Narrativa italiana Romanzi I pesci non chiudono gli occhi
 

I pesci non chiudono gli occhi I pesci non chiudono gli occhi

I pesci non chiudono gli occhi

Letteratura italiana

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A dieci anni l’età si scrive per la prima volta con due cifre. È un salto in alto, in lungo e in largo, ma il corpo resta scarso di statura mentre la testa si precipita avanti. D’estate si concentra una fretta di crescere. Un uomo, cinquant'anni dopo, torna coi pensieri su una spiaggia dove gli accadde il necessario e pure l’abbondante. Le sue mani di allora, capaci di nuoto e non di difesa, imparano lo stupore del verbo mantenere, che è tenere per mano.

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I pesci non chiudono gli occhi 2017-09-07 19:56:25 pierpaolo valfrè
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pierpaolo valfrè Opinione inserita da pierpaolo valfrè    07 Settembre, 2017
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Sapore di sale

Questo è il primo libro di Erri De Luca che ho letto. Mi è piaciuto.

Per accordarmi con lo stile parco di parole e abbondante di pause, di ricordi e di malinconie del suo autore, potrei chiuderla qui.

Ma ciò non sarebbe invece coerente con lo stile di questo sito e oltre tutto sono anche stimolato a dire qualcosa di più dalla varietà di giudizi e commenti lasciati da coloro che mi hanno receduto nella sua recensione. Se mi baso su questo piccolo campionario, sembra che Erri De Luca divida parecchio i lettori.

Ho letto questo breve romanzo al mare, non in poche ore, come si potrebbe benissimo fare (cento paginette veloci) ma abbandonandomi ad un ritmo sonnacchioso, poche righe alla volta lasciate cullare dalle onde, con la sabbia, l’umidità e la salsedine a invadere le pagine e gli scogli a sgualcirle, macchiarle e scollarle.

Così mi devono essere sfuggiti gran parte dei limiti e ho invece pigramente assaporato le qualità di questo amarcord in cui lo scrittore sessantenne si volta a guardare il se stesso di cinquant’anni prima (“a dieci anni si sta dentro un involucro che contiene ogni forma futura”), si compiace e si assolve per tutto ciò che è seguito (“la vita aggiunta dopo, lontano da quel posto, è stata una divagazione”).

“L’infanzia smette ufficialmente quando si aggiunge il primo zero agli anni”, ma le scoperte non hanno ancora smesso di suscitare stupore, come l’amore e i baci (“ancora oggi so che sono il più alto traguardo raggiunto dai corpi. Da lassù, dalla cima dei baci si può scendere poi nelle mosse convulse dell’amore”).

Dalla particolare prospettiva di un decenne reinterpretato dall’adulto in cui si è trasformato, De Luca vede tutta la traiettoria della sua vita (“oggi so che quell’amore pulcino conteneva tutti gli addii seguenti”). Le esperienze, i pensieri, gli incontri successivi saranno lo sviluppo di ciò che era già contenuto in quell’età di confine: “quel poco di estate di cinquant’anni fa, fissato dalla focale della distanza, s’ingrandisce. Non solo da una cima di montagna, anche in un microscopio si scorgono orizzonti”.

Il bambino sensibile e solitario, i bambini bulli, il mare, la ragazza, i pescatori, il papà lontano, la mamma napoletana: la storia, ridotta all’osso, è questa.

Ma Erri De Luca a mio avviso la racconta con poesia e buona consistenza: le rughe e le ferite del sessantenne dalla ricca biografia regalano grandezza e maturità al protagonista bambino. E Napoli innegabilmente dà diversi metri di vantaggio a qualsiasi narratore.

Lo stile non mi è dispiaciuto, anche se ho trovato un po’ troppa insistenza nel cercare frasi ad effetto, non sempre felici (“una dissenteria degli occhi mi faceva scappare in gabinetto”). Qualche passaggio è sul filo dell’oleografia, ma De Luca asciuga quanto basta per non scivolarci dentro. Molte le frasi estrapolabili a mo’ di aforisma, ma sempre ben inserite nel contesto e dunque servono a rendere più saporita la lettura, senza per questo appesantirla.

