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Puzza di morto a Villa Vistamare
 
Puzza di morto a Villa Vistamare 2020-04-23 15:42:13 Mian88
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3.8
Stile 
 
3.0
Contenuto 
 
4.0
Piacevolezza 
 
4.0
Mian88 Opinione inserita da Mian88    23 Aprile, 2020
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Villa Vistamare

«Perché ogni tessera ha il suo posto nel puzzle e quel posto può essere occupato da quel preciso pezzetto colorato e da quello soltanto. A volte, il posto, lo trovi alla prima occhiata: quello s’incastra senza alcuna difficoltà; altre volte devi forzare un po’, tanto da dubitare che quello sia il posto giusto e, naturalmente, può accadere che non lo sia.»

A Villa Vistamare si arriva in due modi: o percorrendo la strada panoramica che taglia una buona parte della collina e domina il lago del paese, o facendo l’unica strada che lo attraversa. Due vie tra loro inspiegabilmente parallele da cui si scorgono le stesse cose ma in modo diverso.

«Un po’ come succede nella vita perché, a seconda della prospettiva da cui si guarda, le situazioni, le persone, i problemi e financo le scarpe che s’indossano appaiono diversi. Quante volte un paio di scarpe che in vetrina o ai piedi di un altro erano bellissime, una volta indossate sono sembrate troppo a punta o troppo poco, con la punta troppo arrotondata o non abbastanza?»

Del terzo modo per giungere alla Villa, via battello, barca o motoscafo, ormai nessuno se ne ricorda, ma, ad ogni modo, il palazzo non passa inosservato con la sua maestosità ed eleganza, con quel paio di ettari di terra che lo circondano (di cui una parte destinata a orto e frutteto) e grazie ai suoi circa cinquanta residenti della terza o quarta età affatto silenti e affatto arresi al tempo che passa. Villa Vistamare, la struttura di accoglienza in cui essi sono ricoverati, è un luogo che si propone alla vista del lettore esploratore mediante un grande parco naturale all’interno del quale spicca quel lago dai colori del mare e che per questo non può che suscitare nella sua mente il miraggio della vista di quest’ultimo. Una vista, questa, che accarezza il cuore e l’anima di chi tra queste stanze di pagine si addentra. Con quelle rive, ancora, che si mimetizzano con la vegetazione e quel cielo che con le sue nuvole e i suoi colori sembra osservare con sguardo sornione quanto accade nelle giornate di quegli abitanti tanto eclettici quanto magnetici che ci prendono per mano.
Conosciamo così il Visentin che si rivolge a noi chiedendoci se abbiamo una sigaretta, conosciamo il Bersagliere e Augusto Cappelletti – detto il Bellachioma –, conosciamo Caterina Melchiorre, ricamatrice in pensione con la passione per il rosa e l’animo romantico dell’irrinunciabile sognatrice, che insieme alla sorella Claretta Melchiorre, forma il duo “Bonus Malus”, o ancora l’accurato e impeccabile Gaspare, ex Brigadiere, o la Monacelli, la donna che di mondo se ne intende.
Tuttavia, nella quotidianità che ormai scorre e regna sovrana, un avvenimento rompe la quiete delle acque: la dipartita del Conte Giovanni Alfonso Maria Visconte terzo della Smeraldina. Una quiete interrotta non tanto per la sua prevedibile prematura scomparsa quanto per quella missiva lasciata e all’interno della quale è dato in eredità ai residenti della casa di cura un capitale pari a due milioni di euro. E certamente una lettera del genere e con un così lauto tesoro non si lascia in custodita, no no.
Da qui hanno inizio le avventure di questi amabili vecchietti che ci fanno assaporare le emozioni nostalgiche di quel tempo che passa e che non torna. Ed è qui che entra in gioco la maestria di Patrizia Fortunati che, con una penna fluida, accattivante, ironica ma al contempo riflessiva, ci fa sorridere e ci fa meditare su questa fase della vita spesso temuta ma inevitabile. Tra aneddoti di gran simpatia, avventure rocambolesche, interrogatori ai danni del direttore ormai votato alla resa definitiva, ritroviamo i ricordi di questi uomini e di queste donne, ricordi che vanno dall’amore trovato e poi perduto, alle occasioni mancate, al desiderio di realizzazione. Un desiderio, quest’ultimo, che giunge al suo termine con il venir meno della stessa esistenza terrena. A questa consapevolezza si aggiunge la volontà di non arrendersi, di non lasciarsi andare, di intervenire sul corso degli eventi, del vivere sino all’ultimo quell’opportunità, quell’occasione che viene concessa. Perché ogni possibilità deve essere vissuta, provata affinché la speranza non venga mai meno.

«La speranza che accada qualcosa, possibilmente qualcosa di bello: che è la speranza di un altro giorno di sole con un leggero venticello che ti faccia apprezzare di più il tepore di quello che hai, la speranza di rimettersi in piedi dopo una frattura all’anca, di vedere i nipoti sposarsi e di avere ancora qualcosa da raccontare e qualcosa da ascoltare. La speranza che la vita riservi ancora un sorriso, anche hai novant’anni.»

Un inno alla vita. Un inno al sorriso, alla consapevolezza. Perché la morte è inevitabile ma c’è tanta strada da percorrere e con quel giusto grammo di allegria, è più facile traversarla. Occorre coraggio, forse. Occorre vincere l’incertezza di quei limiti che tendono quotidianamente a frenarci, chissà. Occorre semplicemente osservare, osservare da una prospettiva più ampia.

«Il lago, che quella sera era più bello di sempre, illuminato da una luna piena e tonda che ci rifletteva dentro, tornò a suonare la dolce melodia del mare.»

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