Narrativa italiana Romanzi Il nome della rosa
 

Il nome della rosa Il nome della rosa

Il nome della rosa

Letteratura italiana

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Il nome della rosa è il primo romanzo scritto da Umberto Eco. L'opera è ambientata nel Medioevo e viene presentata come il manoscritto di un anziano frate che ha trascritto un'avventura vissuta da novizio, molti decenni addietro, in compagnia del suo maestro presso un monastero benedettino dell'Italia settentrionale. La narrazione, suddivisa in sette giornate, scandite dai ritmi della vita monastica, vede protagonisti Guglielmo da Baskerville, frate francescano, e il novizio Adso da Melk, il narratore della storia.

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Il nome della rosa 2018-12-07 17:06:53 Chiara77
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Chiara77 Opinione inserita da Chiara77    07 Dicembre, 2018
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La seduzione della conoscenza

“Trascrivo senza preoccupazioni di attualità. Negli anni in cui scoprivo il testo dell'abate di Vallet circolava la persuasione che si dovesse scrivere solo impegnandosi sul presente, e per cambiare il mondo. A dieci e più anni di distanza è ora consolazione dell'uomo di lettere (restituito alla sua altissima dignità) che si possa scrivere per puro amore di scrittura.”

Così affermava Umberto Eco nella prefazione a “Il nome della rosa”, il 5 gennaio 1980: “scrivere per puro amore di scrittura”, senza preoccuparsi dell'attualità, e consegnarci così un'opera che è diventata un classico della nostra Letterarura.
La voce narrante è quella di Adso da Melk, un monaco ormai anziano che, mentre sente approssimarsi l'ora della fine della sua vita terrena, rievoca, scrivendoli sulla pergamena, dei fatti che si svolsero nel 1327, quando era un giovane novizio e viaggiava per l'Italia insieme al suo maestro Guglielmo da Baskerville. Adso accompagna Guglielmo, un frate francescano di origini inglesi, in una delicata missione diplomatica che si sarebbe svolta in un'abbazia benedettina dell'Italia centro-settentrionale, della quale non viene riferito il nome, celebre soprattutto per la sua ricchissima biblioteca. L'abbazia sarebbe stata infatti il luogo d'incontro tra un gruppo di francescani seguaci dell'imperatore Ludovico il Bavaro e una delegazione proveniente dalla corte avignonese di papa Giovanni XXII. Ma quando Adso e Guglielmo arrivano sul posto scoprono che il monastero è stata funestato di recente da una morte violenta: un monaco giovane ma già famoso come maestro miniatore, Adelmo da Otranto, era stato trovato morto qualche giorno prima, precipitato in fondo ad un burrone. L'abate, avendo constatato le grandi doti logico deduttive di Guglielmo, gli chiede di indagare sull'accaduto. Ben presto il francescano si rende conto che tutto il mistero ruota attorno alla biblioteca del monastero, alla volontà di renderla inaccessibile e alla sete di conoscenza che invece divora i monaci. Le morti violente intanto continuano a susseguirsi durante i sette giorni della permanenza di Adso e Guglielmo all'abbazia. Il giovane novizio vivrà un bel po' di avventure memorabili, parteciperà a dibattiti teologici, filosofici, storici, conoscerà eretici, mistici, uomini di potere ed inquisitori e riuscirà anche ad innamorarsi in modo carnale e terreno.
“Il nome della rosa” è sicuramente una di quelle opere che è in grado di parlare al lettore ogni volta che la si legge o rilegge, al di là del tempo storico in cui è ambientata. Si tratta di un romanzo molto complesso, che presenta vari livelli di lettura: c'è la trama investigativa, il mistero da risolvere secondo deduzioni logiche, ci sono le dissertazioni e divagazioni sulla storia e sulla filosofia medievale, che in certi punti possono risultare un pochino troppo lunghe, ma che rendono questo romanzo unico e non paragonabile ad altri romanzi storici coevi, c'è un continuo gioco di citazioni colte ed erudite predisposto dall'autore. Su tutto però mi sembra che prevalga l'amore e il desiderio verso i libri, verso la cultura: la seduzione della conoscenza. Questo è il tema centrale del romanzo: il desiderio di apprendere, di sapere, di comprendere, di imparare: di leggere.