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I pesci non chiudono gli occhi 2015-08-15 14:06:24 Riccardo76
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Riccardo76 Opinione inserita da Riccardo76    15 Agosto, 2015
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Il mare visto con altri occhi

Di De Luca apprezzo sempre le ambientazioni e il senso di antico che le sue storie raccontano, anche in questo romanzo emerge quest’atmosfera di un tempo passato. La vera essenza del mare, lontano dagli affollati luoghi di villeggiatura di massa, il mare quello dei pescatori, una storia di amore, molto acerba fin troppo giovane. Ricordo di un’estate di molti anni prima, di un ragazzo ormai adulto, dell’estate che ha marcato un passaggio verso l’età adulta, visto forse con gli occhi di un adulto e per questo un po’ troppo saggio per avere dieci anni.
Il mare però è quello che mi è rimasto dentro, la voglia di viverlo alla maniera dei vecchi pescatori, la storia in se è una storia semplice, forse simile ad altre raccontate da De Luca, e con lo stesso inconfondibile stile, una prosa in chiave poetica, che però ha il lieve difetto di essere in effetti non troppo ricercata, poco originale.
Personalmente ho apprezzato la frase che Erri mette in bocca al suo protagonista:

“Se anche tu vedessi quello che vedo io, non chiuderesti gli occhi”.

Non so perché mi ha colpito, pur essendo poco ricercata, forse ha sollecitato il mio desiderio di vedere le cose con altri occhi, con la curiosità di un bambino, un ragazzino, con la freschezza che negli anni si perde a causa di quella specie di corazza che ci costruiamo spesso per non soffrire.
La sofferenza purtroppo o per fortuna fa parte di questa vita, non è evitandola che si vive meglio, ma per evitarla spesso ci dimentichiamo di vivere la vita. Ho letto questo libro in una giornata al mare, in un periodo un po’ triste, certo non è il miglior libro di De Luca, ma personalmente mi ha favorevolmente colpito.

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I pesci non chiudono gli occhi 2014-10-27 05:57:20 Emilio Berra TO
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Emilio Berra  TO Opinione inserita da Emilio Berra TO    27 Ottobre, 2014
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MARE DOLCEAMARO

Un sessantenne segue i ricordi di un'estate di cinquant'anni prima.
Non si tratta certo di un testo di memorialistica in senso tradizionale. Il libro si colloca piuttosto sulla scia di quella letteratura contemporanea ' proustiana ' , che in Italia ritengo abbia il suo massimo esponente in Lalla Romano.
L'accostamento a questa grandissima scrittrice, che ha frequentato con parsimonia i salotti televisivi e poco si è concessa ai servizi giornalistici, vale anche per la scelta stilistica antiretorica, con frasi brevi e una ricerca espressiva puntata sull'essenzialità.
Mentre, però, nella Romano l'esito formale raggiunge vertici in cui le parole diventano musica, poesia, folgorazione, in De Luca la resa letteraria si colloca ad un livello più modesto, per giunta con vistose cadute ("Settembre è una rinascita del naso"; "... il viaggio del boccone fino ai denti"; "L'isola a settembre è una mucca da vino"...). Si aggiunga, poi, il ripetuto mancato ricorso al modo congiuntivo, i cui effetti estetici negativi vanno al di là della mera questione di normativa linguistica.
Se si trattasse di un autore straniero, si potrebbe pensare a carenze di traduzione. Qui suppongo si tratti forse di un non sufficiente ripensamento del testo, soprattutto quando (non so se sia il caso del nostro scrittore) si deve produrre un libro all'anno e dedicarsi 'anima e corpo' , per mesi, alla sua promozione sui 'media' .
Va comunque riconosciuta una fedeltà alla scelta stilistica, che fa di questo romanzo un testo compatto, con un marchio d'autore. Si percepisce, inoltre, un'onestà di fondo nel percorso della ricerca di autenticità.
La scarsa piacevolezza provata nella lettura è, invece, un elemento in gran parte soggettivo.

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letteratura italiana contemporanea
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I pesci non chiudono gli occhi 2014-10-12 08:11:11 enricocaramuscio
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enricocaramuscio Opinione inserita da enricocaramuscio    12 Ottobre, 2014
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Una mareggiata di libeccio

