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Caccciatore di ombre
Questo è un giallo che al suo apparire mi ha incuriosito per una particolarità, ancora prima di leggerlo:
l’investigatore addetto a svelare l’arcano è, per una volta, un fine professionista, un esperto di delitti di alto livello, con tanto di studi accademici e master ad hoc nelle migliori scuole oltreoceano: infatti è italianissimo, ma è quello che si definisce all’americana un profiler, e non è che ci siamo tanto avvezzi nel nostro paese. Voglio dire, siamo abituati a vedere investigare vicequestori, carabinieri, magistrati, giornalisti, talora pure suore e preti, ma uno che ha studiato apposta per scovare serial killer in un certo senso ci mancava. Ecco, Enrico Mancini questo fa, ha studiato a Quantico con l’FBI, quelli che assicurano alla giustizia gente come Hannibal The Cannibal, tanto per intenderci, quindi poche storie: tant’è che il nostro ha studiato veramente bene, si è fatto scafato di che gente fuori di testa si trova in giro, quindi giustamente Mancini, a sorpresa si dimostra un antieroe! Quando avviene il primo omicidio seriale, infatti, capisce subito che grana si sta presentando, si guarda bene dall’aggiudicarsi il caso, salvo poi giocoforza ripensarci: perché quello l’assassino si ripete, capite, firma con il suo modus operandi giusto per far capire che “…è così che si uccide”
Ecco, “È così che si uccide” di Mirko Zilahy, solo per questo è già di per sé un giallo con un investigatore, una investigatrice o una squadra che ti incuriosisce.
Naturalmente, Mancini non è, per ovvi motivi, visto il mestiere che fa, un personaggio solare, ma lo è anche a seguito di dolorose vicende private; tuttavia, non è un bel tenebroso, un poliziotto maledetto che si piange addosso, il suo fascino sta tutto nell’umanità che lo contraddistingue: per mestiere maneggia fango, e però per indole si rattrista per il fango cui si riducono a divenire molte persone per le traversie dell’esistenza. La sua abilità, il suo talento, consiste in questo: il commissario capisce, si compenetra con l’assassino, comprende il suo dolore e le sue motivazioni, lo intuisce dai minimi particolari da altri inosservati, e ricostruisce prima la storia alle spalle dell’individuo da fermare, e poi con la sua squadra provvede a fermarlo.
Ne consegue che la narrazione è ampia, vasta, minuziosa; i comprimari sono descritti alla grande come il protagonista, ed un’altrettanta accorata e particolareggiata descrizione la prende Roma, lo scenario dove si svolgono i fatti. Un tomo poderoso, quindi, che potrebbe perciò scoraggiare molti: credo che invece ne valga la pena, se non altro per il suo essere non dico diverso da altri libri del genere, però certamente sui generis, anche ben scritto, con uno stile direi all’inglese, forse perché risente dei precedenti di traduttore dell’autore.
Vorrei ricordare che questo è solo il primo capitolo di una trilogia e dei tre è forse il migliore, conta molte pagine con un buon ritmo fluido e intrigante e tecnicamente accurato, le indagini, i rilievi, gli indizi scientifici repertati, il modus operandi giuridico è effettivamente quello utilizzato nella realtà, e anche questa precisione va a merito dell’autore, rivela il suo studio preliminare, l’accuratezza nel lavoro di ricerca di quanto racconta. Infine, non è vero che un serial killer uccide a casaccio e per motivazioni chiare a lui solo. Affatto: segue un disegno lineare, logico e per niente fuori di testa, chiarissimo e giustissimo, se vogliamo, un disegno che vede lui solo proprio perché fa in modo da ombreggiarlo e celarlo agli altri, lui è in un certo senso un’Ombra che ombreggia, ma personalmente si muove seguendo una luce precisa che vede benissimo, che si sviluppa fino ad un epilogo inaspettato. Che ti fa capire che è così che si uccide.





