“ «Il bene di un libro sta nell'essere letto. Un libro è fatto di segni che parlano di altri segni, i quali a loro volta parlano delle cose. Senza un occhio che legga, un libro reca segni che non producono concetti, e quindi è muto. […]”

Il bene supremo è poter accedere alla conoscenza, il male supremo è costituito da chi la impedisce, da chi, pensando di essere l'unico portatore della verità, impedisce agli altri di poter liberamente conoscere.

“«Era la più grande biblioteca della cristianità,» disse Guglielmo. «Ora,» aggiunse, «l'Anticristo è veramente vicino perché nessuna sapienza gli farà più da barriera. D'altra parte ne abbiamo visto il volto questa notte.»
«Il volto di chi?» domandai stordito.
«Jorge, dico. In quel viso devastato dall'odio per la filosofia, ho visto per la prima volta il ritratto dell'Anticristo, che non viene dalle tribù di Giuda come vogliono i suoi annunciatori, né da un Paese lontano. L'Anticristo può nascere dalla stessa pietà, dall'eccessivo amor di Dio o della verità, come l'eretico nasce dal santo e l'indemoniato dal veggente. Temi, Adso, i profeti e coloro disposti a morire per la verità, ché di solito fan morire moltissimi con loro, spesso prima di loro, talvolta al posto loro. […]”

Come non riconoscere un'estrema attualità in queste parole proprio nei nostri tempi storici?
Eco voleva scrivere una storia lontana da noi, ma una storia di libri non può che riguardarci ancora.


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Il nome della rosa 2016-12-27 15:17:00 Pupottina
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Pupottina Opinione inserita da Pupottina    27 Dicembre, 2016
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la rosa primigenia esiste solo nel nome, possediam

"Il sapere non è come la moneta, che rimane fissamente integra anche attraverso i più infami baratti: esso è piuttosto come un abito bellissimo, che si consuma attraverso l'uso e l'ostentazione. Non è così infatti il libro stesso, le cui pagine si sbriciolano, gli inchiostri e gli ori si fanno opachi, se troppe mani lo toccano?"
Un inquietudine intensa pervade l'ascoltatore, il quale resta profondamente coinvolto durante l'ascolto di IL NOME DELLA ROSA, letto da Tommaso Ragno. Il tono della sua voce è particolarmente incisivo e rigoroso e riesce ad accrescere l'interesse del lettore-ascoltatore, mentre segue il dipanarsi delle vicende del giovane novizio Adso da Melk in quello che è il suo percorso di formazione.
IL NOME DELLA ROSA è un interessante giallo medievale con personaggi ottimamente costruiti. Accanto ad Adso, pericolosamente unito dalla volontà di far luce sulle misteriose vicende legate all'antica abbazia benedettina, c'è frate Guglielmo da Baskerville.
La loro indagine procede attraverso l'ingegno, l'intuito, l'intelligenza personale, ma soprattutto grazie all'erudizione, quella già posseduta e quella progressivamente appresa.
È un libro sulla potenza del sapere, su quanto sia importante la conoscenza e quanto possa sedurre la possibilità di apprenderla, escludendone gli altri.
È un romanzo di cui si è sempre molto parlato, il capolavoro di Umberto Eco, un autentico libro formato mattone (più di 500 pagine), ma che risulta piacevole da leggere (o, in questo caso, da ascoltare, grazie a Tommaso Ragno) e da scoprire, pagina dopo pagine, nella sua complessità, nella struttura narrativa, dove la suspense si fonde al ragionamento, lento e meticoloso.
È un autentico capolavoro della letteratura italiana contemporanea che tutti dovrebbero leggere (o ascoltare).
"L'unica verità è imparare a liberarci dalla passione insana per la verità."

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Il nome della rosa 2016-11-08 11:58:14 C.U.B.
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C.U.B. Opinione inserita da C.U.B.    08 Novembre, 2016
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Lussuria del sapere

" In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio.”