In una calda estate campana di metà Novecento un ragazzino di dieci anni si trova a dover fare i conti con un profondo cambiamento interiore, sintomatico di un definitivo e precoce abbandono dell’infanzia. Ma questa piccola rivoluzione della sua anima non trova riscontro in un corpo bambino che si rifiuta ostinatamente di crescere, facendolo sentire come una farfalla incapace di forare il bozzolo che la tiene rinchiusa. Ad aiutarlo a compiere il passo decisivo verso una completa e matura trasformazione ci penserà una ragazzina speciale che lo condurrà per mano fino a varcare definitivamente la linea di questo nuovo orizzonte. Con una storia dal carattere fortemente autobiografico e uno stile curato e affascinante Erri De Luca ci riporta indietro di circa mezzo secolo, in una terra che si lecca ancora le ferite procuratele dagli orrori del secondo conflitto mondiale, con la gente divisa tra l'amore per il suolo natio e l'esigenza di andarsene altrove in cerca di migliori opportunità. Le scenografie del racconto sono le spiagge assolate del Tirreno e le acque limpide su cui si muovono senza sosta le barche colorate dei pescatori che portano avanti il loro "mestiere senza sorte". I suoni che accompagnano la lettura sono lo sciabordio delle onde, le urla dei ragazzini che giocano al pallone, i botti dei fuochi d'artificio. L'aria è pervasa dal profumo fresco della salsedine, da quello acidulo ed invitante della conserva di pomodoro, da quello dolce e delicato della crema solare alle mandorle. Le parole chiave sono giustizia, mantenere, amore. La giustizia che "inventa su misura la sentenza, muove dalla misericordia per l'offeso, perciò riesce a essere spietata". Il verbo mantenere che "a dieci anni era il mio verbo preferito. Comportava la promessa di tenere per mano, mantenere". L'amore che "non è una serenata al balcone, somiglia a una mareggiata di libeccio, strapazza il mare sopra, e sotto lo rimescola".

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I pesci non chiudono gli occhi 2014-09-11 10:50:15 Vincenzo1972
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Vincenzo1972 Opinione inserita da Vincenzo1972    11 Settembre, 2014
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Un'agopuntura di stelle sulla pelle...

"Conoscevo gli adulti, tranne un verbo che loro esageravano ad ingrandire: amare."
Quanto è vero! Lo ingrandiamo e ne facciamo un uso smodato, ne abusiamo svilendone poi la forza e l'intensità. Io per primo.
Mai però avrei pensato di rivolgerlo ad un uomo, neanche fosse mio padre. Dopo la lettura di questo libro, invece, potrei benissimo affermare: io amo Erri De Luca.
Non saprei, infatti, trovare un verbo migliore per esprimere quello che provo verso l'autore di questo libro straordinario; vi sembrerà un'esagerazione forse, ci sono tanti altri verbi a disposizione, ammirare, adorare, apprezzare.. ma non è così, non sarebbero altrettanto efficaci.
Perché solo il verbo 'amare' è sinonimo contemporaneamente di gioia e sofferenza, di passione e tormento, racchiude gli antipodi e per questo è l'unico in grado di scuoterti dentro, di solleticarti le budella per poi torcerle con spasmi e fitte di dolore..
"Non è una serenata al balcone, somiglia ad una mareggiata di libeccio, strapazza il mare sopra, e sotto lo rimescola."
Ed è proprio questa la sensazione che ho provato leggendo e rileggendo le pagine di questo libro: un susseguirsi tumultuoso di piacevoli ricordi, dolci sogni di un tempo ormai lontano, repentinamente sfumati dall'onda impetuosa che trascina con sè la tristezza degli eventi più dolorosi della nostra vita, cicatrici che ognuno di noi si porta dietro.
Anche il protagonista della storia nuota in questo mare di emozioni: ripercorre con la mente di un adulto e rivede con gli occhi di un uomo ciò che ha vissuto cinquant'anni prima, nel corpo di un bambino di 10 anni. In particolare, l'incontro con una ragazzina, la prima con cui ha potuto confermare la sua predilezione per il verbo 'mantenere':

"A dieci anni era il mio verbo preferito. Comportava la promessa di tenere per mano, mantenere. Mi mancava. Papà s'infastidiva in città a prendere per mano, per strada non voleva, se provavo si liberava infilandosela in tasca. Era una respinta che mi insegnava a stare al posto mio."

e la prima con cui ha capito la valenza e le implicazioni del verbo 'amare'.

