Narrativa straniera Romanzi Vicino al cuore selvaggio
 

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Vicino al cuore selvaggio

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Joana, la protagonista di questo romanzo, è una bambina, poi una ragazza, poi una donna, dai sentimenti naturalmente presocratici. Tutto in lei affiora da «percezioni troppo organiche per essere formulate in pensieri», come in una Virginia Woolf amazzonica, arruffata e vagamente stregonesca. Joana ha il tratto della visionaria ironica, che non riesce a liberarsi mai dal «desiderio-potere-miracolo di quand’era piccola», e neppure lo vuole. Qui la letteratura e il sogno crescono insieme, come nello stesso giardino d’infanzia. «All’inizio sognava montoni, andare a scuola, gatti che leccavano il loro latte. A poco a poco aveva cominciato a sognare montoni azzurri, andare a una scuola in mezzo alla foresta, gatti che bevevano latte in piattini d’oro. E i sogni si addensavano sempre più e acquistavano colori difficili da diluire in parole». Che cosa accade, a Joana? Si trasforma, passa il tempo, perfino si sposa. La sua storia è il silenzioso ruotare di un prisma che guida la luce «vicino al cuore selvaggio della vita». Vicino al cuore selvaggio è apparso per la prima volta nel 1944.

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Vicino al cuore selvaggio 2019-08-17 19:06:52 DanySanny
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DanySanny Opinione inserita da DanySanny    17 Agosto, 2019
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La spontaneità e l’intuizione

Clarice Lispector pubblica questo libro intorno ai ventiquattro anni (ma la stesura risale a quando l’autrice non ne aveva ancora compiuti diciannove), un libro miracoloso, a dirla tutta, non tanto per la precoce età dell’autrice, che pure è notevole, quanto per l’atmosfera di luminosa sospensione in cui galleggiano le pagine. Un miracolo che è però molto sacro e poco divino, o meglio, di un divino in ogni sua parte immanente alla realtà, e non trascendente. D’altronde le premesse filosofiche di questo libro sono da ricercare in Spinoza, che di fronte alla frattura fra res cogitans (il pensiero) e res extensa (il corpo) di stampo cartesiano, fa collassare tutto in una res divina: deus sive natura, Dio è la natura. Lispector fa propria la filosofia spinoziana e il libro continuamente annulla i confini fra corpo e ambiente, così la protagonista è ora un’onda del mare, ora un raggio luminosa, ora il suono di un orologio.

La suggestiva quarta di copertina definisce Calrice Lispector come una “Woolf amazzonica”, ma in realtà la medesima premessa (il movimento come forma delle cose, il ritmo puro dell’essere) porta a due stili molto diversi. Nella Woolf, e penso in particolare a “Le Onde”, la scrittura procede per dilatazione, espansione, rarefazione, per progressivo aumento di volume cosicché la coscienza si gonfia come una bolla via via più lieve; in questo libro, invece, lo stile procede, passatemi il termine, per colliquazione, come se la coscienza di liquefacesse continuamente in spazio e lo spazio si condensasse in coscienza senza soluzione di continuo. La differenza è di consistenza: in Lispector lo stile ha una sua gravità, un peso, procede per apnee e il lettore si ritrova preda di una corrente che può annegare.

La trama è, al solito, pretestuosa: Joana è una bambina prima, una ragazza poi, una donna infine, una i cui occhi sanno colmare gli
uomini di domande, che vive in una realtà più antica del tempo, alla ricerca di parole pure, che non conoscono linguaggio, di azioni che semplicemente accadono. Un architettura certo precaria e instabile, vacillante a tratti sul finale, ma capace di stupire a ogni paragrafo, come se ogni riga fosse il primo passo su un pianeta vergine, primordiale, disabitato, una terra che nessuno ha mai detto, più profonda di noi, “cieca come un sasso che rotola”. Ecco, il valore incommensurabile di questo libro è la ricerca di una verità che può venire soltanto prima del verbo e che continuamente nega la parola per intuire il fondo delle cose nel ritmo. E l’intuizione è appunto il modo di procedere di Clarice Lispector: i vincoli causa-effetto si sciolgono e la realtà si dispiega come un teorema matematico, per squarci e illuminazioni. Lo scopo è sempre il medesimo: dire l’indicibile. Quello che in “Acqua viva” sarà indagato con un linguaggio esplosivo e antiletterario, la natura pura delle cose, qui è ancora in bilico con gli ultimi residui della drammatizzazione romanzesca.

“La visione consisteva invece nel cogliere il simbolo delle cose nelle cose stesse”: non una foresta di simboli, ma la crudezza delle cose in sé. E così, la ricerca psicologica di coscienze che fioriscono dal flusso stesso del divenire, una psicologia acutissima, trapassa già in una ricerca ontologica condotta con una prosa poetica. E in almeno due capitoli, “La zia” e “L’uomo”, l’autrice raggiunge, sulla pagina, la perfezione. Vicino al cuore selvaggio delle cose, dove tutto è entropia e divenire, Clarice Lispector prova ad afferrare, su fragili foglie prede della bufera, i segreti dell’essere.

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Consigliato a chi ha letto...
Dialoghi con Leucò (di cui condivide l’impostazione preverbale)
Woolf, Le onde
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