L’umile , incessante salmodiare dei monaci dovrebbe ripetere l’unica verita’ incontestabile, senza dissipare beatitudine in empieta’.
Correva l’anno del Signore 1327 e l’antica abbazia benedettina nascondeva tra le sue mura segreti di sapienti e peccati di mortali, ogni pestilenza necessita di un corpo da infettare e per condurre il peccato serve il peccatore .
Così fu che la delegazione imperiale composta dal francescano Guglielmo da Baskerville ed il novizio Adso da Melk si ritrovo’ , su ordine dell’abate, ad indagare sull’omicidio di frate Adelmo.
Sette giorni lunghissimi, l'otre del tempo e’ satura , e' satollo lo stomaco di chi ha masticato le pagine per cinquecento e piu' volte sfogliando.

Un romanzo storico accattivante e complesso , a tratti colmo di dottrina ecclesiastica, a tratti lento, a tratti ridondante. L’abilita’ di un grande scrittore e l’agilita’ dell’uomo dotto fanno sì che cio’ che normalmente aggravia sia promosso da tara a pregio e caratterizzazione.
Proprio nel linguaggio forbito riscontriamo infatti il realismo che riporta al modus esprimendi dei monaci eruditi di quei tempi. Esattamente il cavilloso filosofeggiare ci concede di insediarci tra le stanze in cui il volere ed il potere ecclesiastico si confrontavano.
Umberto Eco ricostruisce il Medioevo e lo fa in maniera transitiva, trasportando il lettore nell’epoca stessa. Ecco perche’ il contenuto e la forma debbono essere rigorosamente consoni, per marcare il confine tra mero intrattenimento e fedelta' storica.
Si argomenta cosi’ nel lento e piacevole scorrere delle pagine dell’attrito tra potere imperiale e potere papale, del confronto tra i sostenitori della poverta’ francescana e l’opulenta gerarchia ecclesiastica. Il tutto alleggerito da un giallo di non semplice risoluzione, dal fascino misterioso di una inestimabile libreria celata nei meandri di un labirinto, dall’inquietudine inferta alla platea dalla gogna inquisitoria .

Di noi probabilmente restera’ solo il nome. O forse nemmeno. Buona lettura.

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Il nome della rosa 2016-04-25 09:08:56 joannes88
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joannes88 Opinione inserita da joannes88    25 Aprile, 2016
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Un libro sulla potenza dei libri

“E quindi una biblioteca non è uno strumento per distribuire la verità, ma per ritardarne l’apparizione?” chiesi stupito.
“Non sempre e non necessariamente. In questo caso lo è.”


Un libro sulla potenza dei libri. Penso che questa potrebbe essere una definizione calzante per Il nome della rosa di Umberto Eco.
La storia è ambientata nel novembre del 1327 in un’abbazia dell’ordine benedettino situata su un monte dell’Italia settentrionale e famosa per l’immensa biblioteca (colma di manoscritti introvabili), le splendide ricchezze accumulate dai remoti tempi della sua fondazione e le stupefacenti reliquie gelosamente conservate nella cripta della chiesa. Qui la vita dei monaci cammina da secoli secondo gli austeri e consolidati ritmi della regola, e all’apparenza nulla di maligno sembra insidiarsi all’interno delle mura del vecchio monastero, fino a quando la morte misteriosa e terribile di alcuni monaci turba profondamente l’animo di tutti e rischia di mettere in pericolo l’esistenza stessa di quel luogo consacrato alla preghiera.
Per la sua fama di uomo arguto e il lungo passato da inquisitore, Guglielmo da Baskerville, un dotto frate francescano di origini inglesi, riceve dall’abate l’incarico di indagare sugli atroci ed inspiegabili delitti. Deve fare in fretta, però, perché negli stessi giorni l’abbazia accoglierà due delegazioni, una pontificia ed una imperiale (di cui egli stesso è parte) per un incontro di fondamentale importanza ai fini del futuro dell’ordine francescano, da molti ad Avignone considerato in odore di eresia per i ripetuti richiami alla povertà.
Ad accompagnare Guglielmo c’è il novizio Adso da Melk, un giovane benedettino tedesco tolto alla tranquillità del proprio monastero in Germania per assistere il frate inglese nella sua difficile missione. Sarà proprio lui che ormai ottantenne deciderà di raccontare per iscritto la storia degli avvenimenti di cui è stato testimone in gioventù nell’abbazia maledetta.
La narrazione quindi corre su un doppio binario, con Adso anziano che dall’alto dei suoi anni può ragionare attentamente sulle vicende che Adso giovane ha vissuto con innocenza e scarsa esperienza del mondo. In questa dialettica tra io-vecchio e io-giovane, ricordi straordinariamente nitidi e ricche riflessioni si alternano continuamente in un racconto che non perde mai il suo interesse.