I dialoghi tra il bambino e la bambina e le riflessioni che li animano non sono chiaramente tipici della loro età.. mi piace pensare (forse perché capita spesso anche a me) che l'autore abbia rivissuto quelle scene, quei ricordi, alterandoli con la sua visione da adulto, con quello che avrebbe voluto dirle in quell'occasione ma non ha fatto perché ancora imprigionato in un corpo da bambino, nonostante la testa cercasse in tutti i modi di uscirne fuori:
"Avevo raggiunto i dieci anni, un groviglio d'infanzia ammutolita. Dieci anni era traguardo solenne, per la prima volta si scriveva l'età con doppia cifra. L'infanzia smette ufficialmente quando si aggiunge il primo zero agli anni. Smette ma non succede niente, si sta dentro lo stesso corpo di marmocchio inceppato delle altre estati, rimescolato dentro e fermo fuori. Tenevo dieci anni. Per dire l'età, il verbo tenere è più preciso. Stavo in un corpo imbozzolato e solo la testa cercava di forzarlo."

Ecco, avrete notato anche voi da queste poche citazioni l'eccezionale abilità di De Luca nel costruire i periodi scegliendo il materiale più pregiato ed incastrandolo perfettamente: le parole, la punteggiatura, tutto è scelto con grande cura e maestria per colpire direttamente al cuore e alla mente; questo libro non si legge.. si sente, si ama. De Luca è un grande ingegnere, costruisce emozioni con le parole:

"L'isola era lontana, un mucchietto di luci. Sdraiato a prua sulla corda dell'ancora, guardavo la notte che girava sulla testa. La schiena oscillava piano per le onde, il petto si gonfiava e si sgonfiava sotto il peso dell'aria.
Cala da così in alto, da un così profondo ammasso di buio da premere le costole. Qualche scheggia precipita in fiamme spegnendosi prima di tuffarsi. Gli occhi provano a stare aperti ma l'aria in caduta li chiude. Rotolavo dentro un sonno breve, interrotto da una scrollata del mare. Ancora adesso nelle notti
sdraiate all'aperto, sento il peso dell'aria nel respiro e un'agopuntura di stelle sulla pelle."

Un'agopuntura di stelle sulla pelle.. bellissimo.. chiunque abbia provato a dormire su una barca in una notte limpida d'estate non può che condividere una simile metafora.
E la forza, l'intensità delle sue parole non è da meno quando riaffiorano i ricordi più tristi:
"Papà l'ho perduto un'alba di novembre. Abitava con me, il suo letto sotto il mio soppalco. Quei giorni non andavo in cantiere, quelle notti gli stavo addosso, non lo lasciavo in pace. In un'alba fui orfano di lui, soffiò un'ultima vocale, la "u" di aiuto, che non gli potevo dare.
Lo incontro nel sonno, dove piango senza lacrime. Il mio lutto per lui è una pozza d'acqua marina prosciugata. Tra gli scogli resta il sale asciutto, dei singhiozzi a secco."

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I pesci non chiudono gli occhi 2014-08-29 15:49:09 siti
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siti Opinione inserita da siti    29 Agosto, 2014
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"ARO SI' ASCIUTO?"

Non è un libro, è una poesia...no...è un quadro, un autoritratto, anzi no è una poetica autobiografia.
L'autobiografia, però, sembra sigillare tutto in modo ermetico: sono stato un bambino così, sono un adulto così.
E invece no: è il presente dell'autoritratto, quel presente fermato dal tempo della pennellata- scrittura.
E' un bozzetto ma anche una scultura a tutto tondo.
E' raffigurato un corpo, a figura intera, non solo il busto o il volto. E' tutto il corpo e "si trasforma secondo l'uso assegnato, con lentezza di albero", e con esso la mente, l'intelligenza, la sensibilità. Il binomio mente-corpo percorre tutto lo scritto: è il rebus che deve risolvere il piccolo protagonista, un bambino di dieci anni intrappolato in un corpo che non gli piace. Per Erri bambino è la sentinella di una mancata corrispondenza anagrafica tra il corpo e la mente, lui che legge tanto, risolve cruciverba, intuisce la stortura che si perpetua negli adulti che "non erano i giganti che volevano credersi" ma bambini deformati: un corpo ingombrante, un cervello piccolo.
L'autore festeggia così il suo "giubileo privato" facendosi avvicinare dal lettore e vincendo le sue reticenze perché esistono in lui, ancora oggi, delle "chiusure insuperabili".
Il linguaggio poetico, sintetico, evoca immagini, sensazioni ed emozioni solo come la poesia sa fare e tu ti chiedi, come la madre: "ARO SI' ASCIUTO?" - Da dove sei uscito?.
Lo sfondo del quadro è un ritratto, anch'esso a pennellate brevi, dell'Italia e non solo, degli ultimi cinquant'anni. Memorabili le parole sulla perdita dei genitori, su settembre e sulla sua attuale vita sentimentale in una ambientazione marina con, all'orizzonte, non il più infinito dei mari ma la meraviglia suscitata dalla passione per la montagna.

