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I pesci non chiudono gli occhi
 
I pesci non chiudono gli occhi 2012-08-05 16:14:43 Marisa
Voto medio 
 
3.8
Stile 
 
4.0
Contenuto 
 
3.0
Piacevolezza 
 
4.0
Opinione inserita da Marisa    05 Agosto, 2012

Un titolo da "ascoltare" più che da leggere

"I pesci non chiudono gli occhi" (Feltrinelli, 2011) mi ha colpito per la frase di copertina: “Lo so da un anno, io cresco e il corpo no. Rimane indietro”, tuttavia la decisione di leggere questo breve ma intenso romanzo è stata determinata da ciò che ho letto sulla quarta: “… Un uomo, cinquant’anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accade il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano”. Il fascino irresistibile, per me, dell’etimologia non mi lascia scelta: quel libro è mio.

È la storia di un bambino di dieci anni – l’autore stesso – che al mare, d’estate, incontra una ragazzina di poco più grande e rimane colpito da lei. Non sa se è amore, piuttosto è crescita, quella interiore perché il corpo rimane sempre indietro.

«La guardavo e mi accorgevo che era così. Era una donna, la prima che emergeva da quella folla che non mi interessava. Altre volte ho riavuto la sorpresa di una donna che avanzava verso di me e il resto intorno andava fuori fuoco». (pag. 59 dell’edizione economica 2012)

«Capivo all’indietro quello che succedeva dentro i libri, quando uno si accorge della specialità di un’altra persona e concentra su quella l’esclusiva della sua attenzione. Capivo l’insistenza di isolarsi, starsene in due a parlare fitto. Non c’entrava per me il desiderio, quell’amore chiudeva con l’infanzia ma non smuoveva ancora nessun muscolo degli abbracci, Scintillava dentro, mi visitava il vuoto e me lo illuminava». (pagg. 101-102 )

L’estate di cinquant’anni prima vede il ragazzino immerso nel mondo semplice dei pescatori campani, nella curiosità di leggere per imparare a vivere, nell’abilità con cui trova le soluzioni ai cruciverba e ai rebus. L’estate di un ragazzino solitario che vede nella ragazzina del nord, sua vicina di spiaggia, la stessa voglia di isolarsi, immersa nella lettura, noncurante dei giochi stupidi dei coetanei. Per questa affinità tra i due, per il fatto che lei scelga proprio lui e non altri, magari più svegli e già preda dei primi turbamenti d’amore, scatenerà la lotta tra due mondi così diversi dalla quale lui, con l’aiuto di lei, che lo tiene per mano, uscirà vincitore.

È anche un’estate passata lontana dal padre, emigrato in America in cerca di lavoro. Un’estate fatta di decisioni difficili dalle quali il bambino cerca di stare lontano, pur consapevole che la “perdita” del padre (ma in realtà la sua lontananza) avrebbe avuto su di lui delle conseguenze irreparabili:

«Crescere senza di lui? Sarei venuto storto, avrei cercato di appoggiarmi a un muro come un rampicante che altrimenti striscia». (pag. 92)

E così la narrazione continua intrecciando ricordi lontani, quelli di un bimbo che vuole crescere ma il suo corpo no, e quelli più vicini, di un uomo che deve fare ancora delle scelte, a volte ancora difficili. Il tutto condito dalle splendide immagini della vita laboriosa dei pescatori dell’isola, delle cose semplici come gli spaghetti al pomodoro e basilico e la pizza alla marinara, i cui odori e profumi sembrano uscire dalle parole stesse del racconto.

Lo stile di De Luca è, infatti, molto lirico, seppur semplice e a volte vicino al parlato, senza tuttavia scivolare spesso nella parlata napoletana, se non per evocare immagini particolarmente colorite. Una lettura gradevole, certamente non impegnativa. Un romanzo che, pur nella sua scorrevolezza e bellezza non banale, non può essere considerato un esempio di alta letteratura.

Una curiosità particolare me l’ha destata il titolo. Che siano citati i pesci mi sembrava normale, visto che fin dalle prime pagine il mondo in cui il racconto è calato è quello dei pescatori. Ma non capivo il nesso con gli occhi dei pesci. Finché, al momento del primo bacio fra i due ragazzini, lei non lo rimprovera perché non chiude gli occhi. E continuerà a farlo in seguito:

“Chiudi quei benedetti occhi di pesce.”
“Ma non posso. Se tu vedessi quello che vedo io, non li potresti chiudere.” (pag. 112)

Allora il titolo va letto come se tra l’articolo e il nome si formasse una sola parola di tre sillabe con l’accento sulla penultima. Ipèsci non chiudono gli occhi. I bambini di dieci anni, che in poche settimane d’estate assistono ad una crescita interiore a scapito di un corpo che rimane indietro, sì, li devono proprio chiudere gli occhi, quando baciano

dal blog: http://marisamoles.wordpress.com

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Bella recensione. Complimenti!
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06 Agosto, 2012
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