La nebbia fitta che sul tramonto dell’autunno avvolge le possenti mura del monastero, i meandri bui ed umidi dell’Edificio, i luoghi sacri e inaccessibili dell’abbazia, i passaggi segreti, la misteriosissima biblioteca, le terrificanti ed apocalittiche figure scolpite sul portale della chiesa, l’oscuro passato di alcuni monaci, le torbide e proibite vicende amorose che si consumano di notte, il secolare cimitero dove pare si aggirino degli spettri: tutto contribuisce a conferire alla narrazione quella luce opaca, inquietante ma incredibilmente affascinante che nella nostra immaginazione siamo soliti attribuire al Medioevo e che, nel contempo, tanto si addice a quello che può benissimo definirsi un romanzo thriller.
Umberto Eco è superlativo nella precisa e particolareggiata rappresentazione degli ambienti e dei luoghi di quest’abbazia italiana del XIV secolo (come dimenticare le congetture dei protagonisti per capire come muoversi nel labirinto o la descrizione del portale della chiesa contenuta nelle prime pagine del libro?) ma non si limita a questo. In quello che è unanimemente riconosciuto come il suo capolavoro, riesce infatti ad intersecare tra loro trame di politica e religione (senza mai annoiare, anzi) e trame molto più minute, che riguardano i rapporti personali dei monaci e la storia remota dell’abbazia.
Il risultato è un’opera appassionante, che lascia il lettore in sospeso tra mille ipotesi per centinaia di pagine e lo trascina in preda alla curiosità sino ai capitoli finali, che catturano per profondità ed intensità.

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Il nome della rosa 2015-06-28 00:48:51 Filippo1998
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Filippo1998 Opinione inserita da Filippo1998    28 Giugno, 2015
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Nel buio del Medioevo, un incendio

