGLI UOMINI

Avevo una paura matta di cominciare la mia esperienza con John Steinbeck da “Furore”. “E se non mi piace?” dicevo a me stesso, pensando che poi mi sarei dovuto sciroppare un bel mattoncino che avrei fatto fatica a finire (ma che avrei certamente finito, se ho finito Anna Karenina, posso finire tutto). Non mi linciate per questa ultima parentesi, sono gusti.
Tornando a Steinbeck, mi sono detto che avrei dovuto cominciare con qualcosa dalla mole un po’ più ridotta, come faccio un po’ con tutti gli autori; dunque ho deciso di acquistare “Uomini e topi” e cominciare da questo. Conclusione? Non vedo l’ora di leggere Furore, ragazzi, e credo che non vedrò l’ora di leggere tutto quello che questo autore ha scritto. Non so se questo libro sia perfetto come asserisce Nick Hornby, ma posso tranquillamente dire che sia un gioiello di rara bellezza. I motivi? Bene, vi farò un elenco: personaggi caratterizzati alla perfezione, ambienti che nella mente del lettore prendono praticamente vita con descrizioni che non risultano ostiche né inutilmente lunghe, dialoghi assolutamente efficaci. Ma andiamo oltre. Steinbeck riesce a regalarci uno spaccato d’umanità che secondo me altri autori non sarebbero in grado di mettere insieme nemmeno con un libro di mille pagine: il messaggio passa forte e chiaro, il pensiero dell’autore ci arriva forte tramite analogie che lui non spiega esplicitamente ma che sono più che chiare.
Devo dire che alcuni tratti mi sono sembrati un po’ crudi, ma è dovuto alla mia sensibilità soprattutto quando ci sono di mezzo cani e cagnolini. Non ci sono torture, state tranquilli, né violenza gratuita. Ogni cosa in questo libro ha il suo perché, la sua spiegazione, e ci rendiamo conto che per quanto triste da leggere era comunque necessario scriverla.
Il messaggio che mi è arrivato più forte è l’incomunicabilità fra esseri umani. Per quanto possiamo conoscerci a fondo spesso non riusciamo a capirci; spesso veniamo fraintesi; spesso veniamo accusati di fare cose che non sono neanche lontanamente nei nostri pensieri ma che il pensiero comune ha contribuito a far diventare verità incontrastabili. Sono tanti i personaggi che, a un occhio superficiale, possono apparire in un modo; ma basta essere disposti ad ascoltare per capire che oltre la facciata può esserci molto di più. Emblema di questo aspetto sono i personaggi dello stalliere di colore e della signora Curley, senza dimenticare uno dei due protagonisti: Lennie. Non posso essere certo che questo aspetto volesse essere messo in risalto intenzionalmente da Steinbeck, ma a me questo messaggio è arrivato in maniera prepotente insieme a quello più esplicito dell’incapacità di stare al mondo; dell’impossibilità di vivere insieme ad altri, per alcuni uomini particolari. È un argomento controverso, che Steinbeck porta alla nostra attenzione.
Ci sono cose che un uomo deve fare. Probabilmente.

I protagonisti di questa storia sono George e Lennie, due braccianti che lavorano stagionalmente nei ranch. Il primo è un uomo sveglio, intelligente e gran lavoratore; il secondo è un uomo grande e grosso, scemo ma innocente e semplice come un bambino, che nelle sue intenzioni non vorrebbe far mai male a una mosca ma che a causa della sua mole si ritrova anche a uccidere topi che tiene nel palmo della mano, per accarezzarli. All’inizio di questa storia sono in fuga dall’ultimo ranch in cui hanno lavorato, a Weed, proprio perché Lennie voleva accarezzare il soffice vestito di una ragazza che viveva lì. Non aveva altre intenzioni, solo accarezzare la morbidezza di quel vestito. Ma, come dicevamo, l’incomunicabilità è una piaga e quello che appare viene quasi sempre considerata verità. Dunque George e Lennie scappano e cominciano a lavorare in un altro ranch, dove fanno amicizia con gli altri lavoratori e si scontrano con Curley, manesco figlio del loro datore di lavoro e marito di una donna piuttosto controversa, che sembra essere lì appositamente per portare guai. Ma George e Lennie non contano di stare lì per molto; hanno un sogno che perseguono con tutte le proprie forze: avere un posto tutto loro in cui vivere una vita tranquilla, coi frutti della propria terra; vogliono solo essere liberi e non doversi spaccare la schiena per qualcun altro. Una vita semplice: stare di fronte a una grande stufa e ascoltare il ticchettio della pioggia. Badare ai conigli, come direbbe Lennie.
Il tempo che trascorreranno in questo ranch porterà alla luce tante di quelle cose, che davvero non so dire come l’autore ne sia stato capace in così poche pagine.
Davvero un capolavoro, probabilmente.

“«Beh, Curley è abbastanza manesco,» disse lo scopino con aria scettica. «Non mi è mai sembrato giusto. Poniamo che Curley salta addosso a uno grosso e gliele suona: tutti a dire quant’è in gamba Curley. Ma poniamo che fa la stessa cosa e viene suonato: allora tutti a dire che quello grosso doveva menare uno della sua stazza, e magari lo aggrediscono tutti insieme. Non mi è mai sembrato giusto. È come se Curley non desse scampo a nessuno.»”

