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I bastardi di Pizzofalcone
 
I bastardi di Pizzofalcone 2018-09-24 14:07:11 FrancoAntonio
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FrancoAntonio Opinione inserita da FrancoAntonio    24 Settembre, 2018
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Palle con la neve per l'ispettore Lojacono

L’ispettore Lojacono, dopo aver brillantemente risolto il caso del Coccodrillo, non può essere più tenuto in salamoia nell'ufficio denunce della Questura di Napoli, anche per l’eco mediatica che ha avuto la vicenda. Si decide, perciò, di trasferirlo ad un incarico con compiti investigativi. Però la destinazione è quasi un ghetto. Il Commissariato di Pizzofalcone, invero, s’è fatto una pessima nomea poiché quattro suoi poliziotti hanno sottratto una grossa quantità di droga da una partita sequestrata per rivendersela in proprio dando scandalo e portando disonore a tutti. Prima di decidere se chiuderlo definitivamente, s’è pensato di trasferire in quella sede tutti gli elementi meno graditi dagli altri commissariati. Da qui il soprannome ricevuto: “I Bastardi di Pizzofalcone”.
Il primo caso che essi si trovano a dover risolvere riguarda l’omicidio della sig, Cecilia de Santis in Festa, nobildonna della Napoli bene. La donna, di famiglia facoltosa, sposata ad uno dei notai più in vista della città (il quale, però, deve gran parte del suo successo professionale proprio al matrimonio) è stata ritrovata dalla cameriera con il cranio sfondato da una delle palle di vetro con la neve che ama collezionare a centinaia. Forse è un furto finito male, ma non c’è scasso e parecchie cose non quadrano. Però non sembra che ci sia un movente alternativo: tutti non fanno che dir bene di lei, una vera santa. E' pur vero che il marito è un notorio donnaiolo: la tradisce continuamente e, ora, ha in piedi una focosa relazione con una donna assai possessiva. Tuttavia entrambi dicono di essere stati a Sorrento, per un focoso fine settimana. Quindi la questione è parecchio intricata e se il Commissariato non risolverà l'indagine in fretta, sarà chiuso ed i suoi componenti nuovamente sparsi a svolgere compiti dequalificanti.
In questo secondo romanzo della serie dedicata all'ispettore Lojacono (primo della saga dei Bastardi) De Giovanni approfondisce l’analisi del protagonista mentre lo affianca ad una interessante collezione di relitti e reietti, ognuno dei quali ha una storia problematica alle spalle e, per ciò stesso, è meritevole di un attenta analisi.
La vicenda poliziesca, non troppo arzigogolata, è narrata con cura e, ad impreziosire la storia principale, ad essa si intrecciano anche i fatti collaterali dei protagonisti e le loro indagini "minori". Ne esce un ampio, veritiero e dolente affresco di una normale, disperata umanità nella Napoli di oggi.
Nella mia opera di esplorazione di questa serie poliziesca, salita anche agli onori televisivi, ho affrontato questo secondo volume con curiosità.
Leggendolo mi si è rafforzata la convinzione che siano più nelle corde di De Giovanni le storie del Commissario Ricciardi, vissute in una Napoli più pacata, riflessiva ed umana di quella turbolenta, cinica e violenta di oggi. Tuttavia debbo riconoscere che è comunque un buon romanzo: gradevole e, indubbiamente, molto più “telegenico” di quelli del “Commissario che vede i morti”.
Tuttavia i ritmi serrati della narrazione, i capitoli brevi e nervosi, l’incrociarsi delle vicende in modo talvolta piuttosto pindarico, conciliano meno la lettura riflessiva e meditata che è l’atout per De Giovanni. Spesso, perciò, diviene quasi inevitabile scorrere le righe velocemente, per scoprire “cosa avviene dopo” e si perde il gusto della prosa raffinata dell’A.
In definitiva il libro mostra più il suo carattere di romanzo poliziesco e meno quello di romanzo di sentimenti e di persone. Se, come più volte ho scritto, il De Giovanni del Commissario Ricciardi fa letteratura, con i "Bastardi", torna sulla terra offrendo un buon romanzo d'evasione, che ha, però, la dote di spargere anche fecondi semi per riflessioni sulla nostra società.

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