Ci sono dei romanzi che è bello gustarsi lentamente, pagina per pagina, parola per parola, forse perchè in completa sintonia con l'autore o forse perchè si avverte che quel libro ha qualcosa di vero da insegnare e si prova dispiacere ad avviarsi verso la fine.
Certamente uno di quelli è "Il nome della rosa", prima opera del noto Umberto Eco.
Si tratta di un romanzo multiforme un po' atipico, e ciò è evidente già dalle prime righe.
"Il nome della rosa" infatti non è altro che un diario in cui un monaco benedettino vissuto nel XIV secolo, Adso da Melk, raccoglie, in maniera quanto più lucida e imparziale, una movimentata avventura in un'abbazia dell'Italia Settentrionale vissuta in qualità di novizio a fianco del suo mentore, Guglielmo.
Adso racconta la propria vicenda da vero uomo del Medioevo, con espressioni, lessico, metodi di ragionamento, e mentalità pienamente medievali, oltre a un latino che ne arricchisce le pagine qua e là. Eco riesce a rendere il tutto quanto più naturale possibile, senza neppure trascurare un particolare, a partire dalle misure utilizzate al tempo, fino alla suddivisione della giornata in base alla preghiera e al riferimento alle lenti ad legendum, che altro non sono che gli occhiali da vista. Anche la chiusura del romanzo-diario è palesemente presa in prestito dai monaci addetti alla stesura dei manoscritti: "Fa freddo nello scriptorium, il pollice mi duole".
E ciò che colpisce è che niente appare mai forzato o artificioso; al contrario, la naturalezza con cui Umberto Eco riesce a immedesimarsi in tempi lontani come quelli del buio Medioevo è ammirevole e alla fine ci si chiede se davvero chi ha scritto l'opera non sia un uomo del XIV secolo.
Se attenersi al lessico, alle espressioni idiomatiche, alle abitudini di questa epoca può apparire un'operazione , non dico semplice, ma comunque fattibile, ben più arduo è riuscire a mantenersi coerenti in tutto ciò che si va scrivendo con la mentalità di fondo di un qualsiasi uomo di Chiesa del 1300. L'autore in questo romanzo eccezionale riesce a farlo in modo magistrale, mettendo in luce le debolezze e i pregi di questo periodo tanto accattivante.
Il basso Medioevo è un periodo definito buio dalla maggior parte degli storici. Malattie, carestie, disoccupazione e analfabetismo falcidiano la popolazione. Il sapere è in mano a una cerchia di "eletti", gli ecclesiastici, che nei loro monasteri manipolano la sapienza, decidendo per gli altri ciò che è lecito o meno conoscere. E' inevitabile che ci si concentri principalmente su testi sacri o su pergamene che rafforzano tesi coerenti con quelle della Chiesa e il resto finisce per essere censurato.
Si abbandona l'interesse per la poesia e per le humanae litterae oltre che per le scienze intese come studio della natura, vista come luogo di tentazione, una valle di lacrime in cui l'uomo deve resistere in attesa della venuta di Cristo. Da questa visione escatologica deriva una certa chiusura mentale ma soprattutto sospetto e resistenza alla novità che Umberto Eco non perde mai di vista, mettendo in mostra tutta la sua abilità di storico.
Ma questo in capolavoro ,che già ho definito appunto multiforme, non si intrecciano solamente storia e religione; le pagine sono permeate di filosofia platonica e aristotelica , chiave di risoluzione degli intricatissimi arcani di fronte ai quali Adso, con il suo maestro, si trova.
Infatti, come se non bastasse, "Il nome della rosa" è anche un sensazionale giallo che ruota intorno a una serie di omicidi, o meglio, suicidi scatenati dal desiderio di un manoscritto proibito, la seconda poetica di Aristotele, incentrata sull'esaltazione del riso come arte, odiato dalla maggioranza degli ecclesiastici in quanto esalta uno strumento come il riso il quale permette all'uomo di liberarsi dalla paura della morte e del giudizio di Dio.
E il mistero dello spietato killer è legato ad antiche questioni dell'abbazia che Guglielmo, spiccante per il suo acume e il suo ricorrente uso della ragione, riuscirà a svelare una per una, attingendo spesso e volentieri alla logica aristotelica e al rigore in generale tipico della filosofia.
Si tratta, insomma, di un capolavoro vero e proprio, in cui si alternano momenti in cui la lettura è rapidissima e concitata, e altri in cui è piacevolmente lenta, lasciando il giusto tempo al lettore per respirare tutta la sapienza che esalano le pagine.
Degna di nota la citazione finale, da cui deriva il titolo dell'opera, che , apparentemente insensata, permette un'ampia interpretazione: stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus ("la rosa che è all'origine, esiste solo nel nome, noi possediamo soltanto nudi nomi").

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Il nome della rosa 2015-06-24 10:19:53 Filippo
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Opinione inserita da Filippo    24 Giugno, 2015