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Uomini e topi 2018-12-27 21:42:48 David B
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David B Opinione inserita da David B    27 Dicembre, 2018
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Il rapporto umano, l’ultimo bene

“Quelli come noi non hanno una famiglia. Mettono insieme un gruzzoletto e poi lo sperperano. Non hanno nessuno al mondo a cui importi un fico secco di loro...”
Questo è il dialogo (drammatico, da un certo punto di vista) che si ripete più di una volta durante il racconto di “Uomini e Topi” tra i due protagonisti: l’ingenuo, goffo e maldestro Lennie e, dall’altra parte, il fedele, saggio e responsabile George.
Mi sono approcciato a questo libro subito dopo aver ultimato “Furore”, grandissimo romanzo. Entrambi li trovo molto diversi, ma anche molto uguali. Uno relativamente breve e l’altro relativamente lungo, uno così enigmatico e sedentario (il luogo rimane sempre quello del ranch), l’altro così lineare e dinamico. Ma entrambi mettono in evidenza la grande crisi sociale che attanaglia da sempre il ceto più povero degli Stati Uniti d’America. Una conseguenza di una crisi economica durissima.

Prima ho usato un aggettivo un po’ inusuale per chi conosce Steinbeck, la cui penna si aggiudicò il premio Nobel del ‘62, ossia “enigmatico”. E lo ripeto con forza. È un libro enigmatico, misterioso, capace di suscitare continue domande, continui dubbi e collegamenti inusuali.
Il primo dialogo tra i due, prima che approdassero al ranch -vero teatro dell’intero racconto-, mi ha fatto ricordare “Aspettando Godot” (!!), opera teatrale di Beckett. Con il primo personaggio che non si ricorda nulla di ciò che si è detto, fatto e vissuto insieme al secondo che, tra l’infastidito e il divertito, continua a dare le stesse risposte alle stesse domande che tanto angosciano il suo amico.

Poi mano mano che il racconto procedeva l’ombra di Beckett si diradava sempre più fino a scomparire, fino a lasciare la mia ragione, stavolta, al buio. Buio completo. Non riuscivo ad afferrare il senso di tutto questo: perché George continua a rimanere fedele a Lennie, a dargli corda? Perché non lo lascia alla sua vita con beneficio per entrambi? Cos’ha di tanto speciale quell’omone così tenero quanto sciocco per il piccolo ma sveglio George? Domande su domande. La mia testa era nel caos: interrogativi pesanti senza nessuno spiraglio di risposta.
Mistero.
Enigma.
È un rapporto quello tra George e Lennie, su cui si basa l’intera vicenda, che inizialmente sfuggiva dalle mie capacità di comprensione. Ci sarà un motivo se il vecchio John, dopo una storia così ben lineare come quella di “Furore”, propone una storia apparentemente sconclusionata per rimarcare lo stesso j’accuse, mi sono chiesto.

Ed ecco che alla fine mi sono dato una risposta, piuttosto inusuale direi. C’è la volontà di far vedere come, nelle grandi crisi economiche che devastano e hanno devastato milioni di famiglie costrette ad emigrare nel loro stesso paese e ad errare per cercare una speranza di futuro, il rapporto umano sia l’ultimo bene, non commerciabile, a lasciare l’uomo. Il rapporto umano è necessario per la sua sopravvivenza. Anche se può apparire strumentale. Le continue illusioni sul futuro che Lennie e George amano ripetersi (a cui si aggiungerà anche Candy) permette loro di andare avanti, di vivere con speranza e impegno il presente.

E, infatti, quando anche questo castello di carte abilmente costruito con parole e autosuggestioni si rivelerà per quello che davvero è, ovvero utopia -perché nella società americana non c’è nessun appiglio né aiuto in tal senso, e neanche un senso civico motivato e forte (“io li conosco quelli come voi... tutto quello che intascate finisce in bordelli al sabato sera”), è l’accusa (e la verità) drammatica di Steinbeck-, ecco che l’amicizia di Lennie non ha più ragione d’essere. Se prima, pur con i suoi paradossi e le sue illogicità aveva ancora un senso, che era vitale, per George, ora è il contrario.

Ma sono gli Stati Uniti a perdere, non George, perché incapaci di alimentare quella volontà di riscatto e di speranze che i due vecchi amici stavano faticosamente tentando di costruire.

Questo è “uomini e topi”. Tutti sono uomini fino a quando si rendono conto di non essere in grado di raggiungere ciò che si erano prefissati e finiscono per rintanarsi e mettere le radici nell’unico posto che riescono a trovare, non importa quale esso sia.

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Uomini e topi 2017-08-06 17:10:57 Laura V.
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Laura V. Opinione inserita da Laura V.    06 Agosto, 2017
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“[…] I migliori piani dei topi e degli uomini"...

“[…] I migliori piani dei topi e degli uomini, / Van spesso di traverso, / E non ci lascian che dolore e pena, / Invece della gioia promessa!” (Robert Burns)

Dopo l’appassionante lettura di “Furore” di qualche tempo fa, torno a Steinbeck con questo romanzo breve che affronta i temi sociali tanto cari all’autore: la crisi economica, l’emigrazione verso Ovest, lo sfruttamento, le ingiustizie e le sofferenze che ne derivano.
Sullo sfondo di tutto ciò si muovono i due protagonisti, George e Lennie, in rappresentanza di un’umanità derelitta perennemente in cammino e in cerca, dinnanzi alle asperità della vita, soltanto di una casa e un pezzetto di terra dove mettere finalmente radici e assaporare, se non proprio la felicità, almeno la sua illusione. Intorno a loro tanti altri personaggi molto ben delineati, dal garzone Crooks, vittima del pregiudizio razziale in quanto nero, alla giovane moglie di Curley, tutti sprofondati nell’immobilità di una solitudine da cui appare vano ogni tentativo di fuga.
Un dramma intenso e commovente, dove i sogni, le speranze, le illusioni di ognuno s’infrangono miseramente contro l’imperscrutabilità di un destino purtroppo già scritto. Un piccolo capolavoro del quale consiglio la lettura!


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