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I pesci non chiudono gli occhi 2014-07-18 09:00:37 lollina
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lollina Opinione inserita da lollina    18 Luglio, 2014
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"Tenere" dieci anni dentro un corpo imbozzolato

Un’estate lontana cinquant’anni e un tempo, quello dei dieci anni, non più bambino, sospeso nell’attesa di quella metamorfosi che dal bozzolo immobile tirerà fuori il corpo dell’uomo. Un’estate sospesa, tra l’osservazione compassionevole degli adulti piagati dal lavoro, ancora feriti dalla guerra o in fuga verso l’altrove, come il padre del protagonista che si è perduto in un altro continente all’inseguimento di un sogno. Finché nella calma assolata dell’isola in cui il protagonista trascorre le vacanze, tra il ritmo lento e solenne del mare e della pesca irrompe l’imprevisto, l’incontro con la ragazzina, le sue mani che “mantengono” e curano, con l’amore che è anche sangue e ferocia, che innesca dal di dentro il cambiamento del corpo.
Nel romanzo-memoriale di De Luca il tempo non ha un andamento lineare, fluisce avanti e indietro, inseguendo verso il futuro l’evoluzione dei semi gettati nel passato e intrecciando un colloquio a distanza non solo tra l’uomo adulto e il bambino del passato, ma anche tra tutte le possibilità di uomo che quell’estate di cinquant’anni fa dischiuse.
De Luca conferma la sua felicità di penna, che dietro l’apparente semplicità ha la capacità di rivelare, per lampi di intuizione, luoghi e stati profondi dell’anima (un esempio tra tanti: “tenevo dieci anni. Per dire l’età, il verbo tenere è più preciso. Stavo in un corpo imbozzolato e solo la testa cercava di forzarlo”). Anche se a volte eccede un po’ con i rimandi in profondità di metafore e similitudini da rompicapo (“esiste nel corpo la neve che non si squaglia in nessun ferragosto, rimane dentro il fiato come il mare dentro una conchiglia vuota”: ?).

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I pesci non chiudono gli occhi 2013-12-11 07:53:05 Edobelle
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Edobelle Opinione inserita da Edobelle    11 Dicembre, 2013
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Dieci anni

Dieci anni e i ghiaccioli.
Dieci anni e la spiaggia.
Dieci anni e i pescatori.
Dieci anni e un corpo che di crescere non vuole saperne.
Dieci anni e un'intelligenza consolidata, anormale per quell'età.
E infatti: Dieci anni e il cruciverba e il rebus della settimana enigmistica.
Poi, infine, dieci anni e il primo amore.
Non si sa il suo nome, poco importante per la finalità della storia, ma il piccolo Erri si affeziona a una ragazzina. Non ho detto "si innamora", no, perché a dieci anni non si sa ancora cosa voglia dire. A dieci si mantiene, che vuol dire mantenere la mano.
Basta un'estate, una sola e unica stagione per permettere di maturare.
Il bambino diventa ragazzino, aiutato talvolta dalle botte ricevute da una banda di teppisti, invidiosi della relazione tra lui e la ragazzina.
La loro relazione è complicata, procede tra la timidezza di lui e un'insolita frettolosità di lei, perché gli animali non perdono tempo inutile.
"I pesci non chiudono gli occhi" è una splendida autobiografia dell'autore. La storia di una vita difficile e un amore lasciato su una spiaggia napoletana. Erri De Luca alterna la storia a commenti personali, da uomo già cresciuto, andando a rivisitare i momenti chiave del rapporto con i genitori: un padre che cerca fortuna laggiù, dove non si vede la fine del mare e i gelati e le scarpe sono di marca. Una madre sola, evidentemente nervosa a causa della distanza del marito.
La ragazzina ormai è diventata donna. Mi piace pensare che abbia letto questo libro e che si sia riconosciuta nella "lei" di un tempo. Mi piace pensare che piangendo si sia asciugata le lacrime con il palmo liscio come il guscio di una conchiglia. Mi piace pensare che sia diventata giudice o zoologa. Mi piace pensare che abbia preso l'abitudine di baciare con gli occhi aperti.
Perché, si sa, i pesci non chiudono gli occhi.