un fenomenale giallo enciclopedico

Ho letto le recensioni e sono rimasto veramente basito. Mi chiedo come si possa trovare "Il nome della rosa" un romanzo pesante, pretenzioso e noioso. Io lo ho trovato avvincente e piacevolissimo, certo è un po' impegnativo, ma la Letteratura alla fin fine lo deve essere. Ad ogni modo non è sicuramente ostico, "Ulisse" di Joyce, "L'arcobaleno della gravita" di Pynchon, "L'uomo senza qualità" di Musil, il romanzo seguente dello stesso Eco "Il pendolo di Focault" lo sono! Quello che mi ha colpito di più è stato lo stile, elegante, enciclopedico, complesso, personalmente lo trovo perfetto. Anche le varie digressioni sono molto interessanti. La trama, o meglio, il giallo che sostiene tutto è magistrale, costruito benissimo, crea suspence ed ha una notevole verve narrativa. I personaggi sono ben costruiti. Il mio preferito è stato Jorge, il cieco, una bellissima parodia dello scrittore argentino Borges, il cosiddetto 'omero del novecento', la biblioteca dell'abbazia poi è un'evidente citazione ad un celebre racconto borgesiano, contenuto nelle "Finzioni". Le parti che mi son piaciute di più sono state la scena dell'inquisizione ed il potente finale. "Il nome della rosa" presenta inoltre un grande apparato storico-filosofico, che induce profonde riflessioni sull'etica, la moralità e l'ipocrisia ecclesiastica (almeno a me). Concludo dicendo che essendo un romanzo d'esordio il risultato mi pare eccezionale. Qui vorrei sfatare un mito, non è vero che i romanzi d'esordio o le opere prime sono sempre mediocri o imperfette, basta pensare al "Viaggio al termine della notte" di Céline o al "Tamburo di latta" di Günter Grass, capolavori ineguagliabili, soprattutto il primo.

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A chiunque piaccia leggere romamzi o libri di un certo spessore e profonditá.
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Il nome della rosa 2013-10-10 21:00:23 P.P.
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P.P. Opinione inserita da P.P.    10 Ottobre, 2013
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“Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”

“Mi mancò il coraggio di inquisire sulle debolezze dei malvagi, perché scoprii che sono le stesse debolezze dei santi”
Un romanzo storico, un giallo, un saggio "Il nome della rosa" abbraccia un po' tutti questi generi....
Un mistero che fa da filo conduttore per tutto il racconto, una critica all'ipocrisia del medioevo e della chiesa medioevale, un "trattato di storia" per certi versi. Il romanzo ruota attorno ad una misteriosa e oscura abbazia italiana del XIV secolo,le cui mura a discapito dell'apparenza nascondono trame e segreti occulti, figure ambigue e altisonanti, corruzione, intrighi, menzogne, e tocca a frate Guglielmo da Baskerville e Adso da Melk, suo fedele allievo dissipare l'alone di mistero e falsità che avvolge le vicende dell' Abbazia.
Ma il romanzo non si limita a raccontare una storia, come già detto, in quanto tra le pagine si legge della chiesa medioevale, della storia di tutta l'Europa e dell' Italia in particolare, digressioni che a prima vista posso sembrare inadeguate ma che non si può fare a meno di leggere con interesse e curiosità, smorzate dalla acuta e pungente ironia dell'autore.
"Il nome della rosa" appare in fine, come una critica, o quantomeno una riflessione sull'importanza del ruolo della chiesa del tempo e sulla corruzione morale dei valori che pregiudicarono la visione del Medioevo nei secoli a venire. E bandiera di questa denuncia è proprio la figura di Guglielmo da Baskerville, frate francescano che si dimostrerà lungi dall'essere influenzato dalla rigida "moralità" del suo ordine, rappresentando l'uomo che non cede alla superstizione, agli intrighi del potere, ma si dissocia da una comune corruzione dei valori ( la cultura, l'etica) riuscendo a crearsi una propria visione del mondo, e a manifestarla a tutti quanti siano disposti ad ascoltarlo, senza il timore di andare contro corrente o contro la falsa morale e le regole.
"Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus" ( Della rosa rimane ormai solo il nome, nomi nudi ci rimangono), con questa frase si conclude il romanzo, frase che, secondo la mia opinione, lascia una libera interpretazione a seconda delle emozioni che ha suscitato nel lettore...

