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Il nome della rosa
 
Il nome della rosa 2020-04-18 21:36:16 leogaro
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leogaro Opinione inserita da leogaro    18 Aprile, 2020
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La rosa che non appassisce mai

Novembre 1327, Italia settentrionale. Papa Giovanni XXII, insediato a Avignone, è in lotta con l’Imperatore Ludovico che è invece sostenuto dai francescani, desiderosi d’una Chiesa più austera. Frate Guglielmo e Adso, suo allievo, si recano in un monastero benedettino, sede d’un incontro tra francescani e delegati papali.
- 1° giorno. L’abate Abbone comunica a Guglielmo la recente morte del miniatore Adelmo, precipitato da una rupe, e lo prega di indagare sull’accaduto. Guglielmo visita il monastero e l’Edificio, una costruzione con una ricca biblioteca, intricato labirinto svelato solo al bibliotecario e al suo aiuto. L’atmosfera è tesa: dei monaci insinuano sulla condotta dei compagni, altri credono vicino l'Anticristo. Si conoscono alcuni monaci: il medico erborista Severino, l’estremista Ubertino, l’ambiguo Berengario, il severo Malachia e Venanzio, un traduttore dal greco che difende le ironiche miniature del defunto Adelmo contro gli attacchi dell’austero Jorge, convinto che ridere sia opera demoniaca che distoglie il popolo dal timor di Dio. Venanzio insinua vi siano stati strani rapporti tra Adelmo, Bencio e Berengario, che arrossisce.
- 2° giorno. Si scopre il cadavere di Venanzio a bagno nel sangue dei maiali. Bencio e Berengario vengono interrogati: Berengario dice d’aver visto Adelmo, la notte prima, aggirarsi sconvolto nel cimitero, farneticando d’essere condannato all’inferno; Bencio rivela che Berengario era innamorato di Adelmo, cui avrebbe rivelato un segreto in cambio di favori sessuali. Guglielmo fruga nel tavolo di Venanzio, trova degli appunti con frasi in codice e ipotizza che egli avesse appreso i segreti della biblioteca da Adelmo. Di notte, Guglielmo e Adso entrano in biblioteca: trovano versetti apocalittici sui muri, erbe allucinogene e specchi deformanti, e escono a fatica.
- 3° giorno. Guglielmo decifra il brano in cui Venanzio parla del “finis Africae”, una stanza della biblioteca contenente libri pericolosi per la cristianità, celandone la posizione e l’entrata dietro un enigma. Adso disegna un’approssimativa piantina della biblioteca. Ubertino racconta ad Adso la storia dell’eretico Fra’ Dolcino, sostenitore della libertà sessuale, e insinua che Remigio ne sia stato un seguace. Adso torna in biblioteca per perfezionare la piantina e incontra una ragazza con cui conosce i piaceri della carne; al risveglio, sconvolto, si confessa con Guglielmo. Alle piscine dell’ospedale si trova il cadavere di Berengario, annegato.
- 4° giorno. Severino e Guglielmo esaminano i corpi di Berengario e Venanzio, entrambi con lingua e polpastrelli neri, forse dovuti a un veleno. Messo alle strette, Remigio confessa d’intrattenersi con la ragazza in cambio di cibo. Con l’arrivo dei delegati, tra cui l’inquisitore Bernardo Gui, il congresso inizia. In biblioteca, Guglielmo capisce che le iniziali dei versetti sui muri indicano la provenienza geografica dei libri e trova il settore africano, ma non l’ingresso del “finis Africae”.
- 5° giorno. Gui scopre la ragazza col monaco Salvatore, che accusa Remigio di commercio sessuale. Severino trova uno strano libro nel suo ospedale e ne parla a Guglielmo in chiesa. Poco dopo, l’erborista viene trovato morto, con Remigio intento a frugare negli scaffali, da cui il libro misterioso è sparito. Interrogato, Remigio confessa il suo passato dolciniano, di cui stava eliminando le prove da delle lettere lì conservate. Gui condanna Remigio, Salvatore e la ragazza per eresia e omicidio.
- 6° giorno. Finito il congresso, Gui torna ad Avignone. Malachia stramazza al suolo in chiesa, con dita e lingua nere. Guglielmo nota che tale morte ha accomunato chiunque conoscesse il greco e deduce si tratti d’un libro avvelenato scritto in greco; finalmente, decifra l’enigma di Venanzio e, di notte, torna con Adso in biblioteca.
- 7° giorno. I due accedono al “finis Africae”, dove finalmente tutto si rivela al lettore. Nella lotta tra il Bene e il Male giunta ormai al capolinea, sembra che le stesse fiamme dell'Infermo vogliano inghiottire l'Abbazia, immobile teatro di vendette, invidie, gelosie e inconfessabili peccati.

Un libro che è capolavoro assoluto, scritto con stile acuto, tagliente, alternando vari registri narrativi e sovrapponendo diversi piani di approfondimento, permettendo allo stesso lettore di leggere la storia seguendo differenti chiavi di lettura. Alcuni capitoli si dilungano un po', ma nel complesso la lettura è piacevole.
Molte anche le frasi memorabili: “Tale è la forza del vero che, come il bene, è diffusivo di sé”- “Se mai fossi saggio, lo sarei perché so essere severo” – “Se un pastore falla, deve essere isolato dagli altri pastori, ma guai se le pecore cominciassero a diffidare dei pastori” – “Non tutte le verità sono per tutte le orecchie” – “Mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi perché scoprii che sono le stesse dei santi” – “Quando i veri nemici sono troppo forti, bisogna pur scegliere dei nemici più deboli” – “Nulla effonde più coraggio al pauroso della paura altrui” – “La logica poteva servire molto, a condizione di entrarci dentro e poi uscirne” – “O ribellarsi o tradire: è data poca scelta a noi semplici” – “Non rispose, ma il suo silenzio era abbastanza eloquente” – “Temi coloro disposti a morire per la verità, perché di solito fanno morire moltissimo con loro, prima di loro, al posto loro.”

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