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I pesci non chiudono gli occhi 2012-08-14 16:18:36 giuse 1754
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giuse 1754 Opinione inserita da giuse 1754    14 Agosto, 2012
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Un'estate importante

Ci sono lunghi anni in cui sembra di non crescere mai. E brevi estati che segnano il punto di svolta tanto atteso, la linea di confine tra l’infanzia e una consapevolezza adulta.
Erri De Luca ci racconta proprio questo momento, che nella sua vita si è presentato durante la vacanza dei dieci anni, a Ischia.
Là conoscerà le prime sensazioni dell’amore, che lui sintetizza in un verbo: mantenere, tenere per mano.
L’altra mano è quella della ragazzina appena più grande che frequenta la stessa spiaggia.
Lei lo inizierà al senso dell’amore, della lotta per l’amore che gli racconta parlandogli del mondo animale, e al senso della giustizia che si trasformerà in vendetta per un torto che lui ha subito a causa sua.
Ma a Erri bambino sarà subito chiaro che non ci può essere giustizia se, per riparare a un dolore subito, se ne provocano altri tre.
Ho collegato istintivamente questo episodio alla vita adulta di De Luca, perché mi sembra che la decisione di non entrare in clandestinità, che avrebbe probabilmente portato alla violenza della lotta armata dopo lo scioglimento di Lotta Continua, abbia molto a che vedere con tutto questo.
D’altronde l’autore stesso dice: “In quel corpo sommario c’era la commozione e la collera degli anni rivoluzionari, nel latino c’era l’addestramento alle lingue successive, nel cratere del vulcano c’erano le montagne che avrei salito a quattro zampe.”
L’incontro con la ragazzina senza nome sarà legato per sempre al primo bacio, un bacio ancora infantile e al ricordo di lei che lo rimprovera: “Ma tu non chiudi gli occhi quando baci? I pesci non chiudono gli occhi.”
L’estate dei dieci anni sarà anche quella delle scelte importanti per la vita della famiglia. La madre deve decidere se restare a Napoli o raggiungere il marito in America e il bambino dirà alla madre che se lei non vuole partire, lui starà con lei perché “…Per uno nato a Napoli il destino è alle spalle, è provenire da lì. Esserci nato e cresciuto esaurisce il destino: ovunque vada, l’ha già avuto in dote, metà zavorra e metà salvacondotto…”
Il suo esporsi in prima persona, contrariamente a quanto è solito fare, gli darà la coscienza che potrebbe perdere il padre per sempre e che questa presa di posizione lo rende responsabile del suo futuro.
Anche questo significa crescere.
Ovunque nel libro si sente l’odore del mare: nella spiaggia assolata rinfrescata appena da un ghiacciolo, nel pesce pescato con metodo e ostinazione ma subito liberato, nella pizza alla marinara.
Tutta la vicenda è raccontata con l’incisività lieve della poesia, dove con scarne, ma esatte parole si può riassumere un intero ragionamento.

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I pesci non chiudono gli occhi 2012-08-10 13:47:27 Maurizio.costa
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Maurizio.costa Opinione inserita da Maurizio.costa    10 Agosto, 2012
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Esperienze di vita rivissuta

Descrivere esperienze di vita vissuta è molto difficile; c' è sempre il rischio di raccontare fatti e avvenimenti sconosciuti al resto delle persone, al di fuori di te.
De Luca ci racconta di quando aveva dieci anni, in vacanza, al mare. Una storia banale se raccontata così.
I pensieri di quel bambino vengono fuori come lampi dalle pagine. Un ragazzino che vuole crescere, con pensieri forse troppo grandi e incredibili per lui, che si ritrova grande, l' uomo di casa, data la mancanza del padre, partito per l' America. Vuole uscire dal bozzolo, vuole cambiare, vuole che il suo corpo sia all' altezza della sua anima.
Una storia raccontata a quattr' occhi, in un pomeriggio.
A tratti il bambino affronta temi quasi con metodo filosofico, quali l' Amore, la Giustizia, la Guerra, senza mai sprofondare nella monotonia che spesso li accompagna.
Un libro che scorre come le parole, intervallato da considerazioni dell' autore, scritte col senno di poi.
De Luca ci racconta le sue esperienze vissute, rivivendole insieme a noi.

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