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Umberto Eco o è in cerca di qualcosa in più di un comune libro
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Il nome della rosa 2013-10-03 17:10:20 marcogiuf
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marcogiuf Opinione inserita da marcogiuf    03 Ottobre, 2013
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L'inganno dell'apparenza

CONTIENE INDICAZIONI SULLA TRAMA

Tutto quello che all'inizio sembra vero con lo scorrere le pagine si stravolge. E se all'inizio può giustamente apparire tedioso, ci rapisce poi come si intriga la trama, lo sviluppo dei personaggi e alquanto anche le descrizioni. Sebbene, come dice il mio prof di italiano, il contesto storico sia alleggerito (sulla qual cosa, per ignoranza, non metto bocca), ho trovato chiaro lo sfondo dell'epoca, pur ammettendo che ce ne vuole una conoscenza anche minima. Umberto Eco sviluppa la trama alternando discussioni inerenti ai delitti a discussioni filosofico-teologiche, le quali nel corso del romanzo seguono un climax ascendente. Così facendo, gli elementi portanti (il finis africae, la biblioteca) diventano in qualche modo sempre più vivi e pulsanti, fino al punto di distruggersi, proprio a causa di questo.
I personaggi hanno ciascuno un carattere ben preciso e la loro fine arriva precisamente quando si pensa che essi stiano per tornare ad una vita normale. Guglielmo, nonostante quello che sembri, fallisce miseramente e precisamente quando lo si arriverebbe a considerare un genio. Dio, che Adso e Gugliemo credono voglia esortare alla sapienza, fa andare in fiamme la biblioteca. La teologia di Adso, che sembra seguire in tutto il suo maestro, muta.

Dunque, un romanzo a cui non manca nulla; a mio parere fantastico e con intrighi che si ipotizzano anche dopo la lettura

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Almeno un capitolo in un libro di storia sul Medioevo
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Il nome della rosa 2012-12-14 14:08:31 alisjara
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Opinione inserita da alisjara    14 Dicembre, 2012

IL NOME DELLA ROSA

premetto di non voler condannare al rogo nessuno, per un libro che tanto insegna quanto sottile possa essere il confine fra giustizia e ingiustizia. ho detto insegna, ma sarebbe più corretto dire mostra. perchè, vedete, in molte delle vostre opinioni, sia a favore che contro il successo del romanzo, ho letto commenti infastiditi dalla gran vanagloria dell'autore,quasi come quel libro fosse il mero contenitore del sapere che egli aveva fino ad allora accumulato, e di cui aveva gran voglia di liberarsi, dando prova a tutto il mondo di quale e quanta fosse la sua sapienza. ma,come direbbe Guglielmo, dove è finita la vostra intelligenza? trovo più evoluta la concezione degli antichi greci, quando pensavano che il poeta ( o, aggiungerei, lo scrittore) non fosse un tecnico, ma un posseduto da divinità ispiratrici, che gli trasmettevano come forza magnetica l'energia creatrice, tramite la quale egli trovava le parole giuste per incantare chi ascoltava, o leggeva. questo pensiero, certamente, si avvicina molto più a ciò che puramente vuol dire scrivere, e scrivere è ciò che Eco ha fatto, incantando con le sue parole. ma, come per gli antichissimi poeti greci, il potere magico della parola può essere trasmesso solo a chi sia in una condizione di completa purezza e libertà di mente, lotano dalla dimensione terrena con tutti i suoi giudizi e pregiudizi. io ho 15 anni, ho ancora la fortuna di possedere intatta la passione del sapere in quanto sapere, di vedere un libro non diviso in più parti, ma nella sua interezza e armonia, e di vederlo come opera della divina saggezza dell'uomo, dalla quale mi lascio incantare, irresistibilmente attratta. io non ho indagato su quale fosse il periodo in cui fu scritto, su quali siano state le tattiche commerciali e pubblicitarie, su quale fosse la furbizia dell'autore. magari Eco fu molto furbo, e sfruttò, in seguito, la sua opera per trarne vantaggi economici e fama. ma quello che è certo è che nel momento in cui scrisse questo meraviglioso capolavoro, fu ispirato dal purissimo amore per la letteratura, che non ha secondi fini, ed è il più potente mezzo di diffusione e contagio di sè stessa. ve lo dico con il cuore, provate a rileggerlo, ma non commettete l'errore di farlo per dimostrare a voi stessi chi ha ragione e chi torto. io, adolescente, me lo sono semplicemente trovato fra le mani, e ho iniziato a leggere. senza alcuna base culturale filosofica, nè storica, senza sapere nulla nemmeno dello stesso Umberto Eco, ho letto le prime 100 pagine in un soffio, e subito dopo ho appreso che erano famigerate per la loro pesantezza, e ho iniziato a domandarmi perchè.. divorai le restanti 400 pagine in 3 giorni. e io vi dico che ci sono libri scritti con arroganza e vanagloria, nei quali si riconosce il segno indelebile di un autore che non scrisse semplicemente per scrivere, e che ho letto con angoscia, e che ho sentito molto pesanti. e il nome della rosa non è fra questi. quando il libro è scritto con puro amore di scrivere prescinde dalla mano che l'ha generato. certo è opera della sua intelligenza, ma assume una propria intelligenza, una propria anima, che tanto più è grande quanto più ci affascina. ll linguaggio, il contenuto, i tempi della narrazione, fusi insieme in quello che non è più solo un oggetto, ma un prodotto vivente dell'arte letteraria, creano il meccanismo perfetto e innocente con il quale un libro ci parla, ed è quasi commovente. io non avevo nessuna base per leggerlo eppure l'ho letto, e leggerlo non è stato come scalare una montagna, ma come prendere una boccata d'aria. non ho trovato pesanti nemmeno le lunghe descrizioni sulle situazioni storiche del tempo, perchè quando davvero si legge si è in quella libertà mentale, in quella sorta di ipnosi, in cui ogni parola è come miele al palato della nostra mente, e noi siamo completamente dentro le parole del libro. e la cosa più incredibile, sensazionale di questo libro, è che è un libro che parla di libri, perchè Guglielmo ben sapeva cosa volesse dire leggere. e se ( come senz'altro sarà) vi ostinerete ancora a ritenere un libro come oggetto da poter giudicare, potrete essere certo sicuri che, per vostra sfortuna, non avete mai sperimentato la beatitudine del vero amore del sapere. e dei molti livelli di lettura del libro, spero senza l'orgoglio che tanto condannate ( e che pure , ma con ironia, si condanna nel libro) io penso di averne compresi diversi. un libro , per quanto complessi possano essere i suoi contenuti, se è scritto come questo non può esser letto solo dopo aver studiato storia e filosofia. viceversa, dopo averlo letto sapevo molte cose su Aristotele e sul Medioevo, e molte altre sono andata a cercarne, spinta dall'amore insaziabile per il sapere che era anche di Guglielmo da Baskerville. scusate la lunghezza.

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Il nome della rosa 2012-09-07 12:55:58 Antonio
Voto medio 
 
3.0
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
5.0
Piacevolezza 
 
2.0
Opinione inserita da Antonio    07 Settembre, 2012

Dipende da cosa cercate

Devo andare controcorrente, ed a rischio di sembrare eretico (ed è proprio il caso di dirlo vista l'ambientazione ed i temi del libro...) sconsiglio il libro. Tutto dipende poi da cosa cercate. Se volete studiare e non leggere, allora è perfetto. Imparerete innumerevoli cose sull'erboristeria, sulle dottrine religiose, sulla filosofia. Se cercate invece un romanzo in cui immergervi nel piace della lettura questo libro non fa al caso vostro. Infatti faticherete a tenere le retini della storia perdendovi nelle immense finestre aperte dall'autore per spiegarvi ad esempio la storia di un ordine religioso. Alla fine della finestra facevo quasi fatica a ricordare la trama. In alcune ambientazioni e per brevi tratti il libro è molto coinvolgente, ma subito dopo Eco si riperde specchiandosi nella sua immensa cultura e partorendo così pagine e pagine di particolari e storie che uccidono il ritmo (sconosciuto a questo libro). Concludendo, a meno che non dobbiate studiare, potreste pure evitare di scalare questa montagna. Interminabile e pesante, poco fluido. Sembra che l'autore scoraggi appositamente chiunque non sia al suo stesso livello culturale, decimando i lettori pagina dopo